mercoledì 13 dicembre 2017

'A Truvatura

  


                                                                          

 Apro oggi, in questo mio blog, una sezione etichettata " I CUNTI" che sarà dedicata ad un tipo particolare di narrazione. 
   I cunti, nella tradizione popolare siciliana, erano fino a non molti anni fa, i racconti orali, rigorosamente in dialetto, che, specialmente i nonni, raccontavano ai bambini, durante le serate invernali, quando, dopo cena ci si sedeva  attorno o’ cufularu, il braciere, cioè,  che scaldava l’unica stanza dove la famiglia si riuniva per mangiare e, in mancanza dei mezzi tecnologici , tipo la televisione o il computer, di cui oggi disponiamo, per passare qualche ora insieme. 
  Il fascino di questi cunti era affidato alla capacità di affabulazione degli anziani, che, in questo contesto, rappresentavano i soggetti privilegiati del divertimento dei nipoti e di tutti componenti della famiglia i quali spesso si alternavano in questo tipo di intrattenimento. 
   I cunti in Sicilia, come in tutto il sud, rappresentavano un vero e proprio genere letterario orale che prevedeva precise regole in fatto di trama, intreccio e protagonisti.
   I cunti più seguiti e amati erano quelli che narravano le vicende di spirdi e diavuli capaci di affascinare soprattutto i bambini per l’alone di mistero che contenevano e per la stimolazione dell’immaginario collettivo conferito proprio dall’uso rigoroso dei tòpoi (luoghi comuni) condivisi.
  Iniziamo con un cunto raccolto e trascritto in lingua italiana da Giuseppe Perricone.
Lo pubblicheremo a puntate con cadenza settimanale.



Nella foto: 'u cufularu ( piccolo museo del Castello di Castelbuono  di Sicilia)




La foto è stata fornita dall'autore del racconto e inserita col suo consenso.


'A truvatura  
di Giuseppe Perricone


Prima puntata


Un detto che la gente ripete spesso con tono interrogativo all'indirizzo di qualcuno arricchitosi tanto improvvisamente quanto inaspet­tatamente é:
- Ma chi truvò 'a Truvatura? [1]


Ai giorni nostri viene di solito ripetuto con ironia, a volte anche con sarcasmo e altre ancora con sospetto, quasi a volere intendere che si nutrono seri dubbi sulla liceità della provenienza di tali improvvise ricchezze. Fino a qualche tempo fa, invece, non era così che era intesa quest'espressione. Allora, quando anco­ra il Magico e il Soprannaturale facevano parte del quotidiano almeno nelle convinzioni della gente comune, quanto ora si considera irreale, frutto della suggestione, superstizione o, peggio ancora, soltanto volgare ciarlataneria, era ritenuto una normale manifesta­zione di "presenze" o di fatti che sebbene non si riuscissero a spiegare empiricamente, tuttavia esistevano e accadevano.

- 1870 A.D. –

   Mastro Gaspare Lo Monaco, era un bell'uomo sui trentacinque anni, alto, biondo, robusto, occhi cerulei, insomma, un tipico normanno di Sicilia. Giovanissimo era rimasto vedovo di Donna Giacinta e, nonostante la giovane età, era padre di quattro figli, tre maschi e una femmina. Il più grande di loro, Ciccio, aveva circa sei anni,       Damiano, il secondogenito, quattro, Rosina due e Andrea, il più picciriddu, circa sei mesi. Donna Giacinta purtroppo era morta di parto alla nascita dell’ultimo figlio.
   Benché fosse stato molto innamorato della moglie, tanto che il rimpianto di lei non lo abbandonò mai, dopo quasi un anno dalla sua dipartita, Gaspare si risposò, ma solo perché aveva necessità di qualcuno che si occupasse dei bambini mentre lui era al lavoro.
 Anche questa unione durò poco, infatti, circa quattro anni più tardi, ristò ancora vidovo.
Qualche mese dopo questa seconda vidovanza, ebbe modo di concludere un buon affare accattando una casa che da anni non era più abitata.
A quei tempi, Mastro Gaspare era uno dei pochi in paese a possedere più di una casa; ciò era dovuto al fatto di essere uno dei mastri muratori più richiesti e canosciuti sia in paese che nel circondario, Palermo compresa.
La spesa non fu eccessiva rispetto al reale valore dell'immo­bile. Era in pieno centro. L'ingresso principale infatti dava direttamente sulla piazza del paese e il secondario, sul retro, in una stradina che dopo breve tratto si concludeva in campagna.
La casa aveva quattro càmmare tutte comunicanti; le prime tre erano perfettamente allineate e dall'ultima di esse si trasiva nella quarta tramite un ingresso che si apriva nella parete di sinistra. In quest'ultima cammara era stato ricavato uno stanzino per il cabinetto. Alla destra di ognuna delle prime tre c'era un cammarino.
Gaspare, dopo avere apportato alla casa alcune riparazioni resesi necessarie doppo tanti anni di abbandono, vi si stabilì con la famiglia. Adibì la prima cammara, quella che dava direttamente sulla piazza, a soggiorno-sala da pranzo e il cammarino adiacente a cucina; la seconda era la sua cammara da letto col cammarino che fungeva da stanzetta per il piccolo Andrea; la terza stanza era occupata dai due figli più grandi, Ciccio e Damiano e nel relati­vo stanzino venivano riposti gli attrezzi da lavoro. L'ultima era quella di Rosina. L’arredamento della stanza era costituito da un lettino posto subito a sinistra entrando, un pesante armadio a due ante, un tavolinetto appoggiato alla parete di destra, proprio sotto una grande finestra con la grata, e, ai piedi del letto, una sedia, sulla cui spalliera la bimba, prima di coricarsi, riponeva i vestiti che aveva indossato durante il giorno.
Era da circa un mese che la famiglia Lo Monaco dimorava nella nuova abitazione quando una notte furono tutti bruscamente svegliati dalle grida terrorizzate di Rosina. Solo Andrea, il picciriddo, continuò a dormire placidamente.
Non appena Gaspare si fu reso conto che quelle urla proveni­vano dalla stanza della figlia, saltò giù dal letto e vi si precipitò come una furia. Ciccio e Damiano erano già lì che cercavano vanamente di consolare la sorella. Ma questa continuava a urlare disperata e solo quando avvertì la presenza del padre, senza smettere di piangere e stringendosi a lui, as­sunse una espressione rassicurata. Infatti, sentendosi ora al sicuro, prese a inveire con parole apparente­mente sconnesse in direzione della base dell'armadio:
- Tinni vai ora? Ti scanti r’u papà? Brutto vigliacco, fai acchianari arreri a Ancilo! (1)
Gaspare immaginò subito che la figlia aveva "visto" qualcosa o qualcuno che … "non apparteneva a questo mondo".
Portò la bambina nel proprio letto e invitò gli altri figli a riprendere il sonno così bruscamente interrotto e per tranquil­lizzarli, li convinse che la sorella aveva fatto un brutto sogno.
Quando i picciotti si misiru a letto, l'uomo chiuse la porta della loro stanza e con fare persuasivo chiese alla bimba di cuntaricci (2) l'esperienza che aveva appena vissuto, cosa che lei fece subito.
Già da qualche notte la bambina veniva destata da strani rumori che sembravano provenire dall'armadio. La paura la costringeva a rintanarsi sotto le coperte malgrado la curiosità, prerogativa principale dei bambini, la spingesse a verificarne l’origine.
Quella sera, invece, con un grande sforzo di volontà riuscì a vincere la paura che la attanagliava. Non appena quei rumori si fecero risentire, la sua prima reazione fu la solita, ma notando che gli scricchiolii non accennavano a diminuire d'intensità, facendosi coraggio abbassò lentamente le coperte fino a lasciare scoperta la testa e, pronta a ricoprirsi subito al primo accenno di "peri­colo", lentamente la sollevò dal cuscino. Ma, visto che la spalliera della sedia coperta dai suoi vestiti le occludeva la visuale della parte inferiore dell'armadio, fece leva sui gomiti e si sollevò fino a ritrovarsi seduta in mezzo al letto.
Solo grazie al chiarore lunare che filtrava dalla finestra soc­chiusa riusciva a intravedere il contorno dei mobili. Fu così che Rosina guardando in direzione dell'armadio indo­vinò i contorni di una forma umana accovacciata ai piedi di esso. Stranamente un misterioso alone, pur lasciando il resto della camera nella consueta penombra, prese a circondare quell'appari­zione fino a renderla completamente visibile e chiara.
In prossimità del pesante mobile, seduto sul pavimento a gambe incrociate stava un bambino che dimostrava di avere pres­sappoco la stessa età di Rosina. L'abbigliamento lasciava suppor­re che appartenesse a una famiglia piuttosto agiata, infatti indossava una candida camicia abbottonata fino al colletto bordato di fine pizzo; un paio di calzoni corti di colore blu gli coprivano le gambe fin poco sopra il ginocchio e notò pure che non portava scarpe ma solo un paio di calzettoni anche essi bianchi.
I capelli, biondi e lisci, ben pettinati con la riga a sinistra gli incorniciavano il bel viso rotondo, dai tratti regolari.

                                                                               (continua)


[1] Che ha trovato la Truvatura(?

[1] Che ha trovato la Truvatura(?

domenica 26 novembre 2017

Elena Ferrante "L'amica geniale". Qualche riflessione sul testo


La foto viene da qui

Indubbiamente Elena Ferrante è una scrittrice che sa il fatto suo.
Che questo libro abbia avuto tutto il gran successo di pubblico e di critica, dalla sua prima edizione nel 2011 fino ad oggi, dopo tutte le sperimentazioni in fatto di narrativa praticate in Italia, è tanto incredibile quanto inaspettato. Credo forse per la stessa autrice.
Questa la trama: due ragazzine Lila e Lenù, appartenenti alla Napoli dei quartieri  popolari, percorrono insieme la loro adolescenza, non dissimile da quella di tante altre loro coetanee del rione. Lila, figlia di uno "scarparo", è dotata di un'intelligenza fuori del comune per una ragazzina nata e vissuta in un rione proletario di Napoli, e per questo viene presa a modello di vita e di personalità dalla più fragile amica Elena, chiamata in famiglia Lenù, anche lei dotata di ottime qualità intellettuali, ma sicuramente senza la forza di carattere dell'amica. Le due ragazzine, dopo un primo percorso di studi elementari in comune, prendono strade diverse: Lila sposa un ricco ragazzotto del suo rione che le permetterà di accedere al benessere materiale, mentre Lenù, sostenuta dalla sua maestra Oliviero, continuerà a studiare sia alle scuole medie sia al ginnasio. La vicenda percorre gli anni a cavallo tra due decenni: anni cinquanta e anni sessanta del novecento. Siamo nella fase della ricostruzione economica di cui, nel rione napoletano si sentono echi molto vaghi. Non c'è stata ancora la riforma scolastica del sessantadue: Elena, la protagonista, frequenta la scuola media e  studia il latino. Una scuola non riformata che presentava, allora, due percorsi differenziati -scuola media, appunto, e avviamento professionale- che si escludevano a vicenda, anticipando alla prima adolescenza la scelta del futuro percorso di studio o di lavoro.
Insomma, questo ambiente che la protagonista ci descrive è quello operaio, dove ancora però le persone hanno una propria collocazione  identitaria nel bene e nel male: i comportamenti descritti, infatti, non prescindono dal sopruso della camorra infiltrata in quel tessuto sociale. E nonostante tutto, la protagonista, narratrice in prima persona, ce la fa ad affrancarsi da quel mondo cui la tengono avvinta i legami affettivi e familiari. E' lei , infatti, proprio Elena, "l'amica geniale" che dà il titolo al libro. Anche questa è una gran bella trovata  strutturale, poiché, durante la lettura, tutto lascerebbe supporre il contrario, che  la genialità cui allude la narrazione non sia di Lenuccia ma di Lila.
E' però la costruzione del testo che stupisce il lettore e riesce ad avvincerlo alle pagine.
Come funziona questo testo? L'autrice si è sicuramente avvalsa di tutta la tradizione letteraria delle narrazioni popolari a partire dalle antiche "fabulae milesiae"della tradizione letteraria greca, per gli intrecci delle vicende, per finire ai feulleiton  della narrativa popolare ottocentesca. Il testo scorre veloce senza gli scarti temporali così praticati dalla narrativa contemporanea, senza neppure tanti dialoghi  che creino un ritmo sostenuto e sincopato, così caro a molti scrittori nostrani. Semplicemente è una narrazione che ha un ritmo tranquillo dove la parte narrativa prevale sulla descrittiva e sulla dialogata, ma avvince il lettore, perché è affabulazione di Lenuccia con i suoi lettori, è il suo punto di vista.
Per questo, "l'amica geniale" è un romanzo abile, costruito a tavolino con molta cura, per un pubblico vasto e semplice che richiede solo di essere intrattenuto. E l'autrice, da scrittrice attenta ed esperta, questo dà al suo pubblico: un intrattenimento che non richieda impegno né faticosa partecipazione costruttiva  né al testo né alla vicenda, un pubblico abituato a praticare più i social che la  lettura dei libri. 
Con un occhio attento alla scrittura e l'altro al marketing.

giovedì 16 novembre 2017

SINFONIA DI GUERRA A CAPORETTO


di Giovannino Contini



Tra-ta-ta-ta il mostro sputa fuoco
Dalla collina lancia le sue fiamme
Non smette di sbuffar neanche un poco
Con le roventi lame spacca gambe.
Al soldato italiano squarcia il cuore
La testa salta assieme al suo fucile
Tra-ta-ta-ta che orribile rumore
Il corpo brucia come in un fienile.
E cade trafitto sui compagni
Inzuppati di sangue, che macello!
Afferràti nella morsa della morte.
Tra-ta-ta-ta che maledetta sorte !
Ammassati in un infernal budello
Senza sparare un colpo con le armi!
Pace soldati,…………..BOOM !!!
Pace, pace… BOOM!!! BOOM!!!

Corso di scrittura poetica

Inizio da questo momento a postare su questa pagina i lavoro dei miei allievi del corso di scrittura poetica tenutosi alla Biblioteca Comunale di Quartu Sant'Elena.
Da ottobre  a novembre 2017 per sei settimane ci siamo intrattenuti nella bella cornice della stanza di lettura a leggere poesie e a scrivere versi.
Lo so, è stato troppo poco il tempo che abbiamo passato insieme, ma abbiamo potuto assaggiare delle piccole delizie poetiche tratte dai versi di autori contemporanei e della tradizione letteraria italiana.
Mi piace , adesso, qui in questa pagina dedicata ai miei allievi, dare un saggio delle competenze da loro raggiunte in un breve lasso di tempo.
Ringrazio tutti per avere voluto partecipare e per aver voluto condividere  con tutti ciò che avete imparato a fare.
Iniziamo con un sonetto" ironico e irriverente" di Mario Albertazzi


domenica 12 novembre 2017

Alle montagne della follia


Ieri, nella bella sala della biblioteca comunale di Quartu S. Elena, ha avuto luogo il quarto incontro della rassegna SCRITTORI E SCRITTURE . Questa volta Massimo Spiga, conversando con Elisabetta Randaccio, ha presentato il romanzo di fantascienza-orror di H. Ph. Lovecraft Alle montagne della follia" accompagnato dalle letture di Dario Cosseddu. 

Come sempre, il pubblico ha partecipato con grande interesse. 
Si ringraziano Massimo ed Elisabetta che hanno condotto la conversazione e Dario che, con le sue letture partecipate, ha reso ancora più interessante la serata.
Ringraziamo anche l' apprezzabile e apprezzata  dedizione del personale della biblioteca che non ha mancato di arredare  la sala con magnifiche orchidee.
Pubblichiamo qualche foto 














L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta

sabato 28 ottobre 2017

"L'Amor che move il sole e l'altre stelle"


Incontro con Dante









Nella bella e accogliente atmosfera della biblioteca comunale  di Quartu Sant'Elena, venerdì 20 ottobre Gianfranco Bognolo ha intrattenuto il pubblico con il suo commento del trentatreesimo canto del Paradiso, intervallato dalle letture di versi scelti ad opera di Dario Cosseddu.



Il pubblico è accorso numeroso, come del resto è accaduto per tutti gli altri incontri che sono stati organizzati nell'ambito della rassegna SCRITTORI E SCRITTURE.
E' stato davvero un pomeriggio interessante e gradevolissimo e il pubblico, attentissimo per tutta la durata della presentazione, ha partecipato con domande particolarmente mirate al dibattito che segue ogni nostro incontro. 

Le parole di Dante  hanno dato occasione per affrontare temi anche molto attuali, il senso della religiosità, per esempio, il percorso dell'uomo e i suoi valori in questa nostra società tanto lontana dalle suggestioni dantesche, e tuttavia sempre alla ricerca di risposte esistenziali per colmare quel "vuoto" che ogni uomo cerca di scacciare con riempitivi tanto materiali quanto inconsistenti. 

Insomma abbiamo concluso che oggi è necessaria tanta più bellezza di quanto pensiamo di aver bisogno. E la bellezza, Dante ce lo insegna, è un'ardua conquista.


martedì 24 ottobre 2017

Vecchiaia: volti e risvolti

Mi ha sempre indotto a riflettere la visione di gente anziana incontrata per strada o in posti pubblici o ancora all'interno della mia stessa famiglia.
Finché sono stata giovane non ho mai seriamente pensato che l'età del crepuscolo sarebbe fatalmente arrivata per me e che anch'io ero parte di quel mondo in cui tutti- tutti- facciamo lo stesso cammino.
Quando, per caso, questa idea mi attraversava i pensieri, evitavo di inciamparci e cercavo di scavalcarla velocemente. Non mi attardavo mai a spenderci su qualche riflessione.
Guardavo agli anziani della mia famiglia: mio padre è andato via troppo presto perché fosse interessato dalla sindrome della vecchiaia. Il suo percorso verso la fine è stato breve. Nel momento in cui si rendeva conto che il suo tempo era per concludersi, si è spento. Non si è accorto della perdita.
Mia madre è rimasta per molti anni senza di lui. Le sono rimasti i figli e i nipoti. Il rapporto con la morte non l'aveva sconvolta del tutto: ha saputo accettare la perdita poiché apparteneva ad una razza che con la morte si era incontrata diverse volte e sapeva che doveva succedere, che sarebbe successo. Passò il resto dei suoi anni partecipando in silenzio alla vita dei familiari, godendo degli affetti di cui  è rimasta circondata e del rispetto che i figli e i nipoti le hanno tributato in forza di una educazione che poneva al massimo livello del sistema valoriale, la famiglia. Certo la solitudine era per lei la condizione quotidiana ma non era la solitudine dell'abbandono, piuttosto quella della mancanza di  interessi propri, venuta meno l'esigenza cui aveva votato tutta la sua vita: l'accudimento familiare e l'educazione dei figli.
Se paragono la sua vita alla mia , adesso che l'età che ho raggiunto mi avvicina per contiguità a quella della sua vedovanza, vedo quanta e quale differenza posso soppesare tra il suo modo di essere e il mio. Appartengo ad un'altra generazione, ma ci separavano in fondo solo ventotto anni. E mi scopro a chiedermi, in qualche sera come questa, quando mi fermo a riflettere, accantonando tutti gli interessi, o pseudo tali, che mi sono creata dopo il mio pensionamento,  quanto la mia vita attuale possa dirsi appagante e arricchente, quanto il mio mondo  possa essere considerato pari al suo in quanto ad affetti e ad appagamento.
Appartengo a quella generazione dei giovani del sessantotto che pensava di potere rivoluzionare il mondo; che presumeva che non dovesse più essere consentito interessarsi  e circoscrivere il proprio mondo solo alla famiglia; che fosse giusto fare solo tratti di strada insieme, quando interessi, ideali, sistemi valoriali, potevano incontrarsi; che fosse giusto, viceversa, separarsi allorché l'intesa iniziale avesse perso consistenza; quando cioè, non ci si fosse più identificati in uno "stare insieme" senza parole e senza comunanza di vedute.
Appartengo a quella generazione di donne che ha investito molto sull'idea politica della vita privata e sul significato sociale del proprio lavoro. Ed ho considerato, insieme a tantissime altre compagne, che fosse buono e giusto l'impegno per la realizzazione dei propri progetti di lavoro col dare ad essi priorità.  Pensavamo, molte di noi,  che in questo risiedesse la realizzazione della nostra vita.
Poi.
Poi il tempo è passato troppo in fretta.
Del lavoro che mi ha pervaso di passione,  quel lavoro che ho tanto amato, in cui credevo di avere trovato la chiave di volta per dare una forma accettabile e soddisfacente al mio percorso di vita, non è rimasto che qualche brandello sporadico, cui ogni tanto mi abbarbico per saggiarne la consistenza. E' una fallacia. E' un vuoto che lascia la constatazione che , forse, tanta utilità, tanto valore, tanta affettività non era come io la vedevo. Che la fatica di vivere non si scardina impegnando la propria mente in problemi pratici da risolvere, in "cose da fare". La fatica quotidiana del vivere, rimane sempre e tutta lì. Ci attende quando dismettiamo il nostro assiduo e totalizzante impegno e dietro ci aspetta un vuoto che a volte trascende qualsiasi altra cosa. Gli affetti non riescono a colmarlo: i figli sono andati per la loro strada, non hanno più bisogno di noi. E questa cosa giusta e naturale però ci dispiace un po'. Ci fa sentire inutili e fuori dalle loro vite. 
Semplicemente è così che va. 
Non abbiamo il diritto a crucciarcene. 
Dobbiamo imparare a bastarci.
E quando non siamo più appetibili per il mercato dei consumi volontari, rischiamo di diventare facili prede dei consumi indotti con ferocia da una società che non ha più tempo per noi.

martedì 4 luglio 2017

Sole anche di notte

di Gianfranco Bognolo




Fu un’indimenticabile stagione di grazia quella! Tutto sempre in accordo, tutto scorreva in armonia in quella Venezia della seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ottanta. Il mondo passava per di la, ogni momento, ogni attimo assumeva una carica magica.
Parlavamo di tutto, pensavamo di tutto, niente potevamo lasciare inesplorato: dal Buddha allo Zen, da Wim Wenders a Blade Runner, da Brian Eno a Riuichi Sakamoto e David Sylvian, da Karl Marx a Nietszche, da Mondrian a Klee, Da Conrad a Dostoieskj, da Pasolini a Baudelaire.
Tutte le Biennali erano nostre: ogni mostra, ogni dibattito, ogni proiezione … Ogni concerto, ogni pièce musicale … scoprivamo Mahler e Cage e Nono. La Fenice era un’incessante processione di continue sperimentazioni.
Ci sentivamo … vivi. Bevevamo, mangiavamo facevamo all’amore o non lo facevamo per niente … eravamo innamorati persi … eravamo in continuo andare verso … .
Fino a notte fonda, fino al mattino a parlare di tutto … con gli occhi pieni di gioia, pieni di lacrime …
L’architettura. Andavamo ad assistere alle lezioni di Tafuri, di Dal Co. Ogni volta una nuova scoperta, una nuova emozione. Ogni giorno si poteva andare ad un incontro ad un dibattito. E tutto era messo in discussione.
A volte andavamo al cimitero di San Michele a visitare le tombe di Stravinskj e Pound e piangevamo di felicità per ciò che ci avevano consegnato.
Eravamo felici e disperati allo stesso tempo …
Mi ricordo una sera io e F. il mio unico vero amico andavamo all’isola di Sant’Elena ad assistere al discorso di Berlinguer a conclusione della festa nazionale dell’Unità. Eravamo elettrizzati per tutt’altro … discutevamo di “takete e maluma” o se volete di tondo e triangolo, di dolce e amaro, di tenero e duro ecc.
Io sentivo il mondo scorrermi dentro e guardavo F. mentre continuava a parlare come uno sciamano.
La politica e l’economia, la storia e la filosofia ed Hermann Hesse del “Gioco delle perle di vetro” … Castalia … dove avremmo voluto arrivare anche noi …
Ascoltammo Enrico parlare di austerità, di uguali e diversi. Ma noi sentivamo solo il suono della sua voce scollegato dal contenuto … e ci pareva un lama tibetano che recitasse il mantra “Om mani padme hum”.
Finito il discorso, tornammo indietro a piedi fino a San Marco.
La mattina dopo capii mentre in vaporino andavo a lavoro che era finita una stagione … che non sarebbe più stato così … “L’ultima estate di Klingsor” … era davvero finita…
Qualche giorno dopo ci raggiunse la notizia che Berlinguer era morto a Padova.

                                                                                                                     




martedì 27 giugno 2017

La cultura non è per tutti





  La foto viene da qui

racconto di  Gianfranco Bognolo

25 settembre 1984

   C’era la prima del Prometeo di Luigi Nono quella sera. La facevano alla chiesa sconsacrata di San Lorenzo a Venezia, la struttura era stata progettata da Renzo Piano.
   Le sirene dell’acqua alta avevano già suonato  ma nulla mi avrebbe fermato dall’andarla a vedere. Non c’erano biglietti da acquistare perché era su invito. Perciò avevo smosso mari e monti per avere quell’invito e ce l’avevo fatta: mi avevano assicurato che bastava recarsi all’entrata, dire nome e cognome e mi avrebbero fatto passare.
   Mentre salivo sul vaporino, mi avvolse un vento caldo e lugubre di scirocco  che mi accompagnò per tutto il tragitto . Arrivai in campo san Lorenzo. Era pieno di gente, di quella gente che conta: gli intellettuali, i politici, i giornalisti, i nobili , insomma la granda magnaria al completo.
   Mi avvicinai all’entrata e dopo una lunga coda dove c’erano altri disgraziati come me che vedevano passargli avanti il gran mondo, arrivai sul portone. Una signora con fare disgustato mi chiese a che titolo mi presentassi al suo cospetto. Avevo voglia di usare le stesse parole dell’uomo di fronte alla Legge di Kafka, ma mi uscì, flebilmente, solo il mio cognome e nome, come all’appello alla scuola elementare. 
   La signora fece finta di scorrere una lista che aveva in mano e dopo un po', trionfante, mi disse che non c’era nessuno con questo nome e cognome e che quindi non potevo passare.
   Non dissi nulla. Non cercai nemmeno di recriminare un po'. In qualche modo mi aspettavo che sarebbe andata così. Vedevo tutti gli altri passare senza che la signora scorgesse la lista:  cosa serviva di fronte a questi nomi altisonanti? E stavo lì come un baccalà.
Cominciò a piovere, sentivo che non sarei mai riuscito a muovermi e tornare a casa.
   Capii, in quel momento, che sarebbe sempre stato così, che sarei sempre venuto dopo quella gente anche se fossi stato cento volte meglio di loro, anche se avessi avuto tutto il diritto per passare prima di loro.
   Capii che ciò che io ero non contava, che contava da dove venivo, qual era la mia famiglia,  qual era il mio censo.

   In un flashback vidi mio padre e mia madre immortalati in quelle foto in bianco e nero, appena sposini, in viaggio di nozze a Sirmione sul Garda.
   Ad un certo punto, non so come, mi trovai giù dalla scalinata di accesso mentre, come in Kafka, chiudevano la porta e davano inizio alla rappresentazione.
   Le sirene dell’acqua alta suonarono di nuovo. Traversai il ponte e mi girai indietro per un’ultima volta. Si sentivano gli echi di suoni lontani: forse sarebbero piaciuti a Luigi Nono, ne avrebbe fatto una composizione …
Mi risuonava in testa la frase di Verga sui VINTI in quel meraviglioso prologo dei Malavoglia.
   Arrivai a casa bagnato fradicio dalla pioggia che mi aveva accompagnato per tutto il ritorno: la Giudecca, nomen omen.
   Mi cambiai, mi sedetti al mio tavolino e lessi Dante:

                      Fatti non foste a viver come bruti
                      ma per seguir virtute e canoscenza 

   Giurai a me stesso che non avrei mai più vissuto un‘esperienza del genere.
                                                                                                                                                                                     










sabato 10 giugno 2017

Rassegna letteraria "Scrittori e scritture". Secondo incontro


Venerdì nove giugno 2017, presso la biblioteca comunale di Quartu Sant'Elena ha avuto luogo il secondo o incontro letterario della rassegna "Scrittori e scritture: incontro con i classi italiani e stranieri"

E' intervenuta Antonella Pingiori sul tema Tess dei d'Urberville di Thomas Hardy: solo una storia d'amore?
 Dario Cosseddu ha letto alcune pagine esemplari del testo.





Riportiamo qui di seguito il saggio critico di Antonella Pingiori:

Tess dei d'Urberville di Thomas Hardy:
solo una storia d'amore?

di Antonella Pingiori



Davanti ad una forza come questa,
sentiamo che i soliti criteri con cui
viene giudicato un romanzo sono abbastanza futili.

Virginia Woolf

Davanti ad una forza come questa, sentiamo che i soliti criteri con cui viene giudicato un romanzo sono abbastanza futili. Virginia Woolf Prima domanda: perché Tess dei d'Urberville, capolavoro di uno scrittore non troppo frequentato in Italia? Dico subito che, quando la mia amica M. Rosa mi ha chiesto di proporre un romanzo e di parlarne davanti ad un gruppo di lettori, dopo un attimo di euforia, sono stata presa dal panico. Panico determinato non tanto dalla paura di parlare davanti ad un uditorio, ché la faccia ce l'ho abbastanza tosta, quanto dal conflitto causato dall'imbarazzo della scelta. Mi chiedono un classico? Se mi buttassi su “Il barone rampante” di Calvino? E se invece proponessi “L'isola di Arturo” di Elsa Morante? Ma perché disertare gli stranieri? Se parlassi di “Oblomov”? O di “Orlando” di Virginia Woolf? Insomma, essere una lettrice di vecchia data, per di più onnivora, non mi ha aiutato proprio per niente. Anzi! Brancolavo in una selva oscura in cui libri e libri e libri mi guardavano ammiccanti e mi sussurravano con voce suadente: - Sceglimi! Sceglimi! Non sapevo che fare. Poi mi sono ricordata che M. Rosa mi aveva sì lasciato libera di scegliere ma mi aveva anche imposto una condizione: il romanzo del quale avrei parlato doveva piacermi e molto. Così, fermo restando che di romanzi che mi piacciono molto ce ne sono molti, mi son detta: - “Tess”. Parlerò di te. Thomas Hardy... Chi era costui? ".....".



venerdì 19 maggio 2017

Prima Rassegna letteraria presso la biblioteca di Quartu Sant'Elena su "Scrittori e scritture: Salvatore Satta, un autore da non dimenticare

VVenerdì 12 maggio 2017, presso la biblioteca comunale di Quartu Sant'Elena,ha avuto luogo il primo incontro della rassegna letteraria "Scrittori e scritture - Un autore da non dimenticare: Salvatore Satta". Abbiamo conversato sul romanzo "Il giorno del giudizio" insieme alla scrittrice /poetessa Bianca Mannu intervallando la nostra analisi con le letture di alcune pagine ad opera di Dario Cosseddu, alla presenza dell'assessore alla cultura Maria Lucia Baire. E' stata una serata piacevolissima: Dario , con la sua voce ci ha condotto tra le strade di Nuoro, dentro il caffè Tettamanzi, a Locoi e ad Isporosile, e in molti altri luoghi raccontati da Salvatore Satta. E' stato un immergersi nelle atmosfere, nei suoni, nei colori e negli odori di questa città amata/odiata dal grande scrittore. Il "Giorno del giudizio" ha il respiro di una grande opera letteraria novecentesca degna di stare sullo stesso piano dei grandi autori europei.E' un'opera che i sardi, ma anche tutti gli italiani, non dovrebbero mai dimenticare. L'evento è stato reso ancora più gradevole grazie alla collaborazione del personale della biblioteca che si è attivato per ingentilire la struttura con i colori degli arredi e dei fiori. Un grazie speciale alla sig.ra Rosa Cogoni. In questa pagina si può leggere tutta la conversazione tra la relatrice, Bianca Mannu e l'organizzatrice Maria Rosa Giannalia

sabato 1 aprile 2017

TANINO

Quando mi dissero che sotto casa mia, appena un po’ più avanti, nel marciapiede stretto e sempre bagnato da un rivolo di acqua sporca, avevano trovato Tanino, morto ammazzato, spalmato come un vecchio cannavazzu, io non ci volevo credere. Ma non perché pensavo che quel tipo di ammazzatine non fosse possibile, no. Ma perché non mi capacitavo che era proprio lui, Tanino, con tutti quei capelli a tendina sull’occhio, con tutti quei denti bianchi bianchi, con quelle sue mani che parevano di femmina tanto erano lunghe e delicate e le due fossette ai lati della faccia, una di qua e l’altra di là, che sembrava gli avessero messo dentro un filo che si tirava col sorriso. Proprio no, non poteva essere. Io lo sapevo che lui non aveva niente a che fare con nessuna di quelle male persone che ogni tanto nel paese si sapeva che circolavano. Che poteva avere a che fare lui? A me aveva raccontato sempre tante storie, mi aveva preso in braccio tante volte, mi aveva portato al bar della piazza a mangiare il gelato con la brioscina. Lui lo sapeva che a me piaceva quello alla nocciola e qualche volta pure quello al caffè. Lui mi guardava sempre quando io prendevo in mano il gelato e mi cadeva sulle dita della mano, sul polso e poi pure sul braccio, che si vedeva una lunga striscia scura, specie in estate quando avevo il vestito senza le maniche. Tanino rideva sempre, mi diceva guarda che poi tua madre ti dà legnate se ti vede tutta sporca di gelato, io lo guardavo e ridevo pure io e poi lui si accosciava in terra per vedermi da vicino e rideva e io gli mettevo il mio dito sporco di gelato dentro le sue fossette. Io pensavo che lui lo facesse apposta a farsele venire tutte le volte che rideva e mi immaginavo l’elastico che si partiva da una guancia all’altra dentro la sua bocca e che faceva comparire le fossette. Lo sapevo io sola di quell’elastico, perché quando gli chiesi perché aveva quei due buchi nella faccia quando rideva, lui mi disse sai ho un elastico nella bocca che si tira quando rido, ma tu non lo devi dire a nessuno. Nessuno lo sapeva , oltre a me e lui sapeva che di me si poteva fidare. Anche se sono una femmina io i segreti li so mantenere. Lui, Tanino, era il figlio della zia Caterina. Lei veramente non era mia zia, ma io l’avevo chiamata sempre così. Anche i miei fratelli l’avevano chiamato sempre così e anche le mie cugine che stanno dall’altra parte del paese, l’hanno sempre chiamata così. La zia Caterina era vecchia, aveva tutti i capelli bianchi ma di lato aveva una striscia nera nera che sembrava dipinta di proposito. E dietro la testa aveva una treccia grossa grossa a forma di tuppo. Tutte le mattine si pettinava davanti alla porta di casa e si scioglieva il tuppo e si disfaceva la treccia grossa. I capelli le arrivavano fino alla vita e io pensavo come mai così vecchia e aveva i capelli fino alla vita. Possibile che non se li fosse tagliati mai? Mi piaceva vedere la zia Caterina quando si pettinava quei capelli lunghi lunghi e come poi raccoglieva i fili dal pettine e li attorcigliava tutti e li metteva in un fazzoletto. Io mi chiedevo perché metteva i capelli dentro quel fazzoletto, che bisogno c’era di metterli lì. Un giorno glielo chiesi. Mi avvicinai mentre si pettinava. Io avevo un po’ paura di zia Caterina , era così vecchia e pure alta e aveva tutte le mani con le pieghe. Ma io lo volevo sapere perché ormai erano tanti giorni che la guardavo. Lei mi disse che raccoglieva tutti i capelli perché poi passava l’uomo dei fiammiferi e lei glieli dava e quello le dava in cambio una scatola grande di fiammiferi. La zia Caterina aveva tanti figli, ma non stavano più tutti con lei. Solo Tanino stava ancora con lei perché era il più piccolo di tutti e ancora non se ne poteva andare perché non lavorava tutti i giorni e non era sicuro che poteva mangiare tutti i giorni con quello che gli davano. Lui faceva il cameriere, serviva ai tavoli nei matrimoni. Era un lavoro bello questo, perché poteva anche mangiare tutte le cose che mangiavano gli invitati e magari portarne pure a zia Caterina che era vecchia e queste cose non le sapeva cucinare. Erano molto buone tutte le cose che davano ai matrimoni. Anche a me Tanino dava qualche cosa. Lui lo sapeva che a me piacevano i dolci e me li portava sempre. Però di nascosto di sua madre, perché se lei vedeva che li portava a me, poi gli diceva che le cose le portava ai figli degli estranei invece di darli a sua madre. Ma lui li metteva dentro la tasca dei suoi pantaloni e li nascondeva per darmeli poi. Qualche volta li metteva magari dentro la cesta dei fichi che tra un matrimonio e l’altro andava a vendere per conto suo. Lui ogni tanto andava in campagna e lì c’erano quattro alberi grandi di fichi. Il padrone del giardino neanche se ne accorgeva che Tanino raccoglieva i fichi grandi perché lui era furbo e non si faceva mai vedere. Ci andava sempre dopo che il sole se n’era andato, tutti i giornatari già da un pezzo non c’erano più in campagna e non c’era neanche l’uomo dell’acqua. Perché quello era amico del padrone e se lo vedeva sicuro che glielo diceva e allora Tanino avrebbe preso un sacco di legnate da loro due. Ma lui era troppo furbo. Raccoglieva un paniere di fichi bello grande e se ne tornava in paese che già era scuro e nessuno lo poteva vedere. E così l’indomani mattina se li vendeva in mezzo alle vanedde del paese dove le donne che lo conoscevano gli davano i soldi. E lui non se li teneva tutti per sé. Li portava tutti alla zia Caterina che poi ci comprava il pane , la pasta e i fagioli. E qualche volte anche il caciocavallo e qualche pezzo di carne. A me Tanino mi voleva bene, perché lo vedeva che io giocavo sempre da sola. Io volevo stare con gli altri bambini ma loro non volevano. Io non lo so perché non volevano stare con me. Qualcuno ogni tanto ci stava con me a giocare ma appena venivano gli altri se ne andava con tutti e io non ero veloce e quando correvo mi veniva sempre il fiatone grosso e poi mi fermavo e non li raggiungevo mai. Allora tornavo nel marciapiede vicino a casa mia e giocavo da sola. Tanino era bravo a costruire pure i giocattoli e mi aveva fatto una bambola tutta di legno. Questa bambola aveva tutti i capelli gialli gialli e gli occhi neri perché Tanino li aveva disegnati con la matita di suo fratello che era muratore e che l’aveva sempre sopra l’orecchio. Io un giorno l’avevo visto questo suo fratello e non capivo perché teneva quella matita sopra l’orecchio. Tanino mi diceva che lui ci scriveva sul muro, ma io pensavo cosa mai poteva scrivere sul muro? Boh! Ma ci credevo, perché Tanino a me di bugie non me ne diceva mai. Come quel giorno che era tornato a casa stanco perché c’era stato un matrimonio e l’avevano chiamato per servire ai tavoli. Lui lo chiamavano sempre perché era veloce e poi perché faceva una bella figura. Era alto e poi aveva quelle sue mani lunghe da femmina ed era sempre attento con gli invitati, portava le cose che loro chiedevano presto presto e non li faceva mai aspettare. Non come l’altro cameriere, figlio del padrone, che era lento lento e non si spicciava mai a portare le cose in tavola. A Tanino lo chiamavano sempre nei matrimoni. Quel giorno lui era tornato a casa e si stava lavando tutto perché era sudato, faceva caldo, c’era pure stato tutto il giorno lo scirocco per questo era tutto sudato. Ma non si era neppure messo la camicia pulita che erano venuti i carabinieri a chiamarlo. La zia Caterina restò davanti alla porta mentre lui usciva con i carabinieri. Anche i carabinieri erano alti ma lui era più alto di loro e più bello, anche se loro avevano tutti i bottoni d’oro nella giacca e lui invece la camicia ancora sbottonata. Lo avevano portato in caserma perché dicevano che alla fine del matrimonio , quando tutti gli invitati se n’erano andati, il padrone non aveva trovato più i soldi che aveva lasciato dentro il cassetto chiuso a chiave. Il cassetto era ancora chiuso e poi quando lui l’aveva aperto non c’era più niente. I carabinieri avevano detto che volevano interrogare Tanino su questa cosa dei soldi, ma lui poi quando uscì me lo disse che non ne sapeva niente, che lui non c’entrava niente con quei soldi, che anzi non sapeva neppure che sotto il bancone della verdura c’era un cassetto nascosto. Io ho creduto a Tanino perché lui a me bugie non me ne diceva mai. Però non lo chiamarono più per i matrimoni e lui non poteva sempre andare a rubare i fichi per venderli. Dopo che tornò a casa, ma non tornò subito subito, forse dopo tanti giorni che io non ho potuto contare, passava con me molto tempo. Giocava sempre con me e mi portava anche al bar a comprare il gelato, anzi non me lo comprava lui, perché soldi non ne aveva, ma qualche suo amico che incontravamo ogni tanto lo comprava anche a me. Io volevo bene a Tanino, e quando lui mi costruiva i giocattoli con il legno oppure con il filo di ferro o con le pezze vecchie che sua madre non voleva più, io gli guardavo sempre le mani. Si muovevano leggere le sue dita, leggere leggere e io pensavo che anche alle bambole che mi costruiva piaceva farsi toccare la patatina come piaceva a me. Io volevo bene a Tanino.

martedì 14 marzo 2017

L'attesa

L’attesa L’aveva attesa a lungo. Finalmente era arrivata. Era sicuramente lei, la intravedeva dalle persiane socchiuse. Non riusciva a scorgerla in maniera chiara, ne intravedeva la sagoma nella controluce del primo pomeriggio: i capelli ancora lunghi e arricciati, la flessuosità del corpo magro e slanciato, l’andatura dinoccolata sui tacchi bassi. Non poteva sbagliarsi: era quell’andatura che, fin da piccola, aveva fatto dire a tutti i familiari, parenti ed amici: tutta suo padre. Matilde era il suo ritratto. Da piccola non si distaccava mai da libri. Quella della lettura era la stessa sua passione. In famiglia nessun altro amava così tanto i libri come sua figlia. Gliela aveva trasmetta col moderato atto d’amore tra sé e la moglie all’atto del concepimento La sua famiglia si distingueva per la moderazione in tutto: nel bere, nel mangiare, nel parlare, nel fare l’amore. Persino nel pregare. La famiglia di Nino era una di quelle di cui tutti dicevano ma che gente per bene. Mai un litigio, mai nessun vicino aveva sentito provenire da quella casa un grido, una bestemmia, come pure se ne sentivano in quella vanedda dove abitava quella gente di poco conto, gli scricchianespole, come li chiamavano tutti, che se ne dicevano di tutti i colori, abbanniandosi l’un l’altro davanti a chiunque, leggendosi la vita in pubblico in mezzo alla strada. Nino no, era una persona corretta, un lavoratore, un uomo mite, amante della famiglia , rispettoso di tutti. E così tutta la sua famiglia. Questa figlia, solo questa figlia era riuscita male. Troppi grilli aveva questa figlia. Non voleva mai stare alle regole della famiglia. Come se non appartenesse a quella gente, a quel paese , a quella strada. Nino in tutti i modi l’aveva scoraggiata dall’andarsene via da lì, ma lei se n’era andata lo stesso. Se n’era andata via con un brunello, anche se era laureato. La laurea non gli serviva a niente, sempre brunello rimaneva. Il brunello gli aveva giurato che dopo il matrimonio, avrebbe fatto di tutto per riportare in quel paese la figlia, che era uscita di casa ancora neanche ventenne, che sì, l’avrebbe riportata. Erano passati venti anni e lui non l’aveva più rivista prima d’ora. Quindi non poteva sbagliarsi. Era lei, era Matilde. Nino non uscì dalla porta di casa ad attenderla. Aspettò che fosse lei a bussare , mentre lui fumava l’ennesima sigaretta. La via era lunga e prima che Matilde arrivasse, lui avrebbe avuto tutto il tempo di fumarne almeno la metà. Dall’angolo della stanza da pranzo al piano terra le lucine dell’albero di Natale riverberavano a intermittenza la fioca luce colorata nei vetri della porta-finestra moltiplicando quello spazio come se al di là della porta ci fosse ancora un’altra stanza. La stanza invece era una sola, ed era l’unica in cui la famiglia si riuniva per mangiare e per conversare. Nell’angolo, proprio sotto l’albero, la moglie aveva sistemato un minuscolo presepio, con la culla vuota nella mangiatoia. Ci volevano altri due giorni al Natale. La luce del pomeriggio era tanta nella strada, perché il Natale al sud è pieno di sole e, ad occidente, la sagoma di Matilde continuava ad avanzare a passi svelti diventando sempre più visibile. Il giorno prima lei si era annunciata con una telefonata veloce, aveva detto arrivo domani alle quattro del pomeriggio, ci siete a casa, e lui disse solo un sì di tutte le centinaia di migliaia di parole che aveva tenuto in serbo per quel momento. La figlia prodiga. All’interno della stanza , proprio di fronte alla persiana marrone scuro che separava la casa dal fuori, c’era una sottile parete che divideva quel luogo dalla cucina, dove sua moglie passava quasi tutto il giorno. Ma adesso lei non c’era. Era dalla sua vicina di casa per il rosario del pomeriggio. Non lo mancava mai, neanche quel giorno. Lui, Nino, invece, si era sbrigato presto. Aveva organizzato tutto per rimanere in casa. Si era fatto portare dai suoi manovali di gioventù che gli serbavano affetto e devozione, una cassa molto grande che era fino ad allora rimasta in soffitta e che, da solo, non era capace di trasportare. Era ormai più vicino agli ottanta che ai settant’anni e di certo tutta quell’età non gli consentiva più certe manovre che un tempo avrebbe svolto con un’agilità noncurante. Si sentiva troppo vecchio ma non abbastanza da darsi pace per il fatto che , mentre i suoi figli maschi erano rimasti a una tirata di schioppo da casa sua, proprio lei, l’unica figlia, fosse andava via così tanto lontano con quel brunello d’uomo. Chissà come quei vent’anni anni avevano cambiato il viso di Matilde, chissà cosa avrebbe raccontato della sua vita e del suo lavoro, chissà se aveva avuto dei figli. Non sapeva niente di lei. Dal giorno che se n’era andata via da quel posto lì, non aveva più scambiato con lei neppure un saluto per cartolina. Era andata via con la sua maledizione, aveva fatto di testa sua, aveva voluto organizzarsi la sua vita lontano da loro, dalla famiglia, dai fratelli. Ma come aveva potuto. Adesso stava per arrivare ed aveva scelto di farlo due giorni prima di Natale, da sola. Senza il brunello. Senza neppure portarsi appresso una valigia. Senza figli, se ne aveva. La vedeva, non aveva niente in mano, solo un piccolo zaino dietro le spalle. Era sola. Nino fumava aspirando grandi boccate da quella sigaretta che stringeva tra il medio e l’indice della sua mano nodosa con dei grossi peli in molta evidenza e le unghia quadrate. Continuava a sbirciare dietro le persiane. Attendeva. Aveva preparato la cassa, l’aveva collocata di lato all’albero di Natale, un po’ discosta dal presepio, ma ugualmente in bella vista. Quella cassa attendeva da vent’anni, relegata in soffitta. Era la cassa di Matilde e nessuno mai l’aveva aperta dalla sua partenza. Sua moglie era ritornata, ne sentiva i passi dietro quel sottile muro tra la stanza dove si trovava e la cucina. Sentiva dei piccoli rumori ovattati, come di oggetti poggiati delicatamente sul tavolo. Sentiva anche il tossicchiare sincopato e quel vezzo che aveva sua moglie di raschiare la gola come per schiarirsi una voce che non usciva mai a modularsi in parole. Nannina era una donna silenziosa. Capiva che aveva portato da fuori qualcosa, sicuramente pensava di cucinare, per la sera, un po’ di pasta, qualche uovo. Non aveva perso l’abitudine, sua moglie, di far fronte al fabbisogno proteico della famiglia con le quantità di uova e legumi che riempivano la tavola di tutti i giorni. Nannina, adesso rimestava nella ciotola di plastica tuorli e albumi, lui, Nino, lo capiva dal rumore attutito e fievole del mestolo di legno che sbatteva sulle pareti rotonde. Ecco, così anche stasera non ci sarebbe stato un pasto speciale. Non si sarebbe festeggiato. Non c’era neppure tutta la famiglia in casa e Nino immaginava che Matilde di certo non si sarebbe fermata fino a Natale. La cassa era sempre nell’angolo. E lui non l’aveva mai voluta aprire nonostante le insistenze della moglie ma cosa stai lì ad aspettare ad aprirla, tanto lei oramai non verrà più. Almeno vediamo che cosa ha lasciato. Nino era sempre stato irremovibile. Gli sembrava che la figlia avesse diritto a quella riservatezza, a quella intimità che per tutta la sua adolescenza non aveva mai potuto avere. E poi lui non voleva veramente sapere. Non voleva sapere perché in un pomeriggio di sole invernale, come questo di adesso, Matilde fosse semplicemente uscita da casa con la sua borsa piena di niente, con addosso solo i jeans e una giacca di panno nero, sempre la stessa da quando aveva compiuto quindici anni, e se ne fosse andata via, semplicemente. Incurante della voragine dell’assenza scavata dentro il suo cuore. E adesso Matilde era qui, a pochi metri da lui. Nino, al di qua della persiana, non visto, la guardava: era sempre bellissima ma già due solchi appena accennati agli angoli della bocca gli toglievano l’illusione che tutto quel tempo non ci fosse mai stato tra loro. Matilde è arrivata , ha aperto la persiana da sola, infilando la mano tra le due liste di legno colorato, come era solita fare da piccola, aprendo dall’esterno la piccola serratura: vide il padre, ne immaginò l’attesa , ritto, nonostante l’età e le ginocchia malferme. Accennò un veloce bacio sulla guancia scavata e ispida di barba incolta. Nino non ricambiò. Chiamò subito la moglie che accorse veloce con il mestolo in una mano e gli occhi già lucidi. La stanza al piano terra fu subito piena di quelle presenze. Il divano scuro appoggiato alla parete di destra era sempre lì al suo posto, con qualche squarcio in più, da dove occhieggiava l’imbottitura di cascame bianco. Matilde si sedette col vigore della stanchezza e il divano traballò: niente era stato cambiato, neppure la gamba anteriore rotta durante il trasporto distratto e frettoloso che i messi notificatori avevano fatto dell’unico bene mobile pignorato, la Singer , che Nannina aveva ricevuto in regalo dal marito durante la sola festa di compleanno riservatale dalla famiglia. Adesso erano lì tutti e tre, Matilde seduta in quel divano, la madre di ritorno dalla cucina dove era corsa velocemente a lavarsi e mani per meglio abbracciare la figlia, e lui, Nino, seduto sulla sedia di sempre in attesa di spiegazioni. Matilde vide la cassa, si avvicinò, alzandosi da quel divano in sommario equilibrio, e si meravigliò di trovare ancora chiusa la serratura. Perché l’hai portata qui papà, pensò, cosa vuol dire questa messa in scena? Cosa pensi di trovare? Ci sono ancora tutti i miei libri di scuola e nient’altro. Potevi pure buttarla via . Invece , avvicinandosi al padre, lo ringraziò di avergliela fatta trovare. Pensò anche che lasciandola chiusa, lui avesse voluto rispettare in qualche modo la sua scelta. Adesso la cassa era lì e lei non sapeva che farsene. Non aveva più la chiave per quella serratura, chissà dove era andata a finire. Nella fretta della partenza, non aveva pensato di portarla con sé. Chiese al padre di scardinarla: c’era una cosa che apparteneva solo a lui, gli disse. Nino aveva ancora le mani robuste e forti e con un abile colpo di martello, che si fece portare velocemente dalla moglie, fece saltare tutto. La cassa si aprì cigolando nei due cardini di ferro. Era una cassa di legno, rinforzata da liste di metallo verniciato di verde. Un sentore di polvere si sprigionò dall’interno. Matilde prese dalla sommità della catasta di libri ammassati, una busta sottile, bianca, senza destinatario. La diede al padre, gli disse è tua. Porgendola con la sua mano destra, fredda, lo invitò a leggerla, ecco neanche questo coraggio ho avuto, di lasciartela prima di andare. Nino inforcò gli occhiali, non volle aspettare più. Le lenti spesse da presbite allargavano i contorni dei suoi occhi che riverberavano luce di innocenza nonostante la vecchiaia. Davanti alla figlia lesse: Villalba, 10 ottobre 1970 Papà, lo so che maledirai questo giorno e gli altri a venire, dopo che avrai letto questa mia lettera. Ma non voglio chiederti perdono. Non ho nulla da farmi perdonare. Io adesso ho solo diciannove anni e tu, quando ti dissi che volevo sposarmi, mi desti uno schiaffo, mi dicesti che ancora non ero nell’età giusta, che neppure la legge consentiva i matrimoni ai minorenni, che avrei dovuto aspettare la maggiore età, cioè i ventuno anni, come minimo. Così mi dicesti allora, che ne avevo solo sedici e andavo ancora al liceo, quel liceo che mi hai maledetto fin da quando ho iniziato a studiare. Ho cercato di aspettare. Di anni ne sono passati solo tre, non ce la faccio ad aspettare i ventuno. Il brunello, come tu lo chiami, ha molti anni più di me, è già laureato, saprà bene procurare di che vivere a tutti e due, non preoccuparti. Lui sarà un magistrato tra non molto, come spera, e non può più stare qui. DEVE andare via. E io VOGLIO andare con lui, perché lo amo, e perché non amo questo paese, questa terra, questa gente. Papà, io non la amo questa Sicilia. Voglio andarmene al più presto e non posso più aspettare. Non voglio più vederti tornare avvilito dal lavoro, nei giorni in cui questa gente, la tua gente, non la mia, ti costringe a comprare il materiale edile per costruire le case che tu sai fare tanto bene, ai prezzi esagerati cui non puoi sottrarti, in cui questa gente, la tua gente, ti costringe ad assumere come lavoranti degli scalzacani che incassano senza fatica. Che anzi, la notte vanno a rubare tutto ciò che possono arraffare, costringendoti ad acquistare sempre nuovi sacchi di cemento, nuovi conci di tufo, nuove impastatrici. E tu? Cosa fai tu? Tu lo sai chi sono i ladri, eppure non dici nulla, ti alzi al mattino all’alba, e con i pantaloni rigidi di tutta la calce e il cemento che mamma non riesce a togliere con le sue sole mani, vai al lavoro dove ti ammazzi a spaccarti la schiena sotto il crudele sole dell’estate, per portare a casa cosa? La mamma fa solo frittate e minestre di fagioli, anche la domenica. E neanche uno straccio di macchina da cucire può rimanere a sua disposizione, quella macchina pignorata che ieri hanno portato via gli uscieri per venderla all’asta chissà dove, la macchina con la quale lei ci faceva i vestiti che non poteva comprarci. Che fai tu, papà? Che fanno tutti i tuoi amici? Subite le angherie e i soprusi di questi quattro delinquenti di paese, a cui voi qui non volete dare neppure il nome,- perché la mafia non esiste, dite, e l’hanno inventata quelli del nord e voi non sapete neppure cosa significhi-, ma che fuori di qui si chiamano mafiosi ,e che voi riverite con la coppola in mano ogni domenica quando andate a messa e il prete li accoglie anche in chiesa invece di sbatterli fuori a calci. Che fate voi, quando vedete calpestare i diritti dei vostri figli, la possibilità di farli studiare, che fate? Li portate con voi a lavorare perché i soldi servono, dite. Ma a chi? Non sono soldi per voi, quelli che tuoi amici e compagni, i vostri figli, guadagnano spaccandosi il culo ogni giorno o, come dici tu, buttando il sangue dalla mattina alla sera. Io qui non ci voglio stare, papà, io me ne vado, che tu voglia o no. IO ME NE VADO. Oggi, subito. Non lascio più passare neanche un minuto. Non ho il tempo di abbracciare la mamma e i miei fratelli, non so se tu lo farai per me. Matilde Nino, finì di leggere la lettera che Matilde non gli aveva consegnata nel tempo della sua ribellione, guardò la figlia di luce nuova e vide per la prima volta se stesso, la casa, sua moglie, i suoi figli. E pianse.

martedì 7 marzo 2017

Il dono

Ieri mi è stata regalata una piccola piantina fiorita in previsione della festa della donna del prossimo 8 marzo, da un uomo. Un signore che non conoscevo, che mi aveva aspettato all'ingresso della biblioteca comunale di Pirri, luogo dove stava per iniziare il primo incontro del corso di scrittura programmato. Sono stata fermata mentre , sul marciapiede, stavo per entrare nell'edificio. Il signore aspettava proprio me. Conosceva il mio nome e cognome e mi ha detto che doveva darmi qualcosa. Poi, facendosi aiutare da un suo amico, ha portato dentro l'edificio diversi pacchi e un voluminoso contenitore con una ventina di piantine colorate. " Queste sono per voi donne, per la vostra festa di domani". Ed ha accompagnato questo omaggio floreale con un foglio in cui aveva stilato , a mano, una dedica e un augurio a tutte le donne di quel corso. Il fatto in sé, del tutto inaspettato, ha suscitato in me e nelle altre donne, forse, un piacevole imbarazzo, un certo stupore e, soprattutto, una domanda: perchè? Ci ho pensato a lungo, ho cercato di dare una risposta razionale e motivata ad un gesto che è risultato essere assolutamente gratuito nella forma e nella sostanza. Rifletto ancora: perchè? Ma la domanda la rivolgo adesso a me stessa, al motivo del mio stupore e a quel certo imbarazzo che ho provato. Di tutte le risposte che mi sono data, di tutte le spiegazioni, forse questa è quella che spiega più cose e descrive me stessa a me: non mi aspetto nessuna forma di gratuità da nessuno. E in questa non-attesa si incardina l'interpretazione e la lettura che faccio del mondo. E' un'abitudine solo mia? Non credo. Perchè ho letto negli altri volti lo stesso mio stupore. E allora: perchè la gratuità ha l'effetto di imbarazzarci prima ancora di farci gioire e di disporci all'accoglienza? La nostra società ci ha talmente performato ai consumi, ai modi del dare e del ricevere che non sappiamo spiegarci un gesto quando è scardinato dalla logica di questo triste contesto mercificatorio e contabilizzato? Il gesto del dono disinteressato siamo pronti ad accoglierlo con un sorriso laddove provenga, che so, da un bambino. Ma abbiamo difficoltà ad accettarlo da un adulto per giunta sconosciuto. Pensiamo sempre che ci sia dell'altro, dietro. Di sicuro, dopo ci verrà chiesto qualcosa, qualcosa che non avremmo voluto dare ma che daremo per educazione, per piaggeria, per conformismo,
per qualsiasi altra motivazione che razionalmente andremo ad attingere dal repertorio infinito dei gesti cui la società dei consumi o della solidarietà pelosa ci costringe. Ma pochi di noi accettano un dono senza alcuna richiesta. Puramente gratuito. Ecco, questa gratuità, forse, nel mondo in cui viviamo, assume i connotati di una forma di eversione che dovremmo imparare a praticare molto spesso.