martedì 14 marzo 2017

L'attesa

L’attesa L’aveva attesa a lungo. Finalmente era arrivata. Era sicuramente lei, la intravedeva dalle persiane socchiuse. Non riusciva a scorgerla in maniera chiara, ne intravedeva la sagoma nella controluce del primo pomeriggio: i capelli ancora lunghi e arricciati, la flessuosità del corpo magro e slanciato, l’andatura dinoccolata sui tacchi bassi. Non poteva sbagliarsi: era quell’andatura che, fin da piccola, aveva fatto dire a tutti i familiari, parenti ed amici: tutta suo padre. Matilde era il suo ritratto. Da piccola non si distaccava mai da libri. Quella della lettura era la stessa sua passione. In famiglia nessun altro amava così tanto i libri come sua figlia. Gliela aveva trasmetta col moderato atto d’amore tra sé e la moglie all’atto del concepimento La sua famiglia si distingueva per la moderazione in tutto: nel bere, nel mangiare, nel parlare, nel fare l’amore. Persino nel pregare. La famiglia di Nino era una di quelle di cui tutti dicevano ma che gente per bene. Mai un litigio, mai nessun vicino aveva sentito provenire da quella casa un grido, una bestemmia, come pure se ne sentivano in quella vanedda dove abitava quella gente di poco conto, gli scricchianespole, come li chiamavano tutti, che se ne dicevano di tutti i colori, abbanniandosi l’un l’altro davanti a chiunque, leggendosi la vita in pubblico in mezzo alla strada. Nino no, era una persona corretta, un lavoratore, un uomo mite, amante della famiglia , rispettoso di tutti. E così tutta la sua famiglia. Questa figlia, solo questa figlia era riuscita male. Troppi grilli aveva questa figlia. Non voleva mai stare alle regole della famiglia. Come se non appartenesse a quella gente, a quel paese , a quella strada. Nino in tutti i modi l’aveva scoraggiata dall’andarsene via da lì, ma lei se n’era andata lo stesso. Se n’era andata via con un brunello, anche se era laureato. La laurea non gli serviva a niente, sempre brunello rimaneva. Il brunello gli aveva giurato che dopo il matrimonio, avrebbe fatto di tutto per riportare in quel paese la figlia, che era uscita di casa ancora neanche ventenne, che sì, l’avrebbe riportata. Erano passati venti anni e lui non l’aveva più rivista prima d’ora. Quindi non poteva sbagliarsi. Era lei, era Matilde. Nino non uscì dalla porta di casa ad attenderla. Aspettò che fosse lei a bussare , mentre lui fumava l’ennesima sigaretta. La via era lunga e prima che Matilde arrivasse, lui avrebbe avuto tutto il tempo di fumarne almeno la metà. Dall’angolo della stanza da pranzo al piano terra le lucine dell’albero di Natale riverberavano a intermittenza la fioca luce colorata nei vetri della porta-finestra moltiplicando quello spazio come se al di là della porta ci fosse ancora un’altra stanza. La stanza invece era una sola, ed era l’unica in cui la famiglia si riuniva per mangiare e per conversare. Nell’angolo, proprio sotto l’albero, la moglie aveva sistemato un minuscolo presepio, con la culla vuota nella mangiatoia. Ci volevano altri due giorni al Natale. La luce del pomeriggio era tanta nella strada, perché il Natale al sud è pieno di sole e, ad occidente, la sagoma di Matilde continuava ad avanzare a passi svelti diventando sempre più visibile. Il giorno prima lei si era annunciata con una telefonata veloce, aveva detto arrivo domani alle quattro del pomeriggio, ci siete a casa, e lui disse solo un sì di tutte le centinaia di migliaia di parole che aveva tenuto in serbo per quel momento. La figlia prodiga. All’interno della stanza , proprio di fronte alla persiana marrone scuro che separava la casa dal fuori, c’era una sottile parete che divideva quel luogo dalla cucina, dove sua moglie passava quasi tutto il giorno. Ma adesso lei non c’era. Era dalla sua vicina di casa per il rosario del pomeriggio. Non lo mancava mai, neanche quel giorno. Lui, Nino, invece, si era sbrigato presto. Aveva organizzato tutto per rimanere in casa. Si era fatto portare dai suoi manovali di gioventù che gli serbavano affetto e devozione, una cassa molto grande che era fino ad allora rimasta in soffitta e che, da solo, non era capace di trasportare. Era ormai più vicino agli ottanta che ai settant’anni e di certo tutta quell’età non gli consentiva più certe manovre che un tempo avrebbe svolto con un’agilità noncurante. Si sentiva troppo vecchio ma non abbastanza da darsi pace per il fatto che , mentre i suoi figli maschi erano rimasti a una tirata di schioppo da casa sua, proprio lei, l’unica figlia, fosse andava via così tanto lontano con quel brunello d’uomo. Chissà come quei vent’anni anni avevano cambiato il viso di Matilde, chissà cosa avrebbe raccontato della sua vita e del suo lavoro, chissà se aveva avuto dei figli. Non sapeva niente di lei. Dal giorno che se n’era andata via da quel posto lì, non aveva più scambiato con lei neppure un saluto per cartolina. Era andata via con la sua maledizione, aveva fatto di testa sua, aveva voluto organizzarsi la sua vita lontano da loro, dalla famiglia, dai fratelli. Ma come aveva potuto. Adesso stava per arrivare ed aveva scelto di farlo due giorni prima di Natale, da sola. Senza il brunello. Senza neppure portarsi appresso una valigia. Senza figli, se ne aveva. La vedeva, non aveva niente in mano, solo un piccolo zaino dietro le spalle. Era sola. Nino fumava aspirando grandi boccate da quella sigaretta che stringeva tra il medio e l’indice della sua mano nodosa con dei grossi peli in molta evidenza e le unghia quadrate. Continuava a sbirciare dietro le persiane. Attendeva. Aveva preparato la cassa, l’aveva collocata di lato all’albero di Natale, un po’ discosta dal presepio, ma ugualmente in bella vista. Quella cassa attendeva da vent’anni, relegata in soffitta. Era la cassa di Matilde e nessuno mai l’aveva aperta dalla sua partenza. Sua moglie era ritornata, ne sentiva i passi dietro quel sottile muro tra la stanza dove si trovava e la cucina. Sentiva dei piccoli rumori ovattati, come di oggetti poggiati delicatamente sul tavolo. Sentiva anche il tossicchiare sincopato e quel vezzo che aveva sua moglie di raschiare la gola come per schiarirsi una voce che non usciva mai a modularsi in parole. Nannina era una donna silenziosa. Capiva che aveva portato da fuori qualcosa, sicuramente pensava di cucinare, per la sera, un po’ di pasta, qualche uovo. Non aveva perso l’abitudine, sua moglie, di far fronte al fabbisogno proteico della famiglia con le quantità di uova e legumi che riempivano la tavola di tutti i giorni. Nannina, adesso rimestava nella ciotola di plastica tuorli e albumi, lui, Nino, lo capiva dal rumore attutito e fievole del mestolo di legno che sbatteva sulle pareti rotonde. Ecco, così anche stasera non ci sarebbe stato un pasto speciale. Non si sarebbe festeggiato. Non c’era neppure tutta la famiglia in casa e Nino immaginava che Matilde di certo non si sarebbe fermata fino a Natale. La cassa era sempre nell’angolo. E lui non l’aveva mai voluta aprire nonostante le insistenze della moglie ma cosa stai lì ad aspettare ad aprirla, tanto lei oramai non verrà più. Almeno vediamo che cosa ha lasciato. Nino era sempre stato irremovibile. Gli sembrava che la figlia avesse diritto a quella riservatezza, a quella intimità che per tutta la sua adolescenza non aveva mai potuto avere. E poi lui non voleva veramente sapere. Non voleva sapere perché in un pomeriggio di sole invernale, come questo di adesso, Matilde fosse semplicemente uscita da casa con la sua borsa piena di niente, con addosso solo i jeans e una giacca di panno nero, sempre la stessa da quando aveva compiuto quindici anni, e se ne fosse andata via, semplicemente. Incurante della voragine dell’assenza scavata dentro il suo cuore. E adesso Matilde era qui, a pochi metri da lui. Nino, al di qua della persiana, non visto, la guardava: era sempre bellissima ma già due solchi appena accennati agli angoli della bocca gli toglievano l’illusione che tutto quel tempo non ci fosse mai stato tra loro. Matilde è arrivata , ha aperto la persiana da sola, infilando la mano tra le due liste di legno colorato, come era solita fare da piccola, aprendo dall’esterno la piccola serratura: vide il padre, ne immaginò l’attesa , ritto, nonostante l’età e le ginocchia malferme. Accennò un veloce bacio sulla guancia scavata e ispida di barba incolta. Nino non ricambiò. Chiamò subito la moglie che accorse veloce con il mestolo in una mano e gli occhi già lucidi. La stanza al piano terra fu subito piena di quelle presenze. Il divano scuro appoggiato alla parete di destra era sempre lì al suo posto, con qualche squarcio in più, da dove occhieggiava l’imbottitura di cascame bianco. Matilde si sedette col vigore della stanchezza e il divano traballò: niente era stato cambiato, neppure la gamba anteriore rotta durante il trasporto distratto e frettoloso che i messi notificatori avevano fatto dell’unico bene mobile pignorato, la Singer , che Nannina aveva ricevuto in regalo dal marito durante la sola festa di compleanno riservatale dalla famiglia. Adesso erano lì tutti e tre, Matilde seduta in quel divano, la madre di ritorno dalla cucina dove era corsa velocemente a lavarsi e mani per meglio abbracciare la figlia, e lui, Nino, seduto sulla sedia di sempre in attesa di spiegazioni. Matilde vide la cassa, si avvicinò, alzandosi da quel divano in sommario equilibrio, e si meravigliò di trovare ancora chiusa la serratura. Perché l’hai portata qui papà, pensò, cosa vuol dire questa messa in scena? Cosa pensi di trovare? Ci sono ancora tutti i miei libri di scuola e nient’altro. Potevi pure buttarla via . Invece , avvicinandosi al padre, lo ringraziò di avergliela fatta trovare. Pensò anche che lasciandola chiusa, lui avesse voluto rispettare in qualche modo la sua scelta. Adesso la cassa era lì e lei non sapeva che farsene. Non aveva più la chiave per quella serratura, chissà dove era andata a finire. Nella fretta della partenza, non aveva pensato di portarla con sé. Chiese al padre di scardinarla: c’era una cosa che apparteneva solo a lui, gli disse. Nino aveva ancora le mani robuste e forti e con un abile colpo di martello, che si fece portare velocemente dalla moglie, fece saltare tutto. La cassa si aprì cigolando nei due cardini di ferro. Era una cassa di legno, rinforzata da liste di metallo verniciato di verde. Un sentore di polvere si sprigionò dall’interno. Matilde prese dalla sommità della catasta di libri ammassati, una busta sottile, bianca, senza destinatario. La diede al padre, gli disse è tua. Porgendola con la sua mano destra, fredda, lo invitò a leggerla, ecco neanche questo coraggio ho avuto, di lasciartela prima di andare. Nino inforcò gli occhiali, non volle aspettare più. Le lenti spesse da presbite allargavano i contorni dei suoi occhi che riverberavano luce di innocenza nonostante la vecchiaia. Davanti alla figlia lesse: Villalba, 10 ottobre 1970 Papà, lo so che maledirai questo giorno e gli altri a venire, dopo che avrai letto questa mia lettera. Ma non voglio chiederti perdono. Non ho nulla da farmi perdonare. Io adesso ho solo diciannove anni e tu, quando ti dissi che volevo sposarmi, mi desti uno schiaffo, mi dicesti che ancora non ero nell’età giusta, che neppure la legge consentiva i matrimoni ai minorenni, che avrei dovuto aspettare la maggiore età, cioè i ventuno anni, come minimo. Così mi dicesti allora, che ne avevo solo sedici e andavo ancora al liceo, quel liceo che mi hai maledetto fin da quando ho iniziato a studiare. Ho cercato di aspettare. Di anni ne sono passati solo tre, non ce la faccio ad aspettare i ventuno. Il brunello, come tu lo chiami, ha molti anni più di me, è già laureato, saprà bene procurare di che vivere a tutti e due, non preoccuparti. Lui sarà un magistrato tra non molto, come spera, e non può più stare qui. DEVE andare via. E io VOGLIO andare con lui, perché lo amo, e perché non amo questo paese, questa terra, questa gente. Papà, io non la amo questa Sicilia. Voglio andarmene al più presto e non posso più aspettare. Non voglio più vederti tornare avvilito dal lavoro, nei giorni in cui questa gente, la tua gente, non la mia, ti costringe a comprare il materiale edile per costruire le case che tu sai fare tanto bene, ai prezzi esagerati cui non puoi sottrarti, in cui questa gente, la tua gente, ti costringe ad assumere come lavoranti degli scalzacani che incassano senza fatica. Che anzi, la notte vanno a rubare tutto ciò che possono arraffare, costringendoti ad acquistare sempre nuovi sacchi di cemento, nuovi conci di tufo, nuove impastatrici. E tu? Cosa fai tu? Tu lo sai chi sono i ladri, eppure non dici nulla, ti alzi al mattino all’alba, e con i pantaloni rigidi di tutta la calce e il cemento che mamma non riesce a togliere con le sue sole mani, vai al lavoro dove ti ammazzi a spaccarti la schiena sotto il crudele sole dell’estate, per portare a casa cosa? La mamma fa solo frittate e minestre di fagioli, anche la domenica. E neanche uno straccio di macchina da cucire può rimanere a sua disposizione, quella macchina pignorata che ieri hanno portato via gli uscieri per venderla all’asta chissà dove, la macchina con la quale lei ci faceva i vestiti che non poteva comprarci. Che fai tu, papà? Che fanno tutti i tuoi amici? Subite le angherie e i soprusi di questi quattro delinquenti di paese, a cui voi qui non volete dare neppure il nome,- perché la mafia non esiste, dite, e l’hanno inventata quelli del nord e voi non sapete neppure cosa significhi-, ma che fuori di qui si chiamano mafiosi ,e che voi riverite con la coppola in mano ogni domenica quando andate a messa e il prete li accoglie anche in chiesa invece di sbatterli fuori a calci. Che fate voi, quando vedete calpestare i diritti dei vostri figli, la possibilità di farli studiare, che fate? Li portate con voi a lavorare perché i soldi servono, dite. Ma a chi? Non sono soldi per voi, quelli che tuoi amici e compagni, i vostri figli, guadagnano spaccandosi il culo ogni giorno o, come dici tu, buttando il sangue dalla mattina alla sera. Io qui non ci voglio stare, papà, io me ne vado, che tu voglia o no. IO ME NE VADO. Oggi, subito. Non lascio più passare neanche un minuto. Non ho il tempo di abbracciare la mamma e i miei fratelli, non so se tu lo farai per me. Matilde Nino, finì di leggere la lettera che Matilde non gli aveva consegnata nel tempo della sua ribellione, guardò la figlia di luce nuova e vide per la prima volta se stesso, la casa, sua moglie, i suoi figli. E pianse.

martedì 7 marzo 2017

Il dono

Ieri mi è stata regalata una piccola piantina fiorita in previsione della festa della donna del prossimo 8 marzo, da un uomo. Un signore che non conoscevo, che mi aveva aspettato all'ingresso della biblioteca comunale di Pirri, luogo dove stava per iniziare il primo incontro del corso di scrittura programmato. Sono stata fermata mentre , sul marciapiede, stavo per entrare nell'edificio. Il signore aspettava proprio me. Conosceva il mio nome e cognome e mi ha detto che doveva darmi qualcosa. Poi, facendosi aiutare da un suo amico, ha portato dentro l'edificio diversi pacchi e un voluminoso contenitore con una ventina di piantine colorate. " Queste sono per voi donne, per la vostra festa di domani". Ed ha accompagnato questo omaggio floreale con un foglio in cui aveva stilato , a mano, una dedica e un augurio a tutte le donne di quel corso. Il fatto in sé, del tutto inaspettato, ha suscitato in me e nelle altre donne, forse, un piacevole imbarazzo, un certo stupore e, soprattutto, una domanda: perchè? Ci ho pensato a lungo, ho cercato di dare una risposta razionale e motivata ad un gesto che è risultato essere assolutamente gratuito nella forma e nella sostanza. Rifletto ancora: perchè? Ma la domanda la rivolgo adesso a me stessa, al motivo del mio stupore e a quel certo imbarazzo che ho provato. Di tutte le risposte che mi sono data, di tutte le spiegazioni, forse questa è quella che spiega più cose e descrive me stessa a me: non mi aspetto nessuna forma di gratuità da nessuno. E in questa non-attesa si incardina l'interpretazione e la lettura che faccio del mondo. E' un'abitudine solo mia? Non credo. Perchè ho letto negli altri volti lo stesso mio stupore. E allora: perchè la gratuità ha l'effetto di imbarazzarci prima ancora di farci gioire e di disporci all'accoglienza? La nostra società ci ha talmente performato ai consumi, ai modi del dare e del ricevere che non sappiamo spiegarci un gesto quando è scardinato dalla logica di questo triste contesto mercificatorio e contabilizzato? Il gesto del dono disinteressato siamo pronti ad accoglierlo con un sorriso laddove provenga, che so, da un bambino. Ma abbiamo difficoltà ad accettarlo da un adulto per giunta sconosciuto. Pensiamo sempre che ci sia dell'altro, dietro. Di sicuro, dopo ci verrà chiesto qualcosa, qualcosa che non avremmo voluto dare ma che daremo per educazione, per piaggeria, per conformismo,
per qualsiasi altra motivazione che razionalmente andremo ad attingere dal repertorio infinito dei gesti cui la società dei consumi o della solidarietà pelosa ci costringe. Ma pochi di noi accettano un dono senza alcuna richiesta. Puramente gratuito. Ecco, questa gratuità, forse, nel mondo in cui viviamo, assume i connotati di una forma di eversione che dovremmo imparare a praticare molto spesso.
Verso meta si fugge:/ Chi la conoscerà?/ Non d'Itaca si sogna/ Smarriti in vario mare,/ Ma va la mira al Sinai sopra sabbie/ Che novera monotone giornate./ Giuseppe Ungaretti

giovedì 16 febbraio 2017

Il Partenone e le sfilate di moda

A proposito delle sfilate di moda e del Partenone negato dalla commissione archeologica di Atene a Gucci, risulta veramente strano che, per una questione di orgoglio nazionale, si rifiutino dei contributi atti a restaurare e a sottrarre al degrado un così grande patrimonio dell'umanità intera. SE pensiamo che quelle stesse costruzioni nacquero in Grecia per celebrare la bellezza, l'armonia e l'equilibrio, forse ci si potrebbe rendere conto dell'insensatezza del rifiuto del mecenatismo che, oggi, si produce in queste forme. Basterebbe rileggere Vitruvio nel suo libro "Architectura", per riflettere su quanto i greci pensassero in termini di bellezza: "Vitruvio spiega come siano emerse le particolarità della colonna dorica e narra che i greci, per i responsi di Apollo Delfico e per comune decisione di tutta la Grecia, potessero conquistare in Asia XIII colonie in una sola volta, ciascuna con un condottiero al comando. A capo delle colonie in Asia vi era Ione che occupò gran parte del territorio della Caria. Orbene espugnate ormai tutte queste città dell’Asia, i greci chiamarono quella terra Ionia dal loro capo Ione, e iniziarono così a edificare templi e santuari per gli dei. Quando volevano collocare le colonne dei templi, non avendo le simmetrie per farlo, cercarono un criterio in modo da costruirle capaci di sostenere il carico e allo stesso tempo che fossero belle di aspetto. Allora gli ateniesi presero come misura l’impronta del piede umano e lo riportarono in altezza, essendo il piede la sesta parte del corpo umano la fecero alta sei volte il diametro della base. Così la colonna dorica rappresenta negli edifici la proporzione, la bellezza e la solidità della virilità dell’uomo. In seguito gli ateniesi, volendo costruire un altro tempio anche ad Artemis, costruirono colonne costuite da un nuovo tipo di bellezza . La dedicarono alla gracilità femminile e la chiamarono colonna ionica. Per la costruzione usarono lo stesso metodo di misura utilizzata per la colonna dorica, solo che questa non la fecero alta sei volte bensì otto, in modo da essere più alta e di aspetto più slanciato. Lo ornarono a destra e sinistra del capitello con volute pendenti che somigliavano tanto a crespi cincinni di capigliatura tipica femminile, mentre disposte lungo tutto il fusto della colonna lasciarono andare verso il basso delle scanalature come fossero pieghe di lunghe vesti matronali. Così nacquero due degli ordini che caratterizzano i templi del periodo: una, la colonna dorica, che rappresenta la figura umana maschile nuda e senza ornamenti, l’altra, la colonna ionica, di aspetto svelto, snello piena di ornamenti e raffigura la fragilità e armonia del corpo della donna. Infine il terzo ordine, quello corinzio, imita la gracilità e sveltezza della vergine. Le colonne corinzie sono configurate con le membra gracili della tenera età della vergine e presentano effetti ornamentali molto graziosi che vanno a sottolineare la dolcezza e la premura della vergine in tenera età. Vitruvio poi ci informa sull’origine del capitello corinzio: “Una fanciulla corinzia in età da marito, morì di malattia. Dopo la sepoltura, la sua nutrice raccolse ed ordinò in un cestello rotondo tutti quei vasetti e coppe onde la fanciulla si era dilettata in vita, e lo collocò in cima al monumento, coprendoli con una tegola quadrata onde durassero di più così all’aperto. Sotto il cestello si trovava a caso una radice di acanto, la quale, premuta al cestello, a primavera gettò foglie e caulicoli, e questi, crescendo attorno al cestello e trovandosi spinti in fuori dagli angoli della tegola, furono costretti dal peso a flettersi nelle estremità delle volute. Allora Kallimachos, che per eleganza e rifinitezza delle sue statue fu chiamato dagli ateniesi katatxitecno~, passando a lato di quel monumento, notò il cestello e le tenere foglie che gli crescevano attorno; e colpito dall’aspetto di leggiadra novità dell’insieme, costruì a Corinto capitelli su quel tipo, e ne fissò le misure proporzionali, e quindi stabilì il complesso delle proporzioni degli edifici di ordine corinzio.” ( Vitruvio, Architettura, introduzione di Stefano Maggi, testo critico, traduzione e commento di Silvio Ferri, ed BUR Milano 2008 pagg.227-229)

lunedì 13 febbraio 2017

Maria De Filippi e il festival di Sanremo

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Il festival di Sanremo edizione 2017 si è concluso. Ma nella televisione italiana se ne continua a parlare con grande accanimento da parte dei detrattori e con grandissimo entusiasmo da parte dei sostenitori. Anche nei social non si è fatto altro che parlare di questa manifestazione canora a colpi di post dal tiro incrociato tra quelli che sostengono l’importanza canora e sociale dello stesso festival e quelli che criticano ferocemente chi ancora si attarda a guardarlo in TV facendo le ore piccole. Poi c’è una parte meno numerosa, di intellettual-chic che se ne disinteressa totalmente o, al più, interviene con qualche post tanto raro quanto risolutivo, a dare il proprio motivato e definitivo parere su tutta la questione. Io, viceversa, da spettatrice onnivora quale sono, non ho disdegnato la manifestazione canora più lunga e importante d’Italia, perché ritengo che , osservandone i meccanismi intrinseci e formali, a parte le canzoni in sé, ci sia pur sempre la possibilità di capire i meccanismi dei comportamenti della società di massa nella quale, volenti o nolenti, siamo tutti immersi. Mi atterrò dunque ad alcuni aspetti formali, non volendo entrare nel merito delle canzoni, alle quali sono in realtà poco interessata, né dei cantanti e del gossip che gira loro intorno. Mi atterrò a due soli aspetti: la presenza di Maria De Filippi e il suo rapporto col pubblico televisivo e cerchèrò di capire quali sono le motivazioni che hanno spinto Carlo Conti, direttore artistico del festival, a farsi affiancare da lei. Maria De Filippi è sicuramente un’ottima conduttrice di gran successo, visti i numeri di share che i suoi spettacoli producono nel piccolo schermo. Per questo , credo, Carlo Conti l’ha chiamata. Per assicurarsi una triplicazione dello share di spettatori durante tutte le cinque serate, le quali, spesso, nelle passate edizioni, non hanno registrato sempre il massimo dell’attenzione del pubblico a casa. Ebbene , la Signora De Filippi ha trasferito il suo pubblico, vasto, di giovani, giovanissimi, ma anche anziani e persone di mezza età, a RAI 1 facendolo restare incollato al piccolo schermo ogni sera dalle venti e trenta in poi fino alla fine della manifestazione. E questo è un pubblico di massa, perché veramente Maria De Filippi è una conduttrice capace di trainare le masse. Perché? La De Filippi con la sua presenza di minimo ingombro sullo schermo, dà sempre, apparentemente, spazio alla gente, a quella stessa gente dei grandi numeri che si commuove alla presenza dei giovanissimi musicisti dell’orchestra da strada con gli strumenti di risulta, come anche davanti alle squadre della protezione civile delle zone terremotate, come ai singoli individui che hanno contribuito al recupero delle vittime della valanga sull’hotel Rigopiano. Insomma Maria De Filippi ha giocato,al festival di Sanremo, le sue carte più collaudate, vale a dire quelle che fanno leva sulle emozioni delle masse nei confronti dei grandi disastri collettivi e individuali, trasformando la manifestazione in uno dei suoi show di successo. Mi chiedo: è possibile che Carlo Conti abbia avvertito la necessità, per allargare lo share, di trasformare questo spettacolo che per sua natura dovrebbe essere centrato sulla musica leggera e perciò gioioso, in una succursale di spettacoli lacrimevoli e melensi di canale cinque? Attenti a sollecitare più le emozioni immediate che i sentimenti conseguenti ad una analisi razionale degli eventi? Far leva sui buoni sentimenti della massa, significa adescare e manipolare quella stessa massa per sottometterla sempre e comunque da una parte ai criteri consumistici, e dall’altra al prelievo vampiresco di risorse per tamponare le gravissime falle di un sistema corrotto che non sa intervenire debitamente con una pianificazione razionale delle risorse già esistenti che lo stato incassa attraverso il prelievo della tassazione feroce cui siamo tutti soggetti. E in questo senso, mentre si avalla il marciume presente da decenni nella gestione della cosa pubblica, si crea nella massa il senso di colpa inducendola a devolvere una parte del suo misero reddito per tappare le falle del sistema. Tutti abbiamo sentito dire a Carlo Conti: “ …non chiederei questo contributo se non avessi, io per primo, contribuito a donare”. Ma con quale faccia questo signore, con la sua perenne abbronzatura da vip, si presta a fare tali affermazioni? Quanto guadagna il sig. Conti? Quanto guadagna il disoccupato che segue il festival di Sanremo? E la casalinga angosciata dal fine-mese? E il giovane precario? Forse di questo dovremmo parlare. E bene farebbero quindi molti intellettuali che snobbano il festival di Sanremo, come altre trasmissioni di massa, a guardare questi programmi per esprimere le loro opinioni, non nel merito, che non merita forse alcuna analisi, ma nei riverberi sociali e, oserei dire, politici, di queste trasmissioni. La foto proviene da qui
Alla fine però il pubblico, che intuisce confusamente tutto ciò ed è comunque in grado di identificarsi con i testi più vicini alla propria condizione, ha decretato il successo dell’unica canzone rivelatrice della stia dentro la quale quelli che veramente comandano ci costringono a stare: una stia che ha la forma del televisore e l’inganno del divertimento.

La lettera dei 600 cattedratici al parlamento

Al Presidente del Consiglio Alla Ministra dell’Istruzione Al Parlamento SAPER LEGGERE E SCRIVERE : UNA PROPOSTA CONTRO IL DECLINO DELL’ITALIANO A SCUOLA È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana. A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti. A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: – una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; – l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. – Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola. Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro. Iniziativa promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità Tags: italia, università, italiano, crusca 5 febbraio, 2017

In risposta alla lettera dei 600 docenti universitari: la lettera della linguista Lo Duca

Mi fa piacere pubblicare qui di seguito il link che rimanda alla lettera della prof.ssa Lo duca la quale risponde all'altra lettera (consultabile in questo blog) dei 600 cattedratici, a proposito delle carenze linguistiche degli studenti universitari, inviata al parlamento italiano e al ministro dell'istruzione , dell'università e della ricerca. La lettera di Lo Duca merita una lettura attenta per l'analisi precisa e circostanziata

lunedì 6 febbraio 2017

Perchè gli studenti non conoscono la grammatica?

L'ignoranza della lingua italiana degli studenti universitari ha sollecitato un documento , firmato da seicento docenti universitari, per sensibilizzare il ministero dell'istruzione a questo problema e invitarlo a prendere misure adeguate.Le due linguiste, professoresse Lavinio e De Sanctis, sono intervenute a dire la loro nella trasmissione radiofonica "tutta la città ne parla" di stamattina. Entrambe hanno rilevato come la mancanza di conoscenza della nostra lingua sia da imputare ad una trascuratezza di formazione dei docenti. E non solo di italiano, ma di tutte le discipline, perché la lingua è un fatto trasversale. Stupisce che solo adesso venga sollevato il polverone dai media, dopo la pubblicazione del documento citato. Il problema esiste da molti, molti anni: come mai questi docenti firmatari non se ne sono accorti prima? Come mai non hanno dedicato alla formazione linguistica degli studenti universitari dei percorsi dedicati? Bene ha fatto la Lavinio a sottolineare come la ricerca didattica sia stata trascurata proprio nei luoghi in cui avrebbe dovuto essere il focus centrale della formazione dei futuri laureati e non solo nella facoltà di lettere. Molti di questi docenti sono colpevoli di trascuratezza nell'avere pensato che l'educazione linguistica fosse una faccenda degli insegnanti della scuola. Il fatto è , come diceva la Lavinio, che l'Università ha pensato sempre a dedicarsi " a ben più alte ricerche" buone ad assicurare la progressione di carriera e non a risolvere il problema. La competenza linguistica dei loro studenti non era fatto che li riguardasse, avendo questi il dovere di arrivare all'università già in grado di leggere e scrivere perfettamente e con estrema padronanza della lingua. Ebbene, non è così, non è mai stato così: prova ne sia il fatto che i docenti di scuola, non da ora, ma da molti anni, hanno anch'essi manifestato gravissime carenze linguistiche. Cosa ha fatto il ministero per formare questi docenti? Per formarli non sono all'inizio della carriera, ma anche durante? Non ha fatto proprio nulla. Anzi. Ha abolito l'unica esperienza forte ed efficace mai tentata in Italia, vale a dire le SSIS. Non ha mai fatto investimenti seri, se non in percorsi coraggiosi e innovativi, ad esempio quelli organizzati da INDIRE, ma che hanno avuto ricaduta su pochi. Non c'è stata una formazione capillare e obbligatoria. Non ci sono stati neppure obblighi cogenti nei confronti dei docenti universitari che dessero spazio a questo aspetto della formazione. Le associazioni disciplinari (GISCEL, CIDI, LEND, MCE e altre) hanno fatto ciò che hanno potuto, ma l'impatto non è mai stato a tappeto, come sarebbe stato giusto che fosse. Quanti docenti di lingua italiana hanno sentito parlare di grammatica valenziale? Molti o non insegnano più neppure la "grammatica" o continuano a pretendere di insegnarla come come negli anni cinquanta. Con questi risultati, purtroppo.

sabato 17 dicembre 2016

Latino sì, latino no, latino? Boh!

Altre volte ho affrontato su questo blog la vexata quaestio se il latino debba ancora esistere al liceo scientifico o debba sparire per sempre. Sembra che nell’ottica dei nostri onorevoli ministri del MIUR la questione non venga affrontata che in misura molto limitata, direi anzi che il pensiero della permanenza dell’insegnamento del latino non tocchi che tangenzialmente i pensieri dei legislatori. A tale proposito il liceo scientifico di Quartu Sant’Elena, che nel passato ha vantato un’alta qualità di preparazione dei suoi studenti portando al diploma di maturità molti eccellenti giovani, da un quinquennio a questa parte ha registrato un progressivo abbandono di questo insegnamento, a favore di nuovi e più attuali indirizzi didattici, per esempio l’indirizzo informatico e quello tecnologico.
Con l’introduzione di tali nuove prospettive come possibilità di scelta per i giovani, che dopo la scuola secondaria di secondo grado si trovino a scegliere il percorso di studi superiori, risulta molto più allettante un percorso di tipo tecnologico o informatico che quello più tradizionale, orientato agli studi umanistici. Dunque, potendo scegliere, i nostri ragazzi si orientano più volentieri verso questi percorsi. Così è accaduto che , con il passare degli anni, i corsi con l’insegnamento del latino si siano progressivamente ridotti, fino a raggiungere un pericoloso limite di quasi-estinzione. Si è ipotizzato negli altri post di questo blog quali possano essere le possibili cause di questo abbandono, ma è pur vero che l’analisi non serve a niente se la politica scolastica non fa nulla per promuovere l’affezione verso questa lingua e questa cultura latina che è stata ed è tuttora la pietra miliare della nostra identità. Accade allora che, mentre in alcune parti del mondo , per esempio negli USA l’insegnamento del latino sta prendendo quota diventando segno distintivo della qualità di un indirizzo di studi, in Italia si scoraggino gli studenti dall’intraprendere un indirizzo che contempli l’insegnamento di questa disciplina, magari paventandone la difficoltà e la necessità di grande impegno, quando addirittura non l’inutilità. Pertanto oggi 16 dicembre 2016 presso il liceo scientifico “Brotzu” di Quartu Sant’Elena, nell’ambito delle attività di orientamento alla scelta degli istituti superiori da parte degli studenti che entro il 2017 conseguono la licenza media, la prof.ssa Antonella Pingiori ha portato in scena una pièce teatrale dal titolo Che me ne faccio del latino con un riferimento scherzoso ad una vecchia canzone di Morandi degli anni ’70, per dimostrare come la lingua latina sia base e fondamento della nostra cultura. E come la conoscenza di questa lingua classica, faccia veramente la differenza per la completezza e per la preparazione generale di ogni ragazzo. Riportiamo alcuni momenti della divertente pièce teatrale svoltasi alla presenza di alunni delle scuola medie ospiti, dei genitori, della dirigente dell’IIS “Brotzu”, dell’assessore alla cultura del comune di Quartu S.E. e dell’ispettore Valter Campana ex dirigente di questa scuola. E che tristezza vedere all'uscita di questa scuola, nel muro di fronte lungo la via Pitz'e serra la scritta riportata nell'ultima foto!

lunedì 12 dicembre 2016

sabato 8 marzo 2014 Corso di scrittura e narrazione

Foto ricordo del primo laboratorio di scrittura e narrazione con il docente Giulio Mozzi. Etichette: Chi siamo, Convegni, Corsi e laboratori, Eventi, Presentazioni, Presidenza, Scrivici, Segreteria Ubicazione: Europa Breve sintesi del laboratorio Si è concluso il laboratorio di scrittura e narrazione organizzato dal CIDI di Cagliari con soddisfazione di tutti i partecipanti. Questo è il primo laboratorio di scrittura che la nostra associazione ha organizzato e speriamo possa essere il primo di una serie articolata in cui affrontare gli aspetti più significativi delle tecniche di narrazione. Inventio, nucleo narrativo ,conflitto questi i temi sviluppati durante gli incontri con il docente Giulio Mozzi . Definizione del nucleo narrativo e suo sviluppo, come si costruiscono le relazioni tra i personaggi , le tre parti costitutive di una narrazione- scene, riassunti, elusioni- questi gli argomenti su cui il docente ci ha fatto riflettere a lungo e ha articolato il confronto tra tutti i partecipanti. E ancora l’importanza degli oggetti nella narrazione che devono ritornare nel corso della storia perché nulla sia lasciato in sospeso. La compattezza della narrazione è infatti una condizione essenziale perché una storia funzioni. Infine la specificazione dei generi letterari che hanno delle caratteristiche narrative cui il narratore si deve attenere e ancora le narrazioni letterarie che non rientrano in alcun genere o ne comprendono diversi. Altro elemento fondamentale della narrazione: la credibilità. Su questo aspetto il docente ha molto insistito illustrando, con esempi molteplici tratti dai classici, come sia possibile rendere credibili segmenti narrativi frutto dell’invenzione dell’autore. Le notizie su Giulio Mozzi sono qui. C.I.D.I. di Cagliari Il Cidi di Cagliari nasce contemporaneamente al CIDI nazionale. L'attuale configurazione data invece a partire dall'anno 1999, anno in cui è stato ricostituito sotto la presidenza di Rosamaria Maggio. Il Cidi di Cagliari rappresenta la regione Sardegna nella segreteria nazionale Non esiste una struttura regionale. In Sardegna esistono altri due CIDI e cioè quello di Nuoro e quello di Sassari. Ogni gruppo CIDI è indipendente da tutti gli altri per quanto riguarda l'amministrazione e la programmazione delle attività che sono legate al territorio e nascono dalle esigenze e dai suggerimenti di tutti gli iscritti. Una volta l'anno viene organizzato il coordinamento di tutti i CIDI d'Italia per un confronto e concordare una linea di azione orientata alla democrazia e alla libertà.

domenica 16 ottobre 2016

Che me ne faccio del latino? Una opinione di Antonella Pingiori

Partiamo dall'amara considerazione di Salvatore Settis: “La radicale marginalizzazione degli studi 'classici' nella cultura generale e nei sistemi scolastici è un processo di profondo mutamento culturale che non possiamo in nessun modo ignorare...”(1) Già, la cultura classica, nel nostro Paese, ultimamente, si trova relegata in ambiti sempre più ristretti, da un lato; e fatta bersaglio dei più sterili attacchi, dall'altro. I giornali riportano che quest'anno, almeno nella nostra città, Cagliari, i classici hanno registrato un brusco calo di iscrizioni, mentre reggono bene i licei scientifici nei quali va facendosi largo, a tutto danno dell'indirizzo ordinamentale, il corso di scienze applicate, proposto come più appetibile, (in quanto privo dell'insegnamento del latino), a studenti ben disposti a farsi convincere in tal senso. Del resto, i nostri alunni non si chiedono da tempo “Che me ne faccio del latino?”, ignari del fatto che un giovanissimo Gianni Morandi, nel lontano 1967, in uno di quei film noti come musicarelli, rivolgeva fiducioso alle galline dell'aia la stessa domanda esistenziale, cantando a squarciagola? “Che me ne faccio del latino, se devo dire pane al pane e vino al vino?”, si chiedeva l'eterno ragazzo di Monghidoro. Al latino, infatti, si è sempre rinfacciata la sua inutilità, perché questa disciplina viene percepita come insieme astratto di regole che, acquisite mnemonicamente, non avranno mai alcuna ricaduta nella vita pratica. Ma se partiamo da questa errata convinzione, chiediamoci piuttosto, prima ancora di “Che me ne faccio del latino?”, che cosa è il latino. Ci risponde Nicola Gardini che nel suo bel libro, intitolato ironicamente “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”, dice: “Il latino è la lingua dell'antica città di Roma e della civiltà che vi si è originata e di lì si è espansa nel corso di numerosi secoli su un territorio assai ampio, il cosiddetto impero, diventando mezzo di espressione e comunicazione per gran parte dell'umanità, in forma scritta e orale, e fornendo ancora nell'età moderna, pur molto tempo dopo che il latino parlato ha dato luogo a idiomi distinti (le cosiddette lingue romanze), un mezzo espressivo a poeti, letterati e studiosi di varie discipline. Il latino è la lingua delle istituzioni giuridiche, dell'architettura e dell'ingegneria, dell'esercito, della scienza, della filosofia, del culto e – quel che qui più interessa – di una florida letteratura, che è servita da modello a tutta la letteratura occidentale dei secoli successivi.” (2) Se riflettiamo su tutte le considerazioni che l'Autore ci propone, appare allora chiaro che se è vero, come sostiene la prof.ssa Giannalia, che per avvicinare i nostri studenti a questo mondo così ricco e straordinario la didattica del latino va completamente ripensata; è anche vero, e qui so bene che risulterò sgradita a molti, che attraverso lo studio del latino, e di tutto quel mondo che esso consente di conoscere, deve passare pure un altro insegnamento: e cioè che non tutto è facile e immediato, che non tutto può essere affrontato con quella superficialità che spesso degenera nella cialtroneria e che certe attività richiedono rigore e disciplina, se si vuole che siano davvero produttive. E qui sono ben consapevole che molti, soprattutto se genitori di dolescenti che decidono in quale tipo di scuola iscrivere i propri figli, storceranno il naso. Non possiamo infatti nasconderci che, ultimamente, l'educazione che i genitori hanno deciso di impartire ai propri figli è, nella maggior parte dei casi, volta ad evitare qualsiasi ostacolo possa provocare delusione e frustrazione nel ragazzo. Chi legge e insegna sa bene che, da una decina d'anni a questa parte, nelle nostre scuole si assiste ad un continuo trasferimento da un corso all'altro da parte di studenti che vanno alla ricerca di quella classe perfetta, nella quale tutti i docenti dimostreranno di saper riconoscere, e adeguatamente apprezzare, il loro straordinario ingegno. Chi insegna sa bene che questo malcostume, che getta discredito su alcuni docenti che commettono magari l'unico errore di voler valutare le conoscenze e le competenze dei propri alunni, viene avallato dai dirigenti scolastici che, timorosi di un calo delle iscrizioni, sono disposti ad accogliere qualsiasi richiesta e a soddisfare qualsiasi pretesa. Sono quelli stessi dirigenti che esortano i docenti ad accogliere l'indirizzo delle scienze applicate che aumenterà l'offerta formativa dell'istituto, sostengono recitando accuratamente la loro parte, per poi aggiungere, senza vergogna, che gli studenti, del resto, hanno paura della versione di latino... Mi chiedo: ma non hanno paura anche del compito di matematica? Perché non decidiamo, allora, di abolire questa disciplina dal curricolo? Mettendo da parte una certa vis polemica, alla quale non riesco a sottrarmi del tutto essendo io parte in causa, mi sento però di aggiungere un'ulteriore considerazione. Attraverso lo studio del latino si entra in contatto con una straordinaria civiltà che, ancora oggi, ha tanto da dirci e tanto su cui farci riflettere. Studiare una civiltà, sia antica che moderna, non può che costringerci a interrogare noi stessi sulla nostra civiltà, sui valori nei quali crediamo e che ci sforziamo di seguire. Studiare i testi di autori che ci sembrano tanto lontani ci aiuta a maturare e ad acquisire uno spirito critico che dovremmo imparare ad esercitare sempre, per evitare che siano altri a farlo al nostro posto decidendo per noi. Che i nostri ragazzi diventino persone consapevoli a chi fa paura? (1). Salvatore Settis, Futuro del “classico”, Einaudi, Torino 2004, pag.16 (2). Nicola Gardini, Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, Garzanti, Milano 2016, pag. 19

mercoledì 12 ottobre 2016

Paola Soriga: La stagione che verrà. Einaudi stile libero-Torino 2015, pagg.155

C'è , nelle pagine di quest'ultimo romanzo di Paola Soriga una continuità, forse inconsapevole, con il tema del viaggio, o meglio, del ritorno nell'isola, la Sardegna, comune a molti giovani scrittori sardi. La vicenda narrata, che non è una vera storia, si può riassumere molto brevemente in poche righe: tre amici, Dora , Agata e Matteo, dopo avere abitato in diverse città per studio e lavoro, decidono per motivi diversi , di tornare nell'isola dalla quale sono andati via per sfuggire a quell'insularità che rende difficile spostamenti e confronti. La decisione matura lentamente attraverso una sorta di riflessione sulle rispettive vite segnate da provvisorietà e sospensioni sconosciute alla precedente generazione dei loro padri e delle loro madri. Agata, pediatra a Pavia, aspetta un figlio da un uomo che rifiuta di essere padre; Matteo che insegna a Bologna, appena scopre di essere malato, decide di tornare a vivere a Cagliari; Dora ha vissuto in molte città le cui suggestioni connotano la sua esistenza. Dora fa da collante nella vita degli altri due amici e la convivenza nella città isolana non è decisa per la paura di dovere sopportare una dirompente solitudine , ma per condividere e dare continuità al loro rapporto. Il romanzo si costruisce attraverso dialoghi brevi e brevissimi ma soprattutto attraverso i pensieri di Dora che racconta e si racconta, riflette e ri-costruisce episodi di vita personale ma anche di relazione con i due amici. In questo avvicendarsi di pensieri, l'autrice passa con disinvoltura dall'io narrante che, a tratti, si rivolge ad un "tu" interlocutorio , al narratore esterno che puntualizza e contorna aspetti di vita condivisa. "Io sono tutte le persone che ho conosciuto": questo è l'incipit del libro. Ed è qui che Paola Soriga focalizza il senso del suo girovagare. Brevi descrizioni di personaggi e di città che l'autrice tratteggia con poche parole, inframmezzandole con le parole di tutte le canzoni che Dora si canta dentro mentre si racconta al lettore. Il mondo descritto è il presente abitato da questi giovani: in Dora, Agata e Matteo si coagula la vita girovaga, precaria e priva di apparenti punti di riferimento di un'intera generazione. E' il labirinto emotivo e territoriale abitato da questi giovani, la cui storia mostra molto chiaramente il ribaltamento delle certezze che hanno caratterizzato la vita dei loro padri. Alla precarietà del lavoro corrisponde la precarietà dei rapporti di vita. Si fa spazio, nelle pagine del libro, l'idea che non esista il futuro. Il futuro in quanto categoria di pensiero non viene neppure contemplato nell'assenza totale di progettualità. Per certi versi, questo di Paola Soriga, è un romanzo disperante e al tempo stesso positivo. Disperante per il pubblico di lettori della passata generazione che mai avrebbero potuto immaginare se stessi immersi in un mondo lavorativo liquido e fluttuante, positivo perché le pagine del libro non sottendono posizioni negative rispetto alla modalità di vita narrata, priva di riferimenti. Anzi. Dora, la protagonista, l'io narrante di questa storia, canta continuamente dentro di sé e a sé parole e ritmi di tutte le città abitate e sembra che nessuna delusione possa destabilizzarla. La scrittura stessa, frammentata e convulsa, comunica al lettore un'avidità di vita e una voglia di consumare i rapporti, che non possono lasciare spazio al pessimismo. Alla tristezza, sì, allo scoramento talvolta. Ma l'ansia di vivere è più forte di ogni negatività. E' uno sguardo positivo quello di Paola Soriga. Si vede inoltre che l'autrice proviene da una lunga dimestichezza con le letture poetiche. A tratti, le citazioni di Caproni e Montale fanno da chiusa alle espressioni prosaiche e prosastiche della protagonista Dora. Come d'altra parte è riportato anche nella pagina delle note e dei ringraziamenti. Lo stile narrativo, il registro linguistico accomunano l'autrice ad altri giovani narratori sardi che proprio dalla lettura del grande Sergio Atzeni, traggono spunto ed ispirazione.

domenica 2 ottobre 2016

Il viaggio e il sogno: alla scoperta di Londra

Il mio sogno a vent'anni si chiamava Londra, aveva il suono dei Beatles, la spensieratezza dell'isola di White, i colori delle minigonne di Mary Quant, le forme evanescenti di Twiggy, la libertà sessuale, lo shopping a Soho e gli spettacoli a Piccadilly circus. Quando un sogno concepito a vent'anni si realizza quarant'anni dopo, è necessario che cambi il sogno o l'aspettativa? Non lo so. Io son partita e basta, pronta a meravigliarmi e lasciarmi incantare come a vent'anni. L'aspetto più inatteso del mio viaggio mi si rivela subito: per mia scelta vado a stare in una casa nel punto d'incontro del territorio tra Chesam e Amersham, due cittadine situate nella zona nove della metropolitana di Londra. Nella zona dei boschi, dove della città non arriva più nemmeno l’eco. Dove la gente ogni mattina prende il treno, poi la metro, poi cambia treno, e finalmente raggiunge il posto di lavoro. La mia prima Inghilterra è stata la vita nel cottage immersa in un silenzio verde, costellato dai ritmi della natura. Ho visto "gli inglesi" dei due paesini, la loro vita quotidiana, ho condiviso gli stessi supermercati e lo stesso unico pub. E ho mangiato lo stesso gelato. Mi avevano detto dell'indifferenza degli inglesi, ho trovato invece la differenza, la differenza della civiltà, quando cioè la civiltà passa dall'essere imposta ad essere spontanea. Mentre metto dentro i sacchi della spesa gli alimenti che ho appena acquistato, non c'è nessuno che mi "prega" di farmi in là. Un signore anziano aspetta che io abbia finito di deporre l'ultimo pacco di biscotti prima di avviarsi dietro di me verso l'uscita. Una sorridente ragazza bianca e rossa (sorella di biancaneve, penso) mi serve un gelato rivolgendomi la parola nella sua lingua che io capisco molto all'ingrosso, e poi dopo il mio "grazie" in italiano , mi dice I like Firenze, I like Italy e di quello che mi ha detto dopo ho capito solo il sorriso. Londra. L'ho vista prima di tutto in metropolitana. Affollata di tutto il mondo. Giovani e meno giovani, silenziosi, rispettosi, non una voce fuori tono. L'ho visto nei volti di indiani, pakistani, africani, giapponesi, cinesi, e qualche inglese, così, uno ogni tanto, giusto per i capelli biondi e la pelle chiara, ma potevano essere anche cittadini europei dell'est o dell'ovest, fa lo stesso. Poi il Big Ben. E' la prima cosa che ho visto e sentito. E Westminster, l’abbazia. E le tombe dei re e delle regine, le lapidi dei poeti, quella di Geoffrey Chauser, messo lì non perchè abbia elevato la lingua anglosassone a dignità letteraria, come avevo studiato a scuola, ma, come mi ha detto la guida, perché era stato un oculato e attento amministratore dell'Abbazia. Il Tower Bridge, simbolo di questa città operosa, capolavoro di ingegneria meccanica e idraulica, a ridosso dell'area della Torre di Londra fortezza medievale turrita e murata. Piena di ragazzini che si divertivano con gli spettacoli interattivi fatti apposta per loro. Un banditore e un soldato, le parole non le ho capite, mio retaggio culturale della scuola italiana che ci insegnava il francese , lingua di cultura, e non l’inglese, lingua commerciale. E così l’inglese non sono più riuscita ad impararlo. E con le quattro parole rabberciate che conosco ho cercato di comunicare le cose di base. Ma in fondo ho capito lo stesso, perché la lingua non si coglie dalle sfumature eleganti dei ragionamenti , ma dalla necessità di capire e farsi capire. Vedere Londra dal Tamigi mi fa un effetto spiazzante: tutte le costruzioni a destra e a sinistra del fiume, affastellate in mille stili diversi: l’antico e l’ultramoderno del piccolo “cetriolo”, dei palazzi di vetro, delle costruzioni avveniristiche dalle architetture audaci, mi lasciano basita. Abituata a vedere i centri storici delle nostre città, omogenei nelle linee delle strutture architettoniche e nelle strade, non sono preparata a percepire tutto questo post moderno.
Poi mi accorgo che è una precisa scelta. La città vecchia vive e pulsa all’unisono con quella ultramoderna senza soluzione di continuità. Non ero preparata al traffico, agli autobus e alle miriadi di taxi neri sfreccianti in tutte le strade. In questo che percepisco come caos iniziale, vedo una logica , un senso. E così agli spazi cittadini intensi e vivi di movimento, corrispondono gli spazi verdi, tranquilli dove trovare un momento di quiete anche nella pausa pranzo, come si vede da impiegati di tutti i tipi che, alla una del pomeriggio, stendono sull’erba un plaid e tirano fuori il pranzo dal cestino, sdraiandosi in giacca e cravatta gli uomini e in gonna e tacchi le donne. Sapersi godere la vita, penso, anche in mezzo al lavoro. Ecco. Una cosa così noi non la concepiamo neppure. No, aspetta, noi di Cagliari, sì. Abbiamo il Poetto dove andare a mangiare nelle pause pranzo. Ma nei baretti e sui tavolini, non certo nella sabbia a ridosso del mare. Vado a vedere il Globe Theater shakespeariano, ricostruito, guarda un po’ con soldi raccolti scrupolosamente da un americano, mica da un inglese. Però eccolo lì. Le spiegazioni sono meticolose fino alla pignoleria, la visita guidata dura un sacco di tempo perché la guida ci tiene a fare bene il lavoro per cui è pagata. E ti dice e ti spiega fino all’ultimo sedile, come è costruito e perché, cose che in fondo non vuoi neppure sapere, non te ne importa, ti basta dare un’occhiata globale. Ma no. La guida il suo lavoro lo deve fare e lo fa e coinvolge i turisti con battute che io non capisco ma che posso solo immaginare. Poi vai a Windsor, il castello inglese per antonomasia, medievale, imponente. La regina apre i suoi spazi privati a tutti i cittadini inglesi e non, basta che paghino l’ingresso. Ma la gentilezza del personale e l’accoglienza vale tutto il viaggio e i soldi spesi. Tu dici ma si può vedere che una regina apra la sua casa le sue stanze, che si vendano i souvenir con la sua faccia stampata dappertutto, anche sugli strofinacci da cucina? E sì per i suoi novant’anni giubilari, la regina ha fatto questo e molto altro. D’altra parte la gigantografia che la ritrae all’ingresso del castello, non mostra una donna dall’aspetto regale con la corona in testa, ma una donna anziana in blazer e scarpe comode attorniata da tutti i suoi pronipoti. Ecco questo concetto di regalità mi è stato chiaro solo lì.
L’imponenza del castello, le linee pure dell’architettura medievale, quelle sì, riconducono all’idea di maestà, l’erba verde dei giardini è la stessa però di tutti gli altri parchi cittadini. Mi colpisce lo slogan nella metropolitana e nei treni: vuoi vedere il mondo? Vieni a Londra. Capisco il perché. Tutto il mondo lì è a casa sua. E allora pensi a come abbiano potuto, gli stessi inglesi, votare per la Brexit. Ma come? Vogliono separarsi dal mondo? O forse il mondo che c’è a Londra è separato già dal resto del Regno Unito? Si dice che gli inglesi ci tengono alle tradizioni. Il mio sogno erano i Beatles e tutto quanto era dentro l’atmosfera degli anni sessanta e settanta. E adesso? Questo sogno si infrangerà con questa realtà? E tutti i ragazzi di tutti i colori che lavorano nei bar, nei pub, nei ristoranti, nelle librerie, nei fast food, nelle stazioni metropolitane, nei bagni pubblici, non saranno più inglesi degli inglesi? Non tengono pulita la città, non nutrono i milioni di uomini e donne che transitano quotidianamente in questa megolopoli? Beh, io alla BREXIT non ci credo. Non può essere . Forse Londra non è tutta la gran Bretagna. Sono ormai alla fine del viaggio. Sono nel taxi che da Londra mi porta a Heathrow, sono le cinque del mattino, ai lati dell’autostrada, nell’alba ancora livida, solo fitti alberi gocciolanti di pioggia, canticchio tra me e me la canzone di John Lennon Imagine there’s no countries It isn’t hard to do Nothing to kill or die for And no religion too Imagine all the people Living life in peace… Anche questo, forse, rimarrà un sogno.

lunedì 19 settembre 2016

Presentazione del libro "Isole e voci"

"La Sicilia, direte voi. E’ vero. In questi racconti c’è la Sicilia, perché è da lì che viene l’Autrice, sebbene viva in Sardegna da quarant’anni e più. Ma è impossibile dimenticare il luogo d’origine, quello in cui si è vissuta la propria infanzia e la propria giovinezza. E la Sicilia c’è e rimane sullo sfondo con i suoi profumi, con le sue suggestioni, con il sole torrido, con il caldo soffocante che fa attaccare gli abiti addosso per il sudore. C’è la luce spietata, crudele, che riporta alla memoria certe pagine di Verga che ha descritto la Sicilia matrigna, restia a concedere agli uomini i suoi doni, la Sicilia dalla quale però è difficile allontanarsi. Ciò è ben chiaro nella novella “Emigranti”, costruita come una tragedia classica, in cui fanno da parodo le chiacchiere della gente, convinta che sia inutile abbandonare la propria terra, tanto non c’è altra patria se non la Sicilia, dove i protagonisti torneranno per essere seppelliti. Il punto di vista privilegiato è quello di coloro che osservano e tranciano taglienti giudizi. Così come in “Requiescant”, in cui il chiacchiericcio dei presenti al funerale viene accostato all’urlo, improvviso e straziante, della madre del defunto. Pettegolezzi e dolore vengono messi sullo stesso piano, così come fa la vita che, secondo un gioco tutto suo nel quale gli uomini non hanno gioco alcuno, abbina le gioie alle sofferenze. Oppure il punto di vista scelto dal narratore è quello di una bambina, come in “Tanino”, raccontata in modo abilmente allusivo per arrivare, solo nell’ultima frase, allo svelamento della verità. Poi c’è Venezia, l’altra isola cui fa riferimento lo stesso titolo della raccolta. Il paesaggio cambia. Compare l’acqua, ristoratrice. La nebbia rende evanescenti i palazzi e i canali. Il freddo si fa pungente. A Venezia sentiamo altre voci, che si esprimono in una lingua più dolce ma che non sono comunque troppo dissimili da quelle che abbiamo sentito in Sicilia. “Melchiorra” è la donna siciliana sfruttata da tutti, inconsapevole della sua condizione. La sua vera tragedia è la solitudine. E non è meno sola la donna di cui si parla in “Polifonia in Campiello”, storia a più voci che ci propone la stessa vicenda da diverse angolazioni. E non è forse solo il protagonista di “Il reduce”, condannato a pagare per colpe non sue? Per colpe che, in realtà, nessuno ha commesso e che la vita, beffarda, ha deciso di assegnare a suo piacere. La raccolta si chiude con quattro racconti ambientati in Sardegna. Il maestrale si fa sferzante, vediamo il mare, l’inflessione cambia. E sentiamo altre voci. Particolarmente inquietante è quella del protagonista di “Le sorelle”, malato di inettitudine che, per una volta nella vita, decide di agire e di piegare il destino al suo volere. Così come decide di fare Giulia, nel racconto “Dimenticanze”. Il cerchio si chiude. Il racconto è stato iniziato da una voce di bambina. Si conclude con una voce fuori-campo che parla di una donna anziana e sola. Sola come un’isola. " Antonella Pingiori

mercoledì 14 settembre 2016

Televisione e premi letterari

L'assegnazione del premio Campiello, su Rai 5, alla scrittrice Simona Vinci col libro " La prima verità" è stata inserita all'interno di uno show condotto da Geppi Cucciari e Neri Marcorè.
Dico uno show perché tale mi è sembrato, per una scelta precisa della regia di dare a questa cerimonia una veste che non le è propria.
Forse nel tentativo di coinvolgere un più numeroso pubblico televisivo, si è fatta la scelta di creare una mélange di presenze da palcoscenico che poco o nulla c'entrano con lo spirito di una premiazione letteraria.
Capisco che la televisione debba sapere raggiungere una vastità di pubblico per giustificare evidentemente l'apparizione di scrittrici e scrittori che parlano di letteratura all'interno di un mezzo che per sua natura è rivolto al vasto pubblico, ma ciò che si è percepito sabato scorso è strato lo stridore  poco armonico tra due livelli di argomenti che stanno tra di loro come il diavolo e l'acqua santa. Non per essere polemica a tutti i costi con una televisione pronta a declinare i suoi palinsesti e le sue trasmissioni al grosso gusto  di un pubblico grosso, che costituisce lo zoccolo duro dello spettacolo televisivo, ma non si potrebbe fare una scelta coraggiosa di mantenere nell'alveo preciso e consono una manifestazione che poco si presta per sua natura a interessare  grandi numeri? Ma  RAI 5 non si è creata  per trasmissioni culturali? Qual è il bisogno assoluto di volere a tutti i costi coinvolgere chi non ha alcun interesse per la letteratura, per i premi, per i libri e per tutto ciò che riesce ad esprimere la bellezza delle parole? Si capisca una volta e per tutte che non sempre la bellezza letteraria, come quella artistica, può essere per forza volgarizzata. Il pubblico di Rai 5 è e rimane comunque un pubblico di nicchia, per usare un termine abusato, e non è certo con le battute della Cucciari  con il contrappunto, in verità un po' fuori luogo e spiazzante di Neri Marcorè che la trasmissione ha avuto uno share più alto.
Forse si potrebbe qualche volta abbandonare questa idea del forzato coinvolgimento delle masse per lasciare all'assegnazione del premio Campiello il posto che merita. Un posto più consono al suo naturale pubblico che certo non si aspetta di passare una serata di divertimento leggero, ma di potere sentire qualcosa di letterario.
Se un utente interessato si sintonizza su Rai 5 per assistere ad una premiazione letteraria, questo si aspetta: sentire parlare gli autori della cinquina dei finalisti che espongono il loro punto di vista sulle proprie opere e magari i giurati che leggano le motivazioni delle scelte. Non certo battute pseudo-intellettuali né i numeri dei voti, sullo stile di Amici, trasmissione di canale 5 che , (questa sì fa altissimi numeri di share e potrebbe anche bastare a ricoprire il fabbisogno di leggerezza maniacale che caratterizza le televisioni, tutte le televisioni) le votazioni letti dalla notaia in minigonna che poco ci azzecca con tutto il resto. 
Francamente non credo che di tutta questa nuova mise en place di sabato scorso al malcapitato telespettatore di Rai 5  , sia importato molto. Anzi, credo che abbia ritenuto il tutto molto noioso. Come, d'altra parte, il grosso pubblico che si voleva raggiungere, non è certamente rimasto legato al divano nella visione spasmodica  di tale spettacolo.
Insomma, smettiamola di volere salvare la capra e i cavoli.

sabato 20 agosto 2016

Scrivere poesia è rappresentare gli eventi così da far scomparire il presente




L'arte vera del poeta è in grado di rappresentare gli eventi in modo così veritiero
che il lettore ha l'impressione di vedere scomparire il presente e tutto ciò che lo circonda e non solo sente di trovarsi di fronte a un'opera d'arte, ma resta talmente colpito dalla sua chiara naturalezza che dimentica persino di avere a che fare con una creazione artistica e partecipa all'evento in prima persona. Il lettore si comporta come quell'uomo che, osservando in una scatola ottica uno splendido paesaggio, si addentrò in esso a tal punto da credere di sentire il profumo dei fiori e il leggero stormire delle foglie. Non dovrà avere vergogna, quest'uomo, se mille altri guardando nella scatola ottica non vedranno che un'immagine. Ogni opera d'arte deve trovare chi la sappia osservare e deve essere giudicata secondo il proprio criterio. C'è chi si avvicina a un'opera d'arte con l'intenzione di giudicarla. È questa un'impresa sciocca in quanto, proprio sforzandosi di ragionareimmediatamente su tutto quanto si percepisce, ci si sottrae alla magia che ci sta per afferrare e il nostro giudizio finisce per diventare freddo. Ma le opere d'arte non sono che due tipi: quelle che ci avvincono e ci coinvolgono e quelle che, nonostante le critiche positive e gli elogi, non suscitano nessuna eco nel nostro animo. Solo quelle del primo tipo meritano di essere considerate vere opere d'arte, le altre lo sono soltanto di nome. 

Rainer Maria Rilke
Tutti gli scritti sull'arte e sulla letteratura
Il viandante. Sviluppo delle idee e significato della poesia goethiana
a cura di Elena Polledri
Bompiani - Il Pensiero Occidentale 2008


Tratto dal blog di Elena Petrassi "Frammenti del tredicesimo mese" in


mercoledì 17 agosto 2016

Isole e voci-Il mio primo libro di racconti

Questo è il mio primo libro di racconti, pubblicato  in una nuova edizione  per Youcanprint

Per visualizzare, andare al sito di Youcanprint all'indirizzo:
http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/isole-e-voci.html

Sarei veramente grata a tutti coloro che volessero anche solo rilasciare una recensione.
Per scrivere una recensione direttamente nel sito di Youcanprint, basta andare all'indirizzo:
http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/isole-e-voci.html
e scrivere nel riquadro: scrivi una recensione.
Mi darete una grande gioia se,dopo avere letto il primo racconto, voleste darmi il vostro parere.
A tutti gli interessati lo posso inviare, dietro richiesta, in versione pdf. Potete richiedermelo con una e-mail direttamente da google.
La presentazione del libro è prevista per la fine di settembre.
Ne darò comunicazione direttamente nel blog e nella mia pagina fb.

Grazie a tutti.
Maria Rosa


domenica 31 luglio 2016

Vuoi chattare con me?


                                                                La foto viene da qui

Sempre più spesso mi succede che, aprendo la mia posta elettronica, trovi dei messaggi con questo oggetto: Roberto è il tuo smart macht. Dagli un’occhiata.
Se, incuriosita, guardo,  mi appare un’immagine di un uomo, tra i 60 e i 70 anni e sul lato destro della sua foto la frase Roberto vuole chattare con te oppure Roberto cerca donne tra i 50 e i 70 anni, oppure ancora solo una frase generica del tipo: ciao, ti va di chattare?, o infine nulla. Foto e basta.
Tutto ciò mi porta a fare riflessioni che spaziano tra il chiedermi cosa cerchi Roberto  da donne tra i cinquanta e i settanta anni e che cosa pensa di trovare in questa sua spasmodica ricerca.
Capisco i cinquanta: parecchie star della TV si profondono in affermazioni rincuoranti e rassicuranti, soprattutto per se stesse: la donna a cinquanta  anni, dicono.  è ancora un fiore, nel pieno della sua giovinezza, del suo charme, della sua vitalità sessuale.
Ma a settanta? Cosa si aspetta un uomo da una donna di settanta anni?
E poi perché una settantenne che, si presume, abbia una famiglia, dei figli, dei nipoti, e per il carico d’età non sia più suscettibile agli allettamenti di sconosciuti, per lo meno se è riuscita a tesaurizzare le sue esperienze in fatto di uomini, debba proprio andare ad impiegare il suo tempo con un Roberto sessantasettenne o , non so, un Giorgio sessantanovenne? Per parlare di cosa?
Mi ricordo che, intorno alla metà degli anni ’90, quando questo genere di comunicazioni era una  novità , si entrava in una chat room e lì si trovavano numerosi perditempo che  scambiavano frasi del tipo: quanti anni hai, come sei vestita, che lavoro fai e altri particolari che potete immaginare, spingendo la propria curiosità fino al limite della decenza. In genere erano tutti giovani magari un po’ frustrati.  Ma giovani.
Adesso la rete è appannaggio di tutti, anche dei novantenni. I quali, per carità, possono saggiare la propria abilità con questi media e magari averne grande soddisfazioni, per lo meno in termini di svago o di cultura.
Ma mi piacerebbe capire cosa cercano tutte queste persone a, che possiamo realisticamente definire anziane, nella ricerca di contatti in rete.
Se gli va bene, presumo possano trovare qualche signorina che avrà i suoi buoni motivi per lanciarsi in uno scambio intellettual-chic con un uomo di sessantacinque-settantanni.
Questo lo presumo io, naturalmente.
Ma mi do un certo beneficio d’inventario. 
Capisco un po’ meno il sessanta-settantenne che cerca donne coetanee. Di cosa possono parlare in chat?
Mi figuro conversazioni sulla interpretazione figurale della Divina Commedia o sulla kantiana critica del giudizio. O altre cose similari. 
Poi ci sono anche degli annunci di uomini relativamente giovani che cercano di chattare con donne tra i sessanta e i settanta anni. Ammesso che le signore in questione rispondano, cosa direbbero  loro? 
Mi sorge il dubbio che tutto questo possa essere un’ennesima trovata della rete, per sollecitare e incrementare la partecipazione dell’utenza per ammannire, durante le chattate, vagoni di pubblicità.
Perché altrimenti, come si spiegherebbe questo reiterato interesse, da parte della stessa rete, che periodicamente continua ad inviare, senza sosta alcuna e senza scoraggiamenti di sorta, ulteriori altri avvisi? Con un unico messaggio: Roberto o Giorgio, o Federico o Andrea o chiunque altro, sta aspettando la tua risposta.
Io vorrei dire a questa pletora di uomini, se esistono nella realtà: fatevene una ragione, non avrete mai risposte. Almeno è quello che mi piacerebbe avvenisse.
Mi è lecito a questo punto pensare che ancora questo Roberto, o come cavolo si chiamino tutti gli altri, non abbiano trovato il posto dove meritano di andare e, in questa speranza, con un ultimo disperato click, continuerò a cestinare le loro richieste.
E questa la chiamano comunicazione.

lunedì 25 luglio 2016

Che me ne faccio del latino?

Nella Repubblica di domenica 17 luglio 2016, un articolo di Mariapia Veladiano ”Quella scelta al ribasso che alla lunga non paga”, fa riflettere i lettori sul calo di qualità dei licei italiani dopo la riforma che ha introdotto, nei licei scientifici, l’abolizione del latino come insegnamento curricolare, a favore di altri insegnamenti dimensionati più sugli aspetti tecnico-scientifici che su quelli umanistici. La Veladiano conclude la sua analisi dicendo che una ricerca di maggiore “leggerezza” della scuola italiana non può prescindere dalla qualità dei contenuti disciplinari. E in particolare afferma “ qui viene da pensare che non sia ancora avvenuta nella didattica del latino una rivoluzione come quella che ha felicemente rivoluzionato la didattica delle lingue moderne”.
Io vorrei prendere spunto proprio da quest’ultima affermazione per analizzare cosa si è fatto nella scuola e in particolare nei licei, da una ventina d’anni a questa parte a proposito dell’insegnamento del latino e del perché, a mio avviso, ci sia stato un vistoso spostamento degli studenti italiani, prima dai tecnici verso i licei e poi dai licei tradizionali a quelli riformati.
Inizio da quest’ultima questione. 
L’esodo che abbiamo conosciuto dagli istituti tecnici verso i licei, inizia intorno più o meno alla fine degli anni novanta, quando il diploma rilasciato a conclusione del corso di studi tecnici e professionali, non permetteva più l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, così come era avvenuto tra gli anni ’70 e ’80, quando ancora la crisi economica non si era abbattuta con violenza sulle nostre attività industriali e aziendali.
Il diploma rilasciato dagli istituti tecnici, che era considerato, nella seconda metà del secolo scorso, una qualifica abbastanza importante, testimone effettivo di una competenza teorica e pratica  rispondente ai bisogni del mercato del lavoro, con il precipitare della nostra economia, perse progressivamente importanza poiché non più spendibile né nell’immediato né nel futuro.
Pertanto, una parte degli studenti che fino ad allora afferiva a questa tipologia di istituti, ritenne di dovere completare la propria formazione con una qualifica maggiore attraverso un regolare corso di studi universitari e il conseguente diploma di laurea; un’altra parte, forse la più consistente, abbandonò ogni velleità di ricerca di lavoro in linea con la propria qualifica e iniziò a cercare un lavoro qualsiasi, purché retribuito.
Indipendentemente dalla congruenza tra le preferenze personali e le scelte del corso di studi medi superiori, una buona parte di giovani continuò il proprio percorso formativo negli istituti tecnici, perché lo sbarramento nei licei, rappresentato dalla consistenza oraria dell’insegnamento delle materie umanistiche, veniva ritenuto sia troppo difficile sia non efficace nella prospettiva di lavoro.
E’ avvenuto che tali istituti tecnici e ancor più gli istituti professionali, avendo perduto la loro finalità formativa immediatamente spendibile, prestarono il fianco ad una svalutazione di quei corsi di studi in senso stretto e ad una maggiore praticabilità in senso lato da parte di quegli studenti che in un modo o nell’altro pensavano di dovere concludere col diploma di scuola media superiore la loro formazione scolastica.

Ed è a questo punto allora che una certa parte di studenti, magari sollecitati dalle famiglie che volevano a tutti i costi per i propri figli un diploma di qualità, iniziano a cambiare rotta, cercando nella frequenza dei licei quello status sociale e formativo che ormai scarseggiava negli altri istituti superiori. Ma qui naturalmente il barrage ai licei scientifici era costituito dallo studio del latino. L’insegnamento del latino in questi licei, non si è mai caratterizzato con un approccio alla lingua e alla cultura diverso da quello posto in essere nel liceo classico.
Diciamo che il curricolo caratterizzante del percorso liceale è stato centrato su due aspetti essenziali: l’insegnamento della lingua latina che, almeno nell’intenzione del legislatore, doveva essere finalizzata alla lettura diretta dei classici e lo studio della civiltà latina attraverso percorsi antologici.
Forse solo una questione di quota oraria dedicata al latino costituiva, di fatto, la differenza tra classico e scientifico. Meno preponderante è stata invece la quota-ore nei licei delle scienze umane e nel liceo linguistico, dove pure si insegna questa materia.
Ogni docente di latino sa quanto sia ostico il percorso di lingua e grammatica per gli studenti, basti, per questo, vedere gli esiti finali quadrimestrali della maggior parte di essi, anche se , di fatto, alla fine dell’anno, motu pede, molti studenti vengono ugualmente promossi alla classe successiva.
Ma quanto formativo rimane questo percorso? A detta degli studenti il latino è una materia inutile che fa perdere tempo, che costringe a spremersi le meningi in un esercizio tanto inefficace quanto vano, del quale molti di loro non afferrano la necessità.
A questo punto allora la domanda che si impone è: ma perchè iscriversi al liceo? Perché gli studenti non scelgono altri percorsi più consoni alla loro disposizione mentale e alle loro preferenze? 

Da una parte l’istituzione-scuola ha dato una risposta molto semplicistica e squalificante abolendo tout court il latino da alcuni indirizzi del liceo scientifico, con conseguente e  graduale svuotamento e svilimento della strutturazione generale di quell’idea di liceo, dall’altra non operando una vera e propria rivoluzione nella didattica del latino, di cui parla la Veladiano.
Sarebbe come dire che , per evitare gli incidenti automobilistici, dovessimo abolire le auto e andare tutti a piedi.

Ma in che modo avrebbe potuto darsi questa rivoluzione?
E’ questo il problema più spinoso e più difficile da affrontare e che , a mio avviso, né i docenti, né l’istituzione, vogliono e sanno affrontare veramente. Perché? Quali sono gli impedimenti che frenano tale rivoluzione? Uno solo e grandissimo forse: il cambiamento di mentalità e di prospettiva, il mettersi in gioco ogni giorno sperimentando, sulla base degli studi di didattica che pure sono stati fatti con grande perizia e coraggio da alcuni docenti in questi ultimi vent’anni ( cito qui solo una delle tante risorse disponibili in rete ).
Studi che non sono “aria fritta” per dirla con l’espressione che spesso viene utilizzata  da molte parti interessate a proposito della formazione. 
Ma soprattutto, mi chiedo,  perché i percorsi di formazione dei docenti sono così tanto trascurati? Eppure le istituzioni preposte hanno investito risorse umane ed economiche veramente cospicue in questi ultimi anni, ma la ricaduta è sempre, inesorabilmente, drammaticamente pari allo zero.
Qualcosa non va bene. 
Più di qualcosa: è l’idea stessa di scuola che lo stato non potenzia, investendo male  e  solo attraverso quei pezzettini, quei contentini, quei pannicelli caldi che sprecano solo risorse ma che non servono a nulla.

Altrimenti perché ancora oggi una buona parte dei docenti di latino si ostina a insegnare con protervia la declinazione di rosa-rosae, invece di presentare agli studenti quel grande, immenso e accattivante  patrimonio culturale rappresentato dalla lettura dei classici in una lingua che gli studenti possano comprendere? L’italiano, per esempio? E da lì partire per una riflessione a ritroso sulla cultura e sulla lingua che molte università straniere ci invidiano?
Per concludere, quindi, le “scorciatoie all’impegno”, di cui parla Mariapia Veladiano, non sono solo quelle degli studenti, ma di molti docenti e della scuola stessa che non è capace di ripensare se stessa nei termini di valorizzazione di ciò che c’è nel nostro patrimonio culturale, prima che nei termini di abolizione di ciò che è faticoso.


lunedì 11 luglio 2016

Apprendere ai tempi di internet: una sfida?



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Apprendere ai tempi di internet: una sfida?


Che l’apprendimento sia ormai per buona parte sganciato  dai luoghi istituzionali di riferimento,  imprescindibili per la mia  generazione , è un fatto assodato. Non si fa che ripetere questo concetto ad ogni occasione ufficiale e no, nei libri dedicati alla formazione dei docenti come anche nelle trasmissioni televisive , nei giornali divulgativi e in quelli di massa, perfino nei rotocalchi.
La scuola ha preso atto di ciò già da molto tempo, tanto è vero che quelle che fino a venti anni fa, nelle riviste specializzate, erano indicate con l’espressione nuove tecnologie informatiche  ora sono citate molto più semplicemente come tecnologie. L’uso di queste tecnologie, entrato come prassi assodata nella nostra vita quotidiana e nel nostro lavoro, è una di quelle cose che  molti di noi non avrebbero mai immaginato di potere usare in un passato anche molto recente.
Oggi , pensare di farne a meno, è una possibilità che non sfiora la mente di nessuno: comunichiamo, lavoriamo, ci divertiamo, viaggiamo, ci incontriamo, apprendiamo con internet. E se qualche volta , per un guasto improvviso del nostro pc o del nostro cellulare, siamo costretti a farne a meno, ci sentiamo sperduti e stranieri nello stesso mondo di cui poco prima eravamo parte integrante.
E’ dunque conseguente che, massimamente nell’ambito dell’apprendimento scolastico, di internet non si possa più fare a meno.
Tanta letteratura esistente in merito, ci dice come muoverci con queste tecnologie, come struttuare lezioni e Unità di apprendimento, come rendere accattivante e partecipativa una lezione con la LIM, come rendere gli studenti attori principali del loro stesso apprendimento.
Chi   di noi docenti ha fatto l’esperienza di strutturare la propria attività didattica affidandone una parte o tutta alla costruzione collettiva dell’apprendimento da parte degli studenti nei laboratori informatici, sa , per esperienza, quanto tempo ci vuole perché lo studente possa rendersi conto di quali sono i suoi obiettivi, di come li deve perseguire e in che modo deve accedere alla rete per raccogliere, tra tutte le informazioni disponibili, quelle  funzionali al proprio compito.
Fino a dieci anni fa, si parlava di Webquest, in cui , oltre alle indicazioni di carattere contenutistico, venivano forniti anche le procedure da seguire per, eventualmente, risolvere un compito o fare una ricerca (per una idea in merito rimando al sito: http://www.edscuola.it/archivio/comprensivi/webquest.htm).
Prima ancora che introdurre dei modelli di ricerca e affidarne l’utilizzo agli studenti, credo vadano fatte alcune considerazioni : siamo proprio sicuri che lo studente sappia cercare e discernere nella rete ciò che gli serve? E tra tutte le informazioni che gli servono, siamo sicuri che egli abbia la capacità di reperire ciò che è più funzionale e scartare ciò che non lo è affatto? O ciò che sembra funzionale, ma che poi consente solo di perdersi in un eccesso di informazioni che sembrano tutte importanti?
Oggi l’insegnante è gravato da un compito di docenza ben più grave di quello di un suo collega di venti o trenta anni fa. L’accesso facilitato alle informazioni può permettere,  a chi non ha strumenti adeguati , di perdersi nei labirinti della rete.
Il concetto stesso di “apprendimento” ,una volta affidato alla conoscenza dei contenuti e alla competenza del loro uso per elaborare una personale cultura, è stato completamente rivoluzionato dall’introduzione del Web come imprescindibile strumento di studio.
Allo studente che si accosta ad un compito, non viene più richiesta una “conoscenza semplice” e una competenza circoscritta, per il fatto che entrambe le cose non sono efficaci né per elaborare una conoscenza in breve tempo,  ad es. nell’arco di un quadrimestre scolastico, né  in tempi lunghi, ad es. alla fine del corso degli studi intrapresi.
E dunque , cosa si richiede allo studente? Se il suo obiettivo è la conoscenza delle attività svolte durante il corso dell’anno, finalizzata al superamento dell’esame di stato o al passaggio alla classe successiva,  il successo conseguito può essere anche fallimentare ai fini di ciò che servirà, allo stesso studente, una volta completati gli studi, per la ricerca di un’attività lavorativa.
Nella nostra società, infatti, quasi mai avviene ciò che avveniva fino a quaranta o anche trent’anni fa: svolgere effettivamente un lavoro in linea con il proprio corso di studi.
I giovani oggi si devono inventare il lavoro, e anche la semplice ricerca richiede duttilità, capacità di individuare tra le tante strade percorribili, ancorché lontane dalla propria specializzazione,  quella che potrà permettere di capire quali potranno essere gli sviluppi futuri in linea con i propri interessi, con ciò che si sa fare,  con ciò che si potrebbe imparare ancora a fare, con la propria creatività. In altre parole: la lungimiranza e la pianificazione. Quelle capacità che fanno sì che un giovane possa intravedere, in mezzo ai labirinti caotici delle attività possibili, frammentate e complesse del presente, la propria attività futura, in modo  che questa possa veramente essere in linea non solo con le aspettative, ma soprattutto con le proprie capacità.
Credo che questa capacità debba essere appresa a scuola. Anzi, credo che questa sia la conoscenza principale che serve ad uno studente, verso la quale  dovrebbe essere indirizzato il processo di insegnamento dei docenti.
Sapere scegliere tra i labirinti informatici, le informazioni, poche e circoscritte, ma mirate a ciò che serve veramente, è questa  una competenza a cui dovrebbe essere orientato ogni insegnamento disciplinare. In questo senso oggi è molto più complesso il mestiere del docente, poiché quest’ultimo fa fatica ad abbandonare i paradigmi appresi  nella lunga tradizione didattica del nostro paese. I quali, in modo pervicace ed obsoleto, vengono posti in essere continuamente dalle nostre istituzioni, che, se da una parte propongono nuovi orientamenti curricolari,  dall’altra fanno fatica ad abbandonare il consueto, il tradizionale, blandendo in qualche modo il docente e confortandolo nelle sue metodologie, anziché sollecitarlo verso nuove visioni didattiche. Le quali, sono probabilmente sì meno rassicuranti ma , tuttavia,  necessitati dai tempi.