domenica 22 aprile 2018

Il circo Agor- di Giuseppe Perricone



A otto o nove anni sono stato innamorato di una giovanissima acrobata di circo. Pupetta era la figlia del proprietario. Il circo era uno di quelli che si fermano soltanto nei piccoli borghi di provincia ed era piccolissimo anche se per me, che non ne avevo visto mai altri, era il massimo.
Ogni anno svernava nel mio paese e quando arrivava montava il tendone nella spianata antistante la scuola elementare e tutti i pomeriggi gli “artisti”, animali compresi, sfilavano per le vie del paese invitando la gente a intervenire al fantasmagorico spettacolo che si sarebbe tenuto la sera.
Il mio problema era: chi doveva accompagnarmi? Mio padre non poteva, visto che tornava tardi da Palermo dove lavorava e la mattina doveva alzarsi ancora col buio per prendere la corriera che doveva riportarcelo. Soluzione: mi ci avrebbe portato qualcuno dei miei cugini più grandi, Franco o Lorenzo, o entrambi. Due ragazzoni, i miei cugini, alti e robusti di circa vent’anni che vivevano con nostra nonna chè i genitori e il resto dei fratelli (cinque) erano emigrati in America qualche anno prima.
Sulle prime non ne volevano sentire.
-“Che dobbiamo andarci a fare,” - dicevano - “a vedere quattro sfasolati ?” - Non ne valeva la pena secondo loro.
“Pinò, - mi chiamavano così, - vuoi venire stasera al circo?”
Si, questo invito, me lo rivolsero il giorno dopo la “prima”. Era di domenica. Quella mattina nella banchina, così è chiamata la piazza del mio paese, li avevo sorpresi mentre con altri amici sfottevano Turiddu, detto il guercio per via di un occhio di vetro, poiché la sera prima era andato al circo. Loro dicevano che non ci sarebbero mai andati a meno che non fossero stati costretti. La mia costernazione era immensa, chè i miei mai mi avrebbero lasciato andare da solo di sera. Mentre tornavamo a casa di nonna, Turiddu che abitava nella stessa strada continuava a vantare lo spettacolo del circo ed era talmente entusiasta di una acrobata Pupetta che gli brillava l’unico occhio sano, o era l’altro? mentre ne parlava. Notai che quando accennava a Pupetta guardava me allusivamente e, ammiccando ... “picciotti è bravissima, capitemi!” Io capivo soltanto che Turiddu voleva convincere i miei cugini ad andare al circo e ovviamente speravo che riuscisse nel suo intento. Ma quelli erano irremovibili anche se ora, dopo tutti gli ammiccamenti di Turiddu, sembravano un po’ più ammorbiditi. Ma no, solo se costretti sarebbero andati a vedere cose che manco i picciriddi ne volevano sapere, continuavano a ripetere. Non era vero, intervenni io, io ero picciriddu e ne volevo sapere. Come se loro frequentassero abitualmente il lidò di Parigi. Li ho odiati. Mentre eravamo a tavola dalla nonna stavo per impetrare la grazia da mio padre quando mi sentii rivolgere quell’invito da Lorenzo. Pensavo mi prendesse in giro. No, diceva sul serio. Ne fui certo quando mia nonna si offrì di pagare lei il mio biglietto e i due bellimbusti accettarono i soldi. Non vedevo l’ora che scurasse. Per fortuna era inverno e scurava abbastanza presto. All’orario stabilito passammo a chiamare Turiddu. “Potete pensare quello che volete ma io ci vado ogni sera” - aveva, infatti, concluso la mattina, prima di accomiatarsi da noi. “Ah, alla fine vi siete convinti a vedere lo spettacolo che manco i picciriddi vogliono vedere?”. “Ma no” - risposero quelli – “Pinuzzu (sono sempre io) piangeva e mia nonna ha voluto che lo portassimo al circo.” Capito? Ero il loro alibi per salvare la faccia con gli amici. Infatti mi guardarono male quando io protestai che non era vero che piangevo e che anzi stavo per chiederlo a mio padre che sicuramente mi avrebbe accontentato visto che era domenica.
Fu lo spettacolo più bello che avessi mai visto fino ad allora, sebbene fossi rimasto un po’ deluso per la mancanza del trapezio (qualche tempo prima avevo visto il film con la Lollobrigida, Burt Lancaster e Tony Curtis). Per la prima volta vidi animali che avevo solo visto nel libro di scuola o in qualche fumetto: un dromedario, uno scimpanzé che ovviamente si chiamava Cita (o Chitah?) e un lungo serpente col quale si esibiva un’avvenente danzatrice. I pagliacci mi fecero ridere a crepapelle. Un prestigiatore che era anche il presentatore, il direttore e il proprietario del circo ci intrattenne a lungo con i suoi miracoli di magia. A sentire il presentatore ognuno di questi artisti proveniva da una diversa parte del mondo, dalla Russia, dall’Ungheria, dalla Spagna tutti Paesi questi che conoscevo attraverso i libri di scuola ma che solo ora che ne vedevo alcuni degli abitanti erano diventati reali.  I miei cugini tuttavia rimanevano impassibili, fino a quando non vennero fuori quattro acrobati spericolatissimi, tre uomini e una donna. Lei era una ragazzina di non più di diciott’anni. Me ne innamorai non appena la vidi. Stavo in apprensione per lei ogni qualvolta si esibiva in qualche numero spericolato, anche se stando all’enfasi che metteva il presentatore nell’annunciarli tutti i numeri erano pericolosissimi, anche quello di due cagnolini che sotto la sapiente guida di un vecchio con una lunga barba bianca a tratti riuscivano a camminare sulle zampe posteriori. Avevo il cuore in gola per l’ansia quando lei in piedi sull’estremità di un asse che poggiando il suo centro su un fulcro la catapultava per aria dopo che un suo collega si era lanciato dalle spalle di un terzo sull’altra estremità della stessa asse e lei dopo un doppio salto mortale all’indietro atterrava in piedi sulle spalle del quarto acrobata. Purtroppo il numero degli acrobati si esaurì subito con mio sommo disappunto. “Ed ecco ora a voi la più grande contorsionista che si sia mai esibita in un circo” - diceva il presentatore – “Dall’Ungheria ... Pupetta !” Allora, per me e per tutti gli altri coltissimi spettatori era plausibile che una Ungherese si chiamasse Pupetta. Mi rallegrai quando scoprii che l’improbabile ungherese Pupetta non era altri che la stessa ragazza che si era esibita poco prima nel doppio salto mortale. Il numero che eseguì fu stupefacente. Sembrava che tutti i suoi arti fossero snodabili, ognuno di essi indipendente dal resto del corpo. Riusciva a piegarsi indietro fino a far spuntare la testa attraverso le gambe divaricate. Sembra la Trinacria esclamai. I miei cugini furono d’accordo ché erano di sentimenti separatisti. Nella loro stanza a casa di nonna tenevano appesa al muro la bandiera della Sicilia indipendente. Eravamo tutti entusiasti, separatisti compresi. Poi ci furono i cavallerizzi che con le loro piroette sul dorso di due cavalli riuscirono ad attrarre la mia attenzione nonostante la mia mente fosse rimasta a Pupetta. Tutto lo spettacolo durò circa due ore e quando finì mi aspettavo che ce ne saremmo tornati a casa. Invece no. I miei cugini, Turiddu e altri tre o quattro giovanotti a quanto pare dovevano congratularsi con gli artisti. Anch’io volevo congratularmi ma, “tu si picciriddu, - mi dissero, - e poi non ci possiamo andare tutti insieme.” Questa seconda causale potevo anche capirla ma non riuscivo a trovare un nesso tra la mia età e il fatto che non potevo congratularmi pure io. Notai che i giovanotti alla spicciolata si avviavano per le congratulazioni verso il punto da cui entravano ed uscivano gli artisti, alcuni dei quali, i maschi, erano già nella pista per rimettere tutto in ordine in previsione dello spettacolo della sera successiva. Stranamente nessuno dei giovanotti si congratulò con loro. Io rimasi con Lorenzo, mentre Franco e Turiddu andarono con la prima tornata di congratulatori. Sicuramente si erano divertiti più di quanto avessero dimostrato durante lo spettacolo perché stiedero un bel pezzo a congratularsi. Pensai che avessero dato anche una mano d’aiuto a sistemare gli attrezzi del circo perché quando finalmente vennero fuori qualcuno si stava rimettendo la giacca o il cappotto. Io non mi annoiavo, ero contento anzi perché mi trovavo ancora nello stesso luogo dove stava Pupetta e, chissà, poteva venire fuori ad aiutare i suoi colleghi affaccendati a ripulire la pista e allora sarei sfuggito alle grinfie di Lorenzo e nonostante l’età pure io le avrei fatto le mie congratulazioni per la sua bellissima esibizione. Lei avrebbe notato il mio ardire e si sarebbe innamorata di me e quando io avrei avuto, questa volta si, l’età giusta ci saremmo sposati e sarei andato col circo, che era un lavoro dove mi sarei sempre divertito e avrei guadagnato di che vivere, senza contare che sarei stato sempre in giro per il mondo ... l’Ungheria, ... la Russia, ... la Spagna ....
Ero assorto in queste fantasticherie quando i separatisti si passarono le consegne Lorenzo a congratularsi e Franco con me. Quelli della prima tornata intanto se ne andarono a casa e rimanemmo Turiddu io e il mio carceriere. Lorenzo se la prese proprio comoda e quando finalmente uscì disse che era stato con Pupetta e con la danzatrice col serpente ma questa volta senza, perché lui gliene aveva portato un altro più bello del suo. Io non me ne ero accorto che Lorenzo avesse portato un serpente e sì che a casa della nonna di animali ce n’erano, cani (i miei cugini erano cacciatori esperti), furetti, gatti, galline, uccelli in gabbia, ma mai avevo visto un serpente a casa. Disse pure mentre tornavamo che Pupetta gli aveva ripetuto il numero della trinacria e questa volta aveva fatto partecipare pure lui e tutti giù a ridere, tanto che contagiarono pure me. Non riuscivo ad immaginare Lorenzo, grande e grosso, piegato all’indietro a farsi spuntare la testa fra le gambe. Mi sarebbe piaciuto vederlo dissi e qua tutti e tre i bellimbusti a ridere fino a piegarsi in due e io con loro anche se non ne capii il motivo. Quasi tutte le sere andavamo al circo con mia somma struggente felicità. I numeri di tutti gli altri dopo le prime sere mi annoiavano anzi mi sembravano interminabili tanto quanto le esibizioni di Pupetta mi sembravano brevissime.

Alla fine di ogni spettacolo le consuete congratulazioni dei giovanotti mentre io me ne restavo seduto al mio posto sotto lo sguardo vigile del cerbero separatista di turno, con l’unica magra consolazione che era quella di stare ancora per qualche minuto il più vicino possibile alla mia adorata “Dulcinea”, casta pura e nobile quanto lo era quell’altra.


venerdì 2 febbraio 2018

1Q84 di Murakami Aruki: alcune osservazioni

1Q84 dello scrittore giapponese Murakami Aruki è un romanzo che intriga ed effettivamente inchioda alla pagina il lettore, anche il più scafato. Su di me ha avuto un effetto di coinvolgimento tale che non ho saputo smettere di leggere in modo sistematico e sequenziale fino all'ultima pagina. Questo però non vuole essere da parte mia una introduzione ad un giudizio di valore.
Andiamo con ordine: la trama è piuttosto complicata. Si narra di due giovani, Aomame e Tengo, che, nel corso di tutto il romanzo, non si incontrano mai. Anzi la narrazione procede per capitoli ben separati in cui, alternativamente, vengono narrati le azioni della protagonista femminile, Aoname e del protagonista maschile, Tengo. Neanche alla fine del romanzo ci sarà un'agnizione se non nel ricordo di entrambi.
Aomame, protagonista femminile, esercita due mestieri: il primo, alla luce del sole,  come fisioterapista in una palestra di Tokio, il secondo, solitario e nascosto, come killer per un mandante solo: una rispettabile signora dell'alta borghesia giapponese.
Tengo è un editor di una casa editrice di Tokio assai importante, alle dipendenze di un editore tanto implacabile quanto determinato nel condurre a termine l'edizione di un libro molto particolare dal titolo : La crisalide d'aria opera di una ragazzina diciassettenne di nome Fukaeri.
I due procedono nelle loro azioni come due parallele che mai si incontreranno se non nel sogno.
I due giovani sono segnati dalla solitudine che non viene minimamente scalfita neppure dai rapporti sessuali occasionali, per Aomame, o, nel caso di Tengo,stabili e prolungati con una donna sposata, assurta al ruolo di amante.
A Tengo viene affidato un compito: riscrivere di sana pianta il libro La crisalide d'aria per l'incapacità della sua autrice di sapere scrivere correttamente vista la dislessia e la disgrafia che la abita.
Durante questa operazione di scrittura, Tengo si immerge in un ambiente surreale e affascinante al tempo stesso, che è l'ambiente di Fukaeri la ragazzina inquietante per la quale il protagonista sente una profonda attrazione.
Aomame invece, nel suo ruolo di efficientissima killer, con tailleur firmato e tacchi a spillo, non si distrae mai dai suoi compiti per i quali viene ben pagata e che, alla fine della narrazione, vanno a confluire esattamente nella eliminazione di uno strano uomo, mezzo santone e mezzo superuomo, intrigante soggetto-oggetto di una comunità religiosa che lo adora come una persona sacra.
Aomame è ossessionata dal ricordo di un unico ragazzo conosciuto durante l'infanzia: Tengo, di cui si è innamorata e che non riesce mai più a dimenticare. Aomame fin dall'inizio della sua avventura personale, non smette mai di essere inquieta. La sua è una inquietudine esistenziale che la divorerà fino alla fine.
Tengo, anche lui, serba perenne il ricordo di una bambina di dieci anni, appunto Aomame, unica ad avergli saputo infondere un sentimento di amore profondo. I due non si cercano per tutta la durata del romanzo e neppure si trovano: compiono le loro rispettive missioni, portando avanti la loro esistenza fino alla conclusione annunciata dall'autore a metà percorso narrativo.
Che libro è questo? Non è una storia d'amore, nè di avventura. E neppure di fantasy. Ci sono, nel corso di tutta la narrazione, delle presenze evocate, i little people, così vengono chiamati da Fukaeri certi esserini misteriosi in grado di produrre cloni perfetti di alcuni dei personaggi del libro.
L'ottica in cui si muove Murakami è  spiazzante: lascia il lettore occidentale avviluppato in una narrazione in cui trovare il fulcro centrale e l'avvicendamento delle azioni è piuttosto complicato. Ci sono molte azioni che rimangono incomprensibili alla ragione narrativa: il continuo fermare l'azione per raccontare a ritroso la storia pregressa dei personaggi, per esempio. 
Murakami ha una tecnica particolare nella focalizzazione dei personaggi: sembra che questi non abbiano spessore psicologico poiché l'autore non scava nel profondo, almeno non con le tecniche narrative cui siamo abituati. Però i protagonisti assumono rilievo e anima attraverso la narrazione dei fatti e delle azioni. Sembra quasi che  Murakami voglia presentare queste sue creature letterarie inserendole in una realtà plausibile di cui egli cura tutti i particolari per creare la massima coerenza e verosimiglianza nei confronti di una vicenda che , viceversa, è continuamente proiettata nella distorsione della distopia che il lettore, tuttavia, può abitare razionalmente all'interno del patto narrativo.
Il linguaggio, costruito attraverso un registro linguistico medio, che non indulge mai né alle iperboli del parlato né al lirismo affabulatorio, crea ambienti apparentemente confortevoli che sanno però improvvisamente trasformarsi in spazi malefici  e stranianti.
I due principali protagonisti praticano fino in fondo due percorsi differenti fino alla drammaticità del finale in cui né Tengo né Aomame raggiungeranno il loro traguardo, perché, a ben vedere, nessuno  dei due ha un traguardo da raggiungere.

mercoledì 31 gennaio 2018

MEM Presentazione libro: Leggere Scritture

Serata di presentazione

 E’ stata davvero una bella serata quella di venerdi 26 gennaio 2018 alla MEM: le allieve e gli allievi del corso di scrittura –biblioteca di Pirri- in un’aria festosa e di grande partecipazione di pubblico, hanno presentato il loro libro “LEGGERE SCRITTURE”.


 La direttrice della MEM dr.ssa Dolores Melis si è molto complimentata sia con gli allievi che con la loro docente Maria Rosa Giannalia per la determinazione con cui hanno saputo portare a termine un compito  non certo semplice: la scrittura di un libro!                    Gli allievi si sono avvicendati nella lettura di alcuni brani tratti dai loro racconti catturando l’attenzione del pubblico che ha risposto con entusiasti applausi. Naturalmente l’aria festosa nella quale si è svolto tutto l’evento, si è molto giovata dall’accompagnamento musicale alla chitarra elettroacustica ad opera di Gianmarco Massa e dalla proposta di  due brani musicali, per chitarra classica, composti ed eseguiti da Ezio Palmas, entrambi anche autori di racconti dell’antologia presentata.
 Il pubblico  si è particolarmente interessato all’esperienza condotta per la prima volta presso la biblioteca di Pirri e ha rivolto agli allievi delle domande pertinenti circa il loro lavoro.

Qui di seguito alcune immagini dell’evento e un filmato.


















giovedì 25 gennaio 2018

'A Truvatura – Settima e ultima puntata



di Giuseppe Perricone




A lungo andare, vedendo aggravarsi sempre più le condizioni di salute della figlia senza che il marito, a parte le cure mediche, si decidesse a prendere uno qualunque dei provvedimenti da lei sperati, cominciò ad odiarlo. Non gli confidò più le sue paure, tanto sapeva che era tutto tempo perso. Lo conosceva bene.
   Per circa sei mesi ancora continuarono quei ritrovamenti, poi cessarono. Naturalmente Don Gaetano continuò a cercare ancora per qualche altro mese, fin quando anche lui dovette arrendersi all'evidenza: il bottino dei briganti si era esaurito. Donna Agatina invece affermava che ad esaurirsi, invece, era stata la Truvatura.                         
   A seguito di tutti quei ritrovamenti Don Gaetano, in pochis­simo tempo divenne uno dei più ricchi abitanti del paese. Le ricchezze accumulate e gli immobili che queste gli avevano consentito di acquistare, avrebbero consentito di vivere di rendita ad almeno tre generazioni di Arcoleo. Ma lui non era uomo da restarsene con le mani in mano. Infatti, intraprese l'attività di sensale e si diede al commercio.
   Anche in queste nuove attività tutto procedeva a gonfie vele. Non sbagliava mai un affare. La gente cominciò a rivolgersi a lui e a consultarsi con lui per i propri negoziati, e lui dietro compenso di una adeguata percentuale dispensava loro i suoi consigli. Un consulente finanziario ante litteram. Unico cruccio di Don Gaetano era la salute della sua piccola Adelina. Infatti, la bambina era ormai allo stremo. Il medico era divenuto un abituale frequentatore di casa Arcoleo. Prima veniva soltanto quando richiesto, ma quando queste chiamate divennero quotidiane, egli stesso decise di passare ogni giorno a visitare la piccola. Ma, la bimba continuava a essere inappetente e nulla potevano le continue cure ricostituenti.
   Negli ultimi tempi si rese necessario far venire i migliori specialisti da Palermo, nessuno dei quali seppe diagnosticare con precisione la malattia di Adelina. Tutti erano concordi sul fatto che la bambina stesse letteralmente morendo di fame. Intanto i genitori assicuravano che non le facevano mancare niente, che il cibo che le portavano a letto lei lo mangiava anche se malvolen­tieri. Si, é vero che spesso, quando si recavano a ritirare il piatto nella stanzetta, vi trovavano ancora del cibo che la bimba non riusciva a mandare giù, ma in linea di massima lo trovavano vuoto.
   Sentendo ciò uno degli specialisti narrò di un altro caso simile che gli era capitato. Lì si era trattato di una giovane che in seguito ad una delusione sentimentale, rifiutava il cibo e per non far capire niente ai familiari, di nascosto, lo buttava nel bagno. Ma, chiamato in tempo, egli era riuscito a scoprire il sotterfugio e a salvare la ragazza costringendola a mangiare guardata a vista dai suoi, il tutto coadiuvato da appropriate cure ricostituenti. Chissà, poteva darsi che anche questa pazien­te nascondeva il cibo, visto che solitamente mangiava da sola. Ma per quale motivo? Era impensabile che una bambina di otto anni avesse subìto una delusione sentimentale. Forse non voleva più vivere in un mondo dove per la sua infermità era considerata diversa e dove lei stessa si considerava di nessuna utilità, specialmente in una famiglia come la sua dove ognuno dei compo­nenti, in un modo o nell'altro, si dava da fare per gli altri.
   - Ah... Se mi aveste consultato prima! - sospirò lo specia­lista - Avremmo almeno appurato la fondatezza della mia ipotesi. Ora, se anche riuscissimo ad avere conferma di quanto ho ipotiz­zato, sono fermamente convinto che, purtroppo, ormai ci sia ben poco da fare.
   Questo fu il responso che Don Gaetano si ebbe da quella consultazione. Ne fu costernato. Da quel giorno Adelina non mangiò più da sola. Il cibo le veniva fatto ingoiare quasi a forza, ma era tutto inutile perché lo vomitava subito dopo.
   Un giorno che era rimasta sola in casa con Adelina, Donna Agatina mandò a chiamare 'u Zù Vicé[1], un uomo sulla sessanti­na che aveva fama di possedere delle facoltà medianiche ed era perciò in grado di scoprire eventuali "presenze" malefiche e cacciarle.
   Quando l'uomo arrivò in casa degli Arcoleo, non appena ebbe varcato l'uscio della stanzetta della piccola malata, fu preso da una specie svenimento, almeno così disse poi, ma subito ripresosi scappò via gridando che quella stanza era infestata da Spirdi maligni contro i quali lui non poteva nulla e che la bambina era ormai condannata.
   - Guai a voi che li avete disturbati! - gridò - Vi é pia­ciuto arricchirvi con la Truvatura? Ora ne pagate il pegno.
   Detto questo 'u Zù Vicé fuggì via.
   Fino a quel momento Donna Agatina aveva sempre sperato che avesse ragione il marito nel giudicare le sue paure soltanto delle sciocche superstizioni, ma ora aveva avuto purtroppo con­ferma dei propri sospetti.
   Era da pochissimo uscito 'u Zù Vicé, quando rientrò Don Gaetano. La Donna gridando al suo indirizzo vitupèri e ingiurie, prese a colpirlo con pugni e schiaffi.
   Sentendo questo strepito, i vicini accorsero e convinsero Don Gaetano ad uscire chè ci avrebbero pensato loro, le donne, a calmare Donna Agatina che intanto continuava ad accusare il marito di star causando la morte della figlioletta.
   Quando le vicine riuscirono finalmente ad acquietarla fecero rientrare Don Gaetano e solo dopo che anche gli altri figli furono rientrati si decisero a lasciarli.   
   Donna Agatina raccontò ai familiari della venuta dello Zù Vicé e di cosa questi avesse scoperto.
   Don Gaetano le fece terminare il racconto, poi con calma espresse la sua opinione in proposito:
   - In primis - disse - io ho sempre considerato 'u Zù Vicé un ciarlatano, che sfrutta l'ignoranza della gente come te per campare. In­fatti, che lavoro fa? Nessuno. Secondo: chi, in paese, da quando siamo in questa casa e la fortuna ha cominciato a sorriderci, non ha attribuito ciò alla Truvatura? Perciò non c'é da meravigliar­si delle affermazioni di quell'imbroglione. Ha soltanto ripetuto quello che pensano tutti. E poi, secondo voi, le preoccupazioni di Mastro Gaspare, che per me rimangono soltanto sue impressioni, non hanno contribuito al diffondersi di questa diceria? 'A Truvatura… i Spirdi… tutte fesserie. Voi avete mai visto Spirdi qui dentro? No! Quanto abbiamo trovato non lo abbiamo trovato dentro casa, ma fuori, in campagna. E lì, in quella zona, in tempi passati imperversava una banda di briganti e il tesoro che noi abbiamo trovato apparteneva a loro che per nostra fortuna non ci sono più.
   - Parliamo ora della salute di Adelina. -  continuò, ma questa volta con la voce un pò incrinata dall'emozione che le procurava il dover parlare della figlioletta.
   - Lo sappiamo tutti che Adelina é stata sempre così malatic­cia. La colpa non é di nessuno. Ora, chissà cosa le passa per la testa, ha deciso che non vuole più mangiare. Avete sentito cosa ha detto il Dottore venuto da Palermo? Si sarà convinta che é solo di peso a tutti noi e vuole liberarci. Magari é convinta di farci del bene. Ma io non mi arrendo. Vediamo come va ora che la controlliamo quando mangia; se dovesse continuare a peggiorare, la porto in Continente, chè là ci sono gli scienziati che fanno resuscitare pure i morti!
   Aveva finito appena di pronunciare quest'ultima frase, quan­do udirono le grida di Concetta, la figlia maggiore, dalla stanza della sorellina, dove si era recata per controllare se stesse riposando: - Papà ... Mamma ... Correte! Adelina ... Adelina forse é morta!
   Come un solo uomo si precipitarono tutti nella stanzetta della bambina e, purtroppo, con sgomento appurarono che Adelina non dava più alcun segno di vita.
   - Bartolo! - chiamò Don Gaetano, con voce rotta dall'emo­zione - Vai a chiamare subito il dottore, corri! - poi, rivolgen­dosi alla moglie, che aveva incominciato a gridare il proprio dolore, e ai figli, intimò loro di mantenere la calma chè, forse, Adelina era soltanto svenuta. Ma il tono della sua voce era quello di chi è già lui stesso il primo a dubitare di quanto va affermando.
   Ma Adelina era proprio morta! Tutto era ormai compiuto.
   Venuto il medico, non potè fare altro che constatare l'avve­nuto decesso della bambina. A questo punto Donna Agatina fu presa da una crisi isterica. Si sca­gliò contro il marito, con furore e rabbia più veemente di prima. Era come spiritata. A nulla valsero le implorazioni dei figli né la loro intercessione affinché si calmasse e smettesse di colpire il marito, il quale, come inebetito, non faceva niente per ripararsi da quei colpi. Quando, finalmente i figli riuscirono a bloccarla, la donna cadde svenuta fra le loro braccia.
   Donna Agatina da quel giorno non rivolse più la parola al marito e si chiuse in un mutismo da cui usciva soltanto per "par­lare" con la sua Adelina che la sua mente, ormai andata, non volle mai credere morta.
   Ma la sorte di Don Gaetano non fu migliore di quella della moglie.
   Da quel giorno infatti fu tormentato dal dubbio e dai rimorsi che si portò dietro fino alla fine dei suoi giorni. La gente in paese disse che quella era la sua condanna: vivere a lungo (era quasi centenario quando morì) e tormentato dai suoi sensi di colpa. Sì, sua moglie aveva avuto ragione fin dal primo momento, pensava. Ma come poteva minimamente immaginare quello che sarebbe accaduto? Si giustificava adducendo a scusante il fatto che non aveva mai creduto a tutte quelle storie frutto della fantasia popolare e perciò non poteva prevedere quello che sarebbe succes­so. Ma era vero?
   Aveva sfidato il soprannaturale ed era stato sconfitto. Ma sarebbe stato più giusto che a pagare per le sue colpe, per la sua incoscienza, fosse soltanto lui e non la figlioletta innocente da ogni colpa. ... La sua incoscienza ... Fino a che punto aveva potuto considerare incoscienza il suo modo di agire? Perché dopo i primi ritrovamenti aveva preferito comprare la casa invece del terreno? Non era stato perché in fondo anche lui era convinto che tutto aveva avuto inizio proprio da lì, da quella casa? Che continuan­do ad abitarla, in qualunque altro luogo avesse condotto i suoi scavi avrebbe trovato ugualmente i suoi tesori? Ecco perché l'acquisto della casa era stato prioritario. Tutto il resto sarebbe stato consequenziale.  E quando Mastro Gaspare lo mise in guardia sui pericoli che la sua Adelina avrebbe potuto correre in quella stanzetta, perché riservò alla bimba proprio quella?               
   Se fino a quel momento l'aveva fatto, ora Don Gaetano non poteva più continuare ad ingannare la propria coscienza con falsi alibi, ora che la sua bambina era morta. Aveva sacrificato la sua prediletta, la sua adorata Adeli­na, per il proprio tornaconto, così come le popolazioni primitive, nei loro riti pagani, sacrificavano vittime umane per assicurarsi il favore delle loro sanguinarie Divinità e ottenerne benessere per tutta la tribù.
   La casa degli Arcoleo, nel giorno del funerale della bambi­na, fu invasa dai vicini. Quanto si mormorava in paese sui motivi che avevano portato la bimba alla tomba, aveva commosso i paesani, la cui piètas era palese sui volti di tutti. Anche Mastro Gaspare Lo Monaco con i due figli più grandi era presente. Anzi, come uno della famiglia, rimase per tutto il giorno seduto alle spalle di Don Gaetano al capezzale di Adelina che giaceva sul suo piccolo letto di morte al centro della stanza, col volto pervaso da una serafica serenità che in vita forse non aveva mai avuto.
   Quando la morticina fu deposta nella piccola bara bianca, si creò all'interno di quella stanza un certo movimento, tanto che Mastro Gaspare coi figli, per creare più spazio, indietreggiando finì per ritrovarsi nella camera successiva, quella che sia lui che Don Gaetano avevano adibito a camera da letto. Nella penombra i suoi occhi andarono ad una piccola vetrinetta, al centro della quale, su uno scaffale di vetro, faceva mostra di sé una scarpina da donna. Una scarpina da donna tutta d'oro.

F I N E




[1]  Il Sig. Vincenzo. (“Zù” sta per zio in segno di rispetto)

domenica 21 gennaio 2018

Leggere Scritture: presentazione dell'antologia di racconti delle allieve e degli allievi del corso di scrittura della biblioteca di Pirri

Le allieve e gli allievi del corso di scrittura tenutosi nell'anno 2017 nella biblioteca di Pirri, presenteranno l'antologia dei loro racconti, scritti durante il loro percorso di formazione, il giorno 26 gennaio 2018 alle ore 18.00 presso la MEM di Cagliari. Le letture dei testi saranno intervallati da piacevoli esecuzioni di brani musicali.
Vi aspettiamo numerosi.

giovedì 18 gennaio 2018

'A truvatura- Sesta puntata



di Giuseppe Perricone



   Superato il primo momento di smarrimento, cominciò a pensare al da farsi.
   Doveva comprare quel fondo al più presto e diventarne pro­prietario a tutti gli effetti, onde evitare ogni tipo di rivendi­cazione da parte di chicchessia su eventuali futuri ritrovamenti. 
   Presa questa risoluzione, si decise a chiamare i figli che lavoravano poco distante.
I ragazzi, vedendo il padre seduto per terra, il volto di un pallore cadaverico, pensarono che si fosse sentito male. Ma Don Gaetano, senza proferir parola, si limitò ad indicare loro con un cenno della mano il tegame con le monete d'oro ancora sparse sul terreno accanto a lui. Pure i picciotti ammutolirono per la sorpresa.
   Il padre, con voce strozzata per l'emozione e la tensione, raccontò loro le circostanze del ritrova­mento e, quando ebbe finito il suo racconto, intimò a tutti e quattro i figli di non farne parola ad anima viva.
   Quando seppero della cosa, anche le donne di casa Arcoleo ebbero la stessa reazione dei loro congiunti maschi. La gioia di Donna Agatina fu immensa anche se una sensazione di males­sere la prese nel notare la strana reazione della piccola Adeli­na. Infatti, come ebbe a dire in seguito, la bambina le diede l'impressione che le sue manifestazioni di gioia fossero dovute più al fatto di vedere gli altri suoi familiari felici, che alla consapevolezza dell’improvvisa ricchezza piovuta in modo così inaspettato in casa loro. Anzi la donna aveva l’impressione che Adelina non fosse tanto sorpresa da quell'avvenimento che, nessuno sano di mente, poteva mai sperare potesse capitargli, specialmente gente da sempre vittima della mala sorte come erano gli Arcoleo.
   Naturalmente quella notte stentarono ad addormentarsi. Don Gaetano e la moglie non fecero altro che parlare dei progetti che ora avrebbero potuto realizzare. Tuttavia, già quella stessa notte Donna Agatina esternò al marito le sue perplessità sulla strana reazione della più picco­la delle figlie. Senza dirlo apertamente, dai discorsi che fece, lasciò trasparire il suo pensiero: e se Adelina, all'insaputa di tutti, avesse avuto una qualunque parte nel ritrovamento di tutti quei soldi? Chissà, forse quello non era stato che un modo come un altro di recuperare la Truvatura (il cui pensiero non l'aveva mai abbandonata), senza destare sospetti in alcuno?
   Nonostante la donna non avesse manifestato esplicitamente que­ste sue paure, Don Gaetano indovinò ugualmente i suoi pensieri. Cercò di tranquillizzarla spiegandole che certa­mente la felicità di Adelina era da attribuire al suo modo di reagire a quella degli altri suoi familiari, tuttavia ciò non significava necessariamente che la bambina sapesse già da prima quanto sarebbe accaduto quel giorno; e che, se aveva mostrato indifferenza all'oro, era solo perché, ancora troppo piccola per apprezzarne il valore, non poteva nemmeno immaginarne gli effetti sul loro futuro immediato.
   Donna Agatina sembrò accettare di buon animo le spiegazioni del marito e finalmente cercarono di dormire un poco.
   L'indomani mattina Don Gaetano raccomandò per l'ennesima volta alla moglie e ai figli di tenere la bocca chiusa con chiun­que su quanto accaduto il giorno precedente. Esaurite queste raccomandazioni, coi quattro ragazzi si recò in campagna per riprendere il lavoro interrotto, con la segreta speranza che potesse ancora ripetersi quanto già accaduto il giorno prima.
   Era certo che se il tesoro da lui trovato era veramente appartenuto ai banditi non era mera illusione sperare che altri tesori potessero essere celati nel sottosuolo di quel terreno. Infatti, stando a quanto si diceva ancora sul conto di quella banda, l monete, i ducati d'oro che aveva rinvenuto non dovevano essere che la minima parte del bottino che i brigan­ti avevano accumulato in tanti anni di furti e rapine, finaliz­zate, a sentir loro, al ripristino della dinastia dei Borboni nel Regno delle due Sicilie. Comunque quel giorno non successe niente di straordina­rio, così come nei due successivi.
   Il terzo giorno, quando ormai stava per convincersi che in quel campo non avrebbe trovato più niente, non appena ebbe ini­ziato a dar di zappa sul terreno, ecco venir fuori un altro fagotto simile al primo. Questa volta ad essere avvolto dagli stracci fu un secchio di metallo, che oltre ad essere anche questo colmo di ducati d’oro, conteneva alcuni gioielli di pregiata fat­tura.
   A questo punto Don Gaetano ebbe ormai la certezza che insistendo nelle sue ricerche da quel terreno sarebbe venuta fuori la fortuna sua e della sua famiglia.
   Lasciò i figli in campagna e tornò subito a casa. Aveva deciso di recarsi in città per depositare quel denaro in banca.
   Anche questa volta, in casa Arcoleo le manifestazioni di gioia furono grandi. Un'unica ombra offuscava quella gioia. Adelina, già dal giorno precedente stava poco bene. Qualunque cosa mangiasse non riusciva a trattenerla nello stomaco ché subito la vomitava.
   Don Gaetano per portare i soldi in banca ricorse ad un sotterfugio. Li nascose nei panàra di vimini che era solito usare per la raccolta in campagna e li coprì con della frutta di stagione, dopo di che prese la corriera per la città.
   Quando, verso le tre pomeridiane, ritornò, già dalla fermata della corriera notò davanti casa sua un'insolita animazione. Vide, fermi davanti all'uscio, parlare con alcuni vicini due dei figli che, stando alle sue raccomandazioni, a quell'ora avrebbero dovuto trovarsi ancora in campagna.
   Pensò che qualcuno della sua famiglia doveva essersi lascia­to sfuggire qualche parola sui loro ritrovamenti. Infuriato fece quasi di corsa il tratto di strada che lo separava da casa e stava quasi per avventarsi sui ragazzi quando vide uscire il medico di famiglia.
   Capì allora che i suoi timori erano infondati e fu sorpreso di sentirsi sollevato. Ma come, il medico in casa sua, segno che qualcuno doveva sentirsi male, sicuramente Adelina, la sua predi­letta, e lui si sentiva sollevato?
   Questa constatazione lo fece star male. Si sentì in colpa verso la sua bambina. Come a voler rimediare assalì il dottore: - Che c'è, Dottore? Che ha la mia bambina? - e mentre gli poneva queste domande lo strattonava per il bavero della giacca come a voler scaricare sul Dottore i suoi sensi di colpa.
   Il medico si meravigliò non poco per l'agitazione Di Don Gaetano, infatti, non lo aveva mai visto in quello stato, nono­stante quella non fosse la prima volta che Adelina aveva bisogno delle sue prestazioni mediche per via del suo fisico macilento e della sua salute cagionevole.
   Lo tranquillizzò spiegandogli che Adelina non aveva niente di grave, era solo debole perché digiuna da due giorni, ma che con la cura che le aveva prescritto, una cura ricostituente, si sarebbe rimessa in sesto. Rispetto alle altre volte aveva avuto un piccolo svenimento, ma non c'era niente di cui preoccuparsi.
   Adelina doveva soltanto rimettersi in forze con pasti sosta­nziosi, anche se ciò avrebbe comportato ai suoi familiari qualche sacrificio economico.
   Ora fu la volta di Don Gaetano di tranquillizzare il Dot­tore. Da ora in avanti ad Adelina e a nessuno della sua famiglia sarebbe mancato più niente. Ora aveva di che pagare. Poteva pagare anche il medico che fino ad allora, conoscendo le condi­zioni economiche degli Arcoleo, da loro non aveva mai preteso alcun pagamento, a parte qualche panàro di frutta o qualche capo di selvaggina.
   A dimostrazione di quanto asseriva, chiamò il più grande dei suoi figli, Bartolo, prese dalla tasca un rotolo di banconote, ne tirò fuori una di grosso taglio e lo mandò con la ricetta del medico dallo speziale per le medicine; poi chiamò Nino e con un'altra banconota uguale alla prima lo spedì a comprare quella carne che in casa Arcoleo si vedeva a malapena soltanto nelle feste comandate. 
   Quando finalmente entrò in casa era ancora talmente scosso e preoccupato per la salute della figlia che non notò neanche le espressioni di stupore dei vicini che gli avevano visto estrarre dalla tasca quel grosso rotolo di banconote.
   Al capezzale di Adelina trovò la moglie che non appena si accorse di lui quasi lo aggredì accusandolo di aver causato con la sua testardaggine il malessere della bambina. Infatti, ormai ne era sicura, quel malessere era da attribuire alla Truvatura. Sissignore, quelle monete e quei gioielli facevano parte della Truvatura! E lui non poteva nascondere l'evidenza dei fatti.
   La flebile voce di Adelina bloccò sul nascere l'alterco che stava per scoppiare tra i genitori. Infatti Don Gaetano era pronto per scagliarsi verbalmente contro la moglie per rintuzzare quelle ingiuste e stupide accuse nei suoi confronti.
   - Non siete contenti che non siamo più poveri? - domandò la bimba. Aveva un'espressione di beatitudine dipinta sul viso quale nessuno di loro due ricordava di averle mai visto prima. Era evidente che la bambina era felice. Era come se fosse appagata. Questa fu l'impressione che entrambi i genitori ne ebbero.
   Quella sera stessa Don Gaetano si recò a trovare Mastro Gaspare Lo Monaco con l'intenzione di comprare la casa. Pattuito il prezzo, gli lasciò la caparra e soltanto al suo rientro mise al corrente della sua decisione il resto della famiglia.
   La moglie non disse niente. Bartolo, invece, fece notare al padre che sarebbe stato più opportuno comprare l'agrumeto visto che proprio lì avevano trovato la loro ricchezza, ma l'uomo spiegò che, per quanto ne sapeva lui, nessuno nella sua famiglia da generazioni aveva mai posseduto una casa, e lui, quando si era sposato aveva giurato a sé stesso che avrebbe fatto di tutto perché un giorno potesse averne una di proprietà. Poi, se avessero rinvenuto ancora altra "roba" in quel terreno, avrebbe comprato anche quello.
   Le aspettative di Don Gaetano non vennero deluse. Infatti, i ritrovamenti continuarono nella media di due o tre al mese, fu così che gli Arcoleo comprarono successivamente alla casa anche il terreno in questione e un altro adiacente.
   Purtroppo, a distanza di due o tre giorni da ognuno di quei recuperi corrispondeva un ulteriore peggioramento della salute di Adelina.
   Ormai la piccola non si alzava più dal letto; malgrado ciò conservava la sua serenità e anzi, era lei a confortare la madre che non si muoveva quasi mai dal suo capezzale. Donna Agatina non poté non constatare che questa serenità, questa espressione di beatitudine, la figlia non l'aveva mai avuta, se non dal giorno che il marito era tornato a casa con quel primo tegame colmo di monete d'oro.
   Adelina era contenta perché ora erano ricchi o, piuttosto, perché riteneva di essere lei stessa causa dell'impro­vviso benessere di cui era beneficiaria la sua famiglia? Donna Agatina propendeva per questa seconda ipotesi. La bambina sapeva più di quanto dava a vedere. Di questo ne era certa, così come era certa, purtroppo che la sua bambina avrebbe pagato con la vita per quelle ricchezze. Quello che la faceva dannare era la convinzione che la bimba sapesse di dover pagare di persona e pareva accet­tare la cosa più che con rassegnazione, quasi con gioia; magari era convinta che in questo modo, non sarebbe più stata soltanto un peso per la sua famiglia, bensì colei che col suo sacrificio consentiva ai propri cari di non patire più gli stenti e gli affanni di sempre.
   Ecco perché la bimba, nonostante le insistenze della madre, non voleva sentirne di farsi cambiare di stanza dal padre!
   Anche l'atteggiamento del marito era per Donna Agatina causa di tormento. Perché non voleva darle retta? Cosa voleva dimo­strare? Che non esistono gli Spirdi? E se anche avesse avuto ragione lui, cosa costava cambiare di stanza la bambina? O era perché in cuor suo il marito sospettava che questo cambiamento avrebbe irrimediabilmente compromesso il continuo ritrovamento di quei tesori, che lui insisteva a considerare bottino dei brigan­ti? Come poteva pensare che quella banda, dopo lo scontro con i Piemontesi non avesse avuto alcun superstite in grado di recupe­rare tutta quella refurtiva? Possibile che Don Gaetano, si chiedeva la moglie, non si ponesse questi interrogativi? E se invece, se li poneva, era davvero convinto che tutto quello che stava loro capitando fosse dovuto solo a un caso fortunato? D’altronde non era nemmeno pensabile che l'uomo fosse disposto a sacrificare la figlia prediletta allo scopo di arricchirsi. Lei sapeva quanto il marito l’amasse.

(continua...)


mercoledì 10 gennaio 2018

A Truvatura – Quinta puntata

di Giuseppe Perricone

   Non aveva bisogno di saperne di più. Temeva che la sua intromissione in quell'ambiente che probabilmente era stato tea­tro di chissà quali nefandezze avrebbe procurato a lui e alla sua famiglia guai maggiori di quelli già sperimentati.
   Se mai avesse avuto dei dubbi sulla veridicità dei racconti della figlioletta, ora non ne aveva più. Era tutto vero. Se non voleva perderla nessuno del suo nucleo familiare doveva rimanere un giorno di più in quella casa.
   Riammattonò la stanza e quel giorno stesso, raccolte le cose di prima necessità, si trasferì in casa della madre dove fin da quella stessa notte dormì con la famiglia.
   Nel giro di una settimana Mastro Gaspare traslocò definiti­vamente nella dimora che aveva abitato precedentemente, anch'essa di sua proprietà e questa che lasciava la mise in vendita speran­zoso di concludere l'affare nell'arco di pochissimi giorni.
   Confidava nel fatto che una casa come quella, centrale, con due accessi e ad un prezzo minore del suo reale valore (la vende­va allo stesso prezzo d'acquisto, senza considerare le riparazio­ni che vi aveva apportato a sue spese) avrebbe allettato non pochi acquirenti. Ma, inspiegabilmente, senza che né lui, né i figli, né la madre, cui non aveva potuto fare a meno di raccon­tare i fatti accaduti, avessero fatto parola ad alcuno di quegli avvenimenti, in paese si cominciò a sussurrare che Mastro Gaspare metteva in vendita la casa perché infestata dagli Spiri­ti. Questa voce rendeva molto più arduo il compito ai sensali incaricati dell'affare.
   A rendere più ardua la vendita della casa contribuiva il fatto che all'epoca era molto difficile trovare qualcuno in grado di disporre della cifra necessaria ad un tale acquisto.
   Passati circa sei mesi nell’infruttuosa attesa di un acqui­rente, Mastro Gaspare decise di provare a darla in locazione.
   Fu a questo punto che si fece avanti Don Gaetano Arcoleo in qualità di affittuario, attratto dall'esiguità del canone d'af­fitto.
   Don Gaetano era un uomo sui quarantacinque anni, alto, magro, buon lavoratore. Era molto autoritario nei confronti della moglie e dei sei figli, quattro maschi e due femmine, convinto com'era che il modo più sicuro d'impartire loro la buona creanza rimanesse la severità, mai poca. Infatti, era convinto che solo così la sua autorità di pater familias poteva continuare ad essere riconosciuta. Comunque i suoi modi bruschi e autoritari, in effetti, nascondevano un amore sviscerato per ogni componente della sua famiglia, in modo particolare per Adelina, la più piccola dei figli, che aveva otto anni, molto cagionevole di salute e con una malformazione congenita alla gamba destra che la costringeva a zoppicare. Don Gaetano soleva sostenere che pur di procurare il massimo del benessere alla propria famiglia era disposto a vendere anche l'anima al diavolo.
   La moglie di Don Gaetano, Donna Agatina, era un donnone di circa quarant'anni che pesava almeno il doppio di lui, mora coi capelli crespi che la facevano sembrare una mulatta, era infatti so­prannominata 'a Nivura[1].
   A parte Concetta che essendo la più grande dei figli, dici­annove anni, aiutava la madre in casa, i quattro maschi, Bartolo, Nino, Peppino e Giovanni, coadiuvavano il padre nella conduzione di un piccolo appezzamento di terra coltivato ad agrumi che avevano in affitto e quando avevano completato i lavori stagiona­li in quel terreno prestavano la loro opera come braccianti presso terzi. Tuttavia, per quanto il padre coi figli si ammaz­zassero di fatica, riuscivano a malapena a sbarcare il lunario, considerando pure che all'epoca dei fatti il salario di un brac­ciante era meno di un terzo di quello di un muratore; i ragazzi poi venivano pagati ancora meno.
   La famiglia Arcoleo, fino ad allora aveva vissuto in una stamberga di due stanze, dai muri zuppi di umidità, in un vicoletto nei pressi della casa sfitta di Mastro Gaspare. 
   Mastro Gaspare, per mantenersi la coscienza a posto, si sentì in dovere di mettere Don Gaetano sull'avviso di quanto avveniva la notte in quella casa. Gli confessò che il vero motivo che lo aveva costretto ad abbandonarla erano le strane "presenze" che la notte "disturbavano" la figlia e che tutto ciò, presumibilmente, era da attribuire all'esistenza, sotto il pavimento dell'ultima stanza, di una Truvatura. Perciò, se, nonostante i suoi avverti­menti aveva ancora voglia di abitare in quella casa, stesse attento per la piccola Adelina che aveva la stessa età della sua Rosina.
   - Ma come - rispose Don Gaetano - un uomo come voi crede a queste superstizioni? Io non ho mai creduto né alle Truvature, né agli Spirdi né a nient'altro. Credo solo in Dio, la domenica vado a Messa e sono a posto. Non ho paura di niente! Non mi scanto dei morti, … Mi scantu r’i vivi!.- concluse con una risata.
   Senza perdere tempo in eccessive formalità, i due uomini si misero d'accordo e già all'indomani, in un solo giorno, gli Arcoleo traslocarono nella nuova abitazione. Infatti, non ci volle molto a trasportare le poche fatiscenti masserizie di loro proprietà.
   La nuova abitazione sembrò conferire loro un nuovo status sociale. Cominciarono col vestirsi in modo più decente e, neanche un mese dopo i vicini assistettero al primo degli avvenimenti che in seguito avrebbero dato adito a molte illazioni. Due stràscini[2] carichi di mobili e di masserizie nuove si fermarono davanti alla casa, dove scaricarono tutto e se ne ripartirono carichi del vecchio ciarpame che fino ad allora aveva svolto le funzioni di mobilio.
   Non era trascorso un mese da questo avvenimento quando in paese si seppe che Don Gaetano era divenuto proprietario della casa di Mastro Gaspare e, nei mesi successivi, pure del terreno di cui era affittuario, di un altro appezzamento di terra adiacente al primo, di altre tre case che aveva dato in affitto e di una stalla sul retro della casa, visto che ora possedeva anche un cavallo e un mulo per il calessino e il carretto che aveva intanto comprato. 
   Nell'anno che seguì gli Arcoleo erano divenuti agiati pos­sidenti. Ai primi si erano aggiunti altri terreni coltivati ad agrumi. Ormai Don Gaetano e i figli si recavano in camoagna non più per lavorarvi, ma per controllare l'operato dei braccianti al loro servizio.
   Cosa era successo? A cosa era dovuta quell'improvvisa ricchezza?
   Ogni volta che qualcuno cercava di farlo pronunciare sulle cause che avevano prodotto un tale repentino cambiamento nelle condizioni della sua famiglia, Don Gaetano lasciava cadere il discorso e andava via, oppure intimava seccamente al suo interlo­cutore di farsi gli affari suoi. Tutto ciò naturalmente dava maggiore adito alle dicerie che già circolavano in paese: Don Gaetano stava forse sfruttando la Truvatura cui Mastro Gaspare Lo Monaco aveva rinunciato per paura di perderci la figlia?  
   Nonostante le evidenti ricchezze acquisite in quell'ultimo anno, gli Arcoleo non erano invidiati da alcuno, poiché tutti in paese erano convinti che prima o poi qualche sventura si sarebbe abbattuta in quella famiglia quale "pegno" dovuto per lo sfrutta­mento della Truvatura.
   Quanto inconsciamente Don Gaetano riservò alla piccola Ade­lina l'ultima stanza della casa, quella il cui pavimento nascondeva presumibil­mente la Truvatura?
   Alla moglie, che ammetteva apertamente di credere a quanto si diceva in giro su quella casa e che perciò era contraria a che Adelina dormisse in quella camera, rispondeva: - Ma credi che se veramente esistesse la minima probabilità che Adelina, la mia prediletta, corresse il più piccolo pericolo la lascerei dormire in quella stanza?
   Ed era in buona fede!
   Sì, forse nel più profondo della sua mente, senza rendersene conto, sperava che esistesse veramente la Truvatura in quella casa, magari che fosse vero quanto si diceva in proposito, a parte ovviamente il fatto del "pegno".
   Che cosa era successo?
   Quando si trasferirono nella nuova casa, Don Gaetano e i figli erano impegnati con dei lavori di ristrutturazione nel terreno di cui erano affittua­ri. Avevano deciso, previo il consenso del proprietario, di sostituirvi la coltivazione dei limoni con quella dei mandarini.
   Qualche settimana dopo il trasloco, durante questi lavori in campagna, Don Gaetano era alle prese con un tronco, ormai privato di tutti i suoi rami, che opponeva una tenace resistenza al suo sradicamento. Decise di scavare con la zappa tutto intorno al ceppo per cercare di liberarne le radici.
   Ad un tratto, da quello scavo vide comparire un pezzo di stoffa; sembrava il lembo di uno straccio. Si chinò e cercò invano di tirarlo fuori. Infatti, lo straccio era ancora troppo sepolto nel terreno per esserne tratto con facilità.
   Continuò a scavare e dopo un po’ si rese conto che quello che a prima vista sembrava soltanto uno straccio, era, invece, un fagotto che a guardar meglio si rivelò essere quel che rimaneva di una vecchia divisa militare, il cui colore originariamente doveva essere stato bianco. Probabilmente era una vecchia divisa borbonica.
   Incuriosito, l'uomo l'afferrò per quella che doveva essere stata una manica e fece per sollevare il tutto, ma si accorse subito che era troppo pesante per essere soltanto un semplice involto di vecchi stracci. Quella vecchia divisa avvolgeva qual­cosa di solido e … pesante.
   Don Gaetano decise di prendersi qualche minuto di riposo e intanto soddisfare la curiosità che lo strano fagotto gli aveva messo in corpo. Si sedette ai piedi di un albero lì vicino, con le spalle appoggiate al tronco e prese ad allargare quei vecchi pezzi di stoffa fino a scoprire l'oggetto che vi era avvolto. Era un vecchio tegame di alluminio privo di manico.
   Quando l'uomo ebbe completamente allargato gli stracci che lo ricoprivano, il vecchio recipiente si trovava capovolto, con il fondo rivolto verso l’alto.
   Dopo pochi attimi di esitazione Don Gaetano rivoltò il tegame nel verso giusto e .... una cascata di monete d'oro si riversò per terra dal suo interno. Non credette ai propri occhi. Gli mancò il respiro per lo stupore.
   Che ci faceva lì quel tesoro? E chi lo aveva nascosto? E quando?
   C'entravano forse i briganti che fino a pochi anni avanti agivano in quelle campagne? Infatti, dopo l'annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia, quella zona era divenuta teatro delle imprese di una banda di Sanfedisti costitui­ta da disertori dell'esercito borbonico che si erano dati al brigantaggio e che infierivano, in prevalenza, su reparti isolati dell'esercito piemontese e su quelle ricche famiglie della zona che collaboravano con gli invasori.
   Dopo avere imperversato per parecchio tempo in quel territo­rio, la banda venne distrutta in seguito ad una cruenta battaglia con i Piemontesi, decisi ormai a debellare il brigantaggio in tutto il meridione d'Italia e imporre il loro ordine.
   Di quella battaglia se ne parlava ancora.
   Ebbene, Don Gaetano pensò che il tesoro da lui trovato probabilmente era il bottino accumulato dai briganti e nascosto prima che fossero distrutti. E, se così era, in quel terreno poteva esserci nascosta ancora altra refurtiva dei banditi.






[1]  “La Nera
[2]  Lo “strascinu” era un carro con quattro ruote, le due anteriori più piccole delle posteriori, lungo anche cinque o sei metri e senza sponde laterali ed era trainato da uno o più cavalli. A differenza del carretto, più piccolo, con due sole ruote e le sponde, aveva la cassetta su cui sedeva il conducente.

mercoledì 3 gennaio 2018

' A truvatura: quarta puntata


di Giuseppe Perricone

 - Papà! Papà, dove sei?
Accorse con ansia al capezzale della figlia e la trovò seduta in mezzo al letto con gli occhi già colmi di lacrime.
- Sono qui, tesoro mio. Stai tranquilla chè non ti lascio. Vieni qui, in braccio a papà. Così, brava. Aspetta che ti asciugo gli occhi.
Prese dalla tasca il fazzoletto e glielo passò delicatamente sul viso.
Allo stesso modo della notte appena trascorsa, Rosina gli si strinse addosso con tanta foga che Gaspare dovette prepararle il caffelatte continuando a tenerla in braccio.
 Intanto che la bimba faceva colazione, l'uomo cercava di trovare il modo migliore per farsi narrare gli avvenimenti che l'avevano prostrata durante la notte. Non riusciva a trovare le parole giuste per introdurre il discorso. A sollevarlo da queste incertezze fu la stessa Rosina.
  - Papà..., non voglio dormire più in quella stanza ! Voglio dormire con te.
  - Perché non vuoi più dormirci ? Cosa c'é che ti spaventa ? Dillo a papà tuo.
  - Si..., ti racconterò tutto.

  La sera prima, quando Rosina s'era messa a letto, stentava ad addormentarsi. Non perché soffrisse d'insonnia, ma perché voleva essere ben sveglia nel caso fosse ricomparso quello che ormai considerava il suo amichetto preferi­to: Angelo.
  Stava per cedere al sonno quando un rumore, che aveva origine nel punto in cui stava l'armadio, la ridestò impro­vvisamente; lo stesso rumore che aveva preceduto la prima appari­zione di Angelo. Era come se qualcuno tentasse di spostare il pesante mobile, come se cercasse di trascinarlo o di spingerlo, senza tuttavia riuscirci.
  Immediatamente Rosina si sedette in mezzo al letto con lo sguardo fisso in direzione del punto in cui si aspettava di vedere comparire lo strano ospite. Infat­ti il bimbo era proprio dove era comparso la prima volta, ma in piedi, piantato lì che la osservava con un mesto sorriso sulle labbra.
  Rosina scese dal letto e gli si avvicinò. - Ciao ! - disse - Dove sei stato finora ?
  - Mi rincresce per quanto é successo l'altra volta. - ris­pose Angelo - Sono sicuro che ti sei spaventata moltissimo. Hai visto quel brutto vecchio? E' quello di cui ti parlavo, il più cattivo.
  - Si, ho avuto paura, ma non solo per me ... ero preoccupata per la punizione che il vecchio ti avrebbe dato, ma ora che ti vedo sono contenta. Sai, ho pensato molto ai discorsi che hai fatto la volta scorsa e francamente non so se devo prenderli sul serio, anche se non riesco a capire come fate tu e gli altri a comparire e scomparire in questo modo. Vuoi spiegarti meglio? Cos'è questo fatto che tu sei … morto? E ... il ... tesoro ..., qui sotto?  
  Angelo non rispose subito. Era pensieroso, come chi ha una cattiva notizia da comunicare e cerca il modo giusto per farlo o, forse, un alibi per non doverlo fare. Poi tratto un profondo respiro di rassegnazione cominciò:
  - Lascia perdere il discorso sulla mia morte perché questo ha un'importanza relativa. Dimmi, hai mai sentito parlare di una Truvatura? Sai che cos'é?
  - Si, - rispose Rosina - é un tesoro nascosto che solo alcuni possono trovare e prendere.
  - Beh, sì. - assentì l'altro - In un certo senso hai detto bene, ma non sai tutto. Chi riesce a trovarla 'sta truvatura - ma senza il nostro aiuto nessuno ci riuscirebbe - deve lasciare in pegno quanto ha di più prezioso, in alcuni casi la propria vita o quella di un familiare. Chissà, forse anch'io sono una vittima della Truva­tura ... Hai capito ora cos'è il tesoro celato qui sotto? E capisci perché ero restio a parlartene? Ma, ormai, tanto vale che ti racconti tutto, anche per metterti in guardia.
  Rosina era ammutolita per lo stupore, ma anche se non profe­riva parola, il suo sguardo fisso su Angelo era un eloquente invito affinché questi continuasse la sua spiegazione. Infatti il ragazzo riprese il discorso interrotto:
  - Questa Truvatura consiste in una grossa quarara[1] stra­colma di monete d'oro e in una scarpina da donna anch'essa tutta d'oro e tempestata di pietre preziose.
  A questo punto fece una pausa e Rosina capì che era arrivato a quella parte del discorso che avrebbe voluto celarle; fu tenta­ta di impedirgli di continuare, perché era ormai convinta che avrebbe appreso cose che sicuramente l’avrebbero fatto scantare, ma Angelo, interpretan­do il suo silenzio come un invito a continuare, riprese: - Ascoltami bene ora. Mi é stato raccomandato di non metter­ti a conoscenza di quanto sto per dirti. Ma io voglio che tu sappia tutto. Voglio metterti in guardia da loro. Sai, mi sono molto affezionato a te, forse perché mi ricordi molto la mia sorellina dalla quale vorrei tanto farmi perdonare tutti i miei dispetti.
  - Ascoltami: quando con la tua famiglia sei venuta a stabilirti in questa casa, i due vecchi, vedendoti, hanno pensato che eri tu quella che mancava per completare quella che loro definiscono "la nostra bella famigliola". Io lo riferii a fra' Santo Spirito il quale mi incaricò di avvertirti perché tu non ti faccia convincere da nessuna delle allettanti offerte che quelli possono proporti, come il concederti la Truvatura, per esempio. Infatti, mentre la prima volta sono venuto su incarico del frate, ora sono qui su incarico dei due vecchi, per proporti di cercare il tesoro nascosto. Io ho molta paura di loro, ma ti voglio molto bene e ti dico ancora una volta di stare attenta, di non fidarti. La Truvatura é una trappola per … te. Forse la tua famiglia si arricchirebbe, ma tu sicuramente ne pagheresti il "pegno" con la tua vita. Anche se mi piacerebbe stare per sempre con te, non voglio che tu segua quella che probabilmente è stata la mia sorte.
  Rosina stava per ribattere qualcosa ma fu interrotta … dall’Orrore.
  - Chi stai facennu, mmalirittu ?!!! - era il vecchiaccio che la bimba già conosceva, che, gridando con quella sua voce che nulla aveva di umano, improvvisamente era apparso alle spalle di Angelo. Questa volta non era solo. Era in compagnia di un altro vecchio orripilante quanto lui, ma che sembrava essergli sotto­messo come un cane al suo padrone.
 Angelo, al sentire quella voce accennò un timido istintivo tentativo di fuga che il vecchio bloccò sul nascere artigliandolo con quelle sue mani scheletriche ma forti.
Anche Rosina tentò di fuggire verso la stanza dei fratelli, ma il solito vecchio intuendo le sue intenzioni, imprecando e bestemmiando, intimò all’altro: - Blocca l'uscita, stupido! Ci provo io a convincere questa signorinella, visto che il suo "amichetto" non se la sente.
 Rosina vide il secondo vecchio come, fluttuando nell’aria, spostarsi velocemente a bloccargli la strada verso la salvezza.
Rimase impietrita dall'orrore, il tempo di sentire la solita voce rivol­gersi a lei con un tono che voleva sembrare mellifluo e accatti­vante, senza però riuscirvi: - Bambina mia, non aver paura di me. Io sono buono, Angelo ti ha raccontato un sacco di bugie. L'unica verità che ti ha detto è l'esistenza della Truvatura. Non ci credere al fatto del pegno..., non è vero niente. Vuoi che la tua famiglia diventi ricca? Non devi fare altro che venire giù con noi e prendere la Truvatura.
Poi, con tono compunto, proseguì: -  Noi vogliamo farti soltanto del bene, per farci perdonare i peccati commessi nella nostra miserabile vita da Colui che dispensa misericordia anche ai peccatori quali noi siamo. Aiutaci a farti del bene.
 Ma a questo punto la bimba riuscì a sbloccarsi e gridando come una forsennata cercò di rifugiarsi sotto il letto, ma quel­lo, subitaneamente, continuando a tenere un braccio attorno al collo di Angelo, con l'altro prese la sedia che era ai piedi del lettino e la calò con forza sulla piccola imprigionandovela dentro.
 Intanto risvegliàti dalle grida di Rosina, ecco accorrere Ciccio, Damiano e dietro di loro il padre.
 Probabilmente fu il tramestio prodotto da costoro a indurre i vecchi a scomparire con Angelo, come e per dove erano venuti, non senza, però, che il più malvagio dei due, quello che ormai aveva chiaramente dimostrato di essere il capo, avesse lanciato un'ultima minaccia alla bimba:- Non finisce così. Finché starai in questa casa non avrai scampo.... Prima o dopo sarai nostra!!!  ... E’ solo questione di tempo!!!

 Quando Mastro Gaspare ebbe finito di ascoltare il racconto della figlia, l'aiutò a vestirsi e l'accompagnò a casa della madre dove già si trovavano Damiano e il piccolo Andrea.
 L'anziana donna era in apprensione da quando aveva visto arrivare i due nipoti ad un'ora così insolita della giornata. Invano aveva chiesto spiegazioni a Damiano, questi, tenendo fede alla promessa fatta al padre, le aveva fornito soltanto delle risposte evasive che non l'avevano affatto convinta. Lo domandasse al padre, quando questi fosse venuto con Rosina!
  Quando Mastro Gaspare arrivò con la figlia, la madre, solo guardandolo in volto, capì che pensieri molto gravi lo turbavano e, tuttavia, non se la senti di chiedergli nulla, ma, presa in consegna la nipotina lo lasciò allontanarsi senza che nessuno dei due avesse proferito alcuna parola, a parte un breve cenno di saluto. Benché l'espressione del viso del figlio l'avesse messa in allarme, tuttavia la donna sapeva che lui non le avrebbe raccontato nulla se non quando lo avesse ritenuto opportuno.
  L'uomo tornò a casa. Aveva deciso che doveva, a qualunque costo, constatare con gli occhi suoi cosa si nascondesse sotto il pavimento della stanza della sua bambina: doveva appurare se le disavven­ture della figlia avessero un reale fondamento.
  Una volta sul posto, andò direttamente nello sgabuzzino dei suoi attrezzi da lavoro e ne prese una piccozza, uno scalpello e un mazzuolo.
  Prima di oltrepassare la soglia della cameretta di Rosina, si segnò e recitò ancora le Dodici parole della verità, poi entrò. Svuotò l'armadio per renderlo più leggero e spingendolo dal muro lo spostò fin quasi al centro della stanzetta. Poi cominciò col manico del mazzuolo a tastare quella parte di pavimento precedentemente occupata dal mobile per veri­ficarne la risonanza. Già ai primi colpi dal rumore che si sentiva si capiva benissimo che lì sotto era vuoto. Ripeté l'operazione in tutta la stanza senza però ottenere la stessa risonanza.

  Era risaputo che il sottosuolo di quasi tutta la parte centrale del paese é attraversato da una miriade di cunicoli naturali che collegano diverse caverne altrettanto naturali e la volta delle quali, costituita da durissima roccia, era spessa generalmente molti metri. In alcuni casi, invece, si riduceva fino a poche decine di centimetri e, addirittura, qualcuno di quei cunicoli sbucava perfino in superficie. A riprova di ciò esistono in paese alcune case ed anche alcuni esercizi commerciali ricavati in queste grotte. Infatti, proprio in centro, a ridosso della piaz­za, all'interno di una di queste caverne, c'é un'officina mecca­nica. Nessuno sa fin dove porta quel cunicolo, visto che qual­cuno, non si sa in che epoca, ha ritenuto opportuno ostruirlo con un muro. Nelle vicinanze c'é un'altra grotta sotterranea molto grande che una volta era adibita a stalla per asini e muli e che ora funge da scantinato a una palazzina di due piani.
  Si dice che questo complesso di caverne coi suoi cunicoli si estenda fino alla vicina città di Palermo e che, tra il '600 e il '700, servisse da rifugio alla setta dei Beati Paoli. Ma queste dicerie, per la verità, non hanno mai avuto il suffragio di alcun riscontro storico o geologico.

  Mastro Gaspare, razionalista com'era, non volle abbandonarsi a congetture fantastiche sulla natura del vuoto sotto il punto del pavimento occupato dall'armadio, ma volle pensare che da lì si dipartisse qualche cunicolo o qualche caverna naturale.                                     
  Diede un colpo di piccozza su uno dei mattoni accosto al muro rompendolo, poi con lo scalpello prese a svellere gli altri in prossimità del primo finché non ne ebbe divelti una ventina; raschiò i residui di malta rimasti attaccati al pavimento. Questa operazione gli consentì di portare allo scoperto un grosso anello di ferro, di quelli che si usava attaccare nei muri delle stalle per legarvi le bestie. Qui l'anello veniva ad essere al centro di quella che sembrava essere come una botola di cemento di forma quadrata. Individuato il contorno del suo perimetro, aiutandosi ancora con lo scalpello, riprese a raschiare la malta che la teneva attacca­ta ai bordi del pavimento e quando la botola fu completamente liberata provò a sollevarla con la sola forza delle braccia senza tuttavia riuscirvi.  
 Stava per riprovarci aiutandosi con un paletto di ferro fatto passare attraverso l'anello per usarlo come una leva, quando pensò che ormai non ne valeva più la pena. Infatti, a lui bastava avere appreso che, anche se sotto quella parte del pavi­mento esisteva una caverna naturale, ormai era evidente che qualcuno in carne ed ossa vi aveva avuto accesso per chissà quali misteriosi motivi e che, magari per gli stessi motivi, aveva ritenuto opportuno celarne poi l'entrata. Qualunque cosa fosse accaduta in quell'antro, sicuramente era quella la genesi delle drammatiche "visioni" della piccola Rosina.
(Continua)





[1]  Pentolone di rame che un tempo si usava per cuocere nelle vecchie cucine in muratura alimentate a legna.