sabato 10 giugno 2017

Rassegna letteraria "Scrittori e scritture". Secondo incontro


Venerdì nove giugno 2017, presso la biblioteca comunale di Quartu Sant'Elena ha avuto luogo il secondo o incontro letterario della rassegna "Scrittori e scritture: incontro con i classi italiani e stranieri"

E' intervenuta Antonella Pingiori sul tema Tess dei d'Urberville di Thomas Hardy: solo una storia d'amore?
 Dario Cosseddu ha letto alcune pagine esemplari del testo.





Riportiamo qui di seguito il saggio critico di Antonella Pingiori:

Tess dei d'Urberville di Thomas Hardy:
solo una storia d'amore?

di Antonella Pingiori



Davanti ad una forza come questa,
sentiamo che i soliti criteri con cui
viene giudicato un romanzo sono abbastanza futili.

Virginia Woolf

Davanti ad una forza come questa, sentiamo che i soliti criteri con cui viene giudicato un romanzo sono abbastanza futili. Virginia Woolf Prima domanda: perché Tess dei d'Urberville, capolavoro di uno scrittore non troppo frequentato in Italia? Dico subito che, quando la mia amica M. Rosa mi ha chiesto di proporre un romanzo e di parlarne davanti ad un gruppo di lettori, dopo un attimo di euforia, sono stata presa dal panico. Panico determinato non tanto dalla paura di parlare davanti ad un uditorio, ché la faccia ce l'ho abbastanza tosta, quanto dal conflitto causato dall'imbarazzo della scelta. Mi chiedono un classico? Se mi buttassi su “Il barone rampante” di Calvino? E se invece proponessi “L'isola di Arturo” di Elsa Morante? Ma perché disertare gli stranieri? Se parlassi di “Oblomov”? O di “Orlando” di Virginia Woolf? Insomma, essere una lettrice di vecchia data, per di più onnivora, non mi ha aiutato proprio per niente. Anzi! Brancolavo in una selva oscura in cui libri e libri e libri mi guardavano ammiccanti e mi sussurravano con voce suadente: - Sceglimi! Sceglimi! Non sapevo che fare. Poi mi sono ricordata che M. Rosa mi aveva sì lasciato libera di scegliere ma mi aveva anche imposto una condizione: il romanzo del quale avrei parlato doveva piacermi e molto. Così, fermo restando che di romanzi che mi piacciono molto ce ne sono molti, mi son detta: - “Tess”. Parlerò di te. Thomas Hardy... Chi era costui? ".....".



venerdì 19 maggio 2017

Prima Rassegna letteraria presso la biblioteca di Quartu Sant'Elena su "Scrittori e scritture: Salvatore Satta, un autore da non dimenticare

VVenerdì 12 maggio 2017, presso la biblioteca comunale di Quartu Sant'Elena,ha avuto luogo il primo incontro della rassegna letteraria "Scrittori e scritture - Un autore da non dimenticare: Salvatore Satta". Abbiamo conversato sul romanzo "Il giorno del giudizio" insieme alla scrittrice /poetessa Bianca Mannu intervallando la nostra analisi con le letture di alcune pagine ad opera di Dario Cosseddu, alla presenza dell'assessore alla cultura Maria Lucia Baire. E' stata una serata piacevolissima: Dario , con la sua voce ci ha condotto tra le strade di Nuoro, dentro il caffè Tettamanzi, a Locoi e ad Isporosile, e in molti altri luoghi raccontati da Salvatore Satta. E' stato un immergersi nelle atmosfere, nei suoni, nei colori e negli odori di questa città amata/odiata dal grande scrittore. Il "Giorno del giudizio" ha il respiro di una grande opera letteraria novecentesca degna di stare sullo stesso piano dei grandi autori europei.E' un'opera che i sardi, ma anche tutti gli italiani, non dovrebbero mai dimenticare. L'evento è stato reso ancora più gradevole grazie alla collaborazione del personale della biblioteca che si è attivato per ingentilire la struttura con i colori degli arredi e dei fiori. Un grazie speciale alla sig.ra Rosa Cogoni. In questa pagina si può leggere tutta la conversazione tra la relatrice, Bianca Mannu e l'organizzatrice Maria Rosa Giannalia

sabato 1 aprile 2017

TANINO

Quando mi dissero che sotto casa mia, appena un po’ più avanti, nel marciapiede stretto e sempre bagnato da un rivolo di acqua sporca, avevano trovato Tanino, morto ammazzato, spalmato come un vecchio cannavazzu, io non ci volevo credere. Ma non perché pensavo che quel tipo di ammazzatine non fosse possibile, no. Ma perché non mi capacitavo che era proprio lui, Tanino, con tutti quei capelli a tendina sull’occhio, con tutti quei denti bianchi bianchi, con quelle sue mani che parevano di femmina tanto erano lunghe e delicate e le due fossette ai lati della faccia, una di qua e l’altra di là, che sembrava gli avessero messo dentro un filo che si tirava col sorriso. Proprio no, non poteva essere. Io lo sapevo che lui non aveva niente a che fare con nessuna di quelle male persone che ogni tanto nel paese si sapeva che circolavano. Che poteva avere a che fare lui? A me aveva raccontato sempre tante storie, mi aveva preso in braccio tante volte, mi aveva portato al bar della piazza a mangiare il gelato con la brioscina. Lui lo sapeva che a me piaceva quello alla nocciola e qualche volta pure quello al caffè. Lui mi guardava sempre quando io prendevo in mano il gelato e mi cadeva sulle dita della mano, sul polso e poi pure sul braccio, che si vedeva una lunga striscia scura, specie in estate quando avevo il vestito senza le maniche. Tanino rideva sempre, mi diceva guarda che poi tua madre ti dà legnate se ti vede tutta sporca di gelato, io lo guardavo e ridevo pure io e poi lui si accosciava in terra per vedermi da vicino e rideva e io gli mettevo il mio dito sporco di gelato dentro le sue fossette. Io pensavo che lui lo facesse apposta a farsele venire tutte le volte che rideva e mi immaginavo l’elastico che si partiva da una guancia all’altra dentro la sua bocca e che faceva comparire le fossette. Lo sapevo io sola di quell’elastico, perché quando gli chiesi perché aveva quei due buchi nella faccia quando rideva, lui mi disse sai ho un elastico nella bocca che si tira quando rido, ma tu non lo devi dire a nessuno. Nessuno lo sapeva , oltre a me e lui sapeva che di me si poteva fidare. Anche se sono una femmina io i segreti li so mantenere. Lui, Tanino, era il figlio della zia Caterina. Lei veramente non era mia zia, ma io l’avevo chiamata sempre così. Anche i miei fratelli l’avevano chiamato sempre così e anche le mie cugine che stanno dall’altra parte del paese, l’hanno sempre chiamata così. La zia Caterina era vecchia, aveva tutti i capelli bianchi ma di lato aveva una striscia nera nera che sembrava dipinta di proposito. E dietro la testa aveva una treccia grossa grossa a forma di tuppo. Tutte le mattine si pettinava davanti alla porta di casa e si scioglieva il tuppo e si disfaceva la treccia grossa. I capelli le arrivavano fino alla vita e io pensavo come mai così vecchia e aveva i capelli fino alla vita. Possibile che non se li fosse tagliati mai? Mi piaceva vedere la zia Caterina quando si pettinava quei capelli lunghi lunghi e come poi raccoglieva i fili dal pettine e li attorcigliava tutti e li metteva in un fazzoletto. Io mi chiedevo perché metteva i capelli dentro quel fazzoletto, che bisogno c’era di metterli lì. Un giorno glielo chiesi. Mi avvicinai mentre si pettinava. Io avevo un po’ paura di zia Caterina , era così vecchia e pure alta e aveva tutte le mani con le pieghe. Ma io lo volevo sapere perché ormai erano tanti giorni che la guardavo. Lei mi disse che raccoglieva tutti i capelli perché poi passava l’uomo dei fiammiferi e lei glieli dava e quello le dava in cambio una scatola grande di fiammiferi. La zia Caterina aveva tanti figli, ma non stavano più tutti con lei. Solo Tanino stava ancora con lei perché era il più piccolo di tutti e ancora non se ne poteva andare perché non lavorava tutti i giorni e non era sicuro che poteva mangiare tutti i giorni con quello che gli davano. Lui faceva il cameriere, serviva ai tavoli nei matrimoni. Era un lavoro bello questo, perché poteva anche mangiare tutte le cose che mangiavano gli invitati e magari portarne pure a zia Caterina che era vecchia e queste cose non le sapeva cucinare. Erano molto buone tutte le cose che davano ai matrimoni. Anche a me Tanino dava qualche cosa. Lui lo sapeva che a me piacevano i dolci e me li portava sempre. Però di nascosto di sua madre, perché se lei vedeva che li portava a me, poi gli diceva che le cose le portava ai figli degli estranei invece di darli a sua madre. Ma lui li metteva dentro la tasca dei suoi pantaloni e li nascondeva per darmeli poi. Qualche volta li metteva magari dentro la cesta dei fichi che tra un matrimonio e l’altro andava a vendere per conto suo. Lui ogni tanto andava in campagna e lì c’erano quattro alberi grandi di fichi. Il padrone del giardino neanche se ne accorgeva che Tanino raccoglieva i fichi grandi perché lui era furbo e non si faceva mai vedere. Ci andava sempre dopo che il sole se n’era andato, tutti i giornatari già da un pezzo non c’erano più in campagna e non c’era neanche l’uomo dell’acqua. Perché quello era amico del padrone e se lo vedeva sicuro che glielo diceva e allora Tanino avrebbe preso un sacco di legnate da loro due. Ma lui era troppo furbo. Raccoglieva un paniere di fichi bello grande e se ne tornava in paese che già era scuro e nessuno lo poteva vedere. E così l’indomani mattina se li vendeva in mezzo alle vanedde del paese dove le donne che lo conoscevano gli davano i soldi. E lui non se li teneva tutti per sé. Li portava tutti alla zia Caterina che poi ci comprava il pane , la pasta e i fagioli. E qualche volte anche il caciocavallo e qualche pezzo di carne. A me Tanino mi voleva bene, perché lo vedeva che io giocavo sempre da sola. Io volevo stare con gli altri bambini ma loro non volevano. Io non lo so perché non volevano stare con me. Qualcuno ogni tanto ci stava con me a giocare ma appena venivano gli altri se ne andava con tutti e io non ero veloce e quando correvo mi veniva sempre il fiatone grosso e poi mi fermavo e non li raggiungevo mai. Allora tornavo nel marciapiede vicino a casa mia e giocavo da sola. Tanino era bravo a costruire pure i giocattoli e mi aveva fatto una bambola tutta di legno. Questa bambola aveva tutti i capelli gialli gialli e gli occhi neri perché Tanino li aveva disegnati con la matita di suo fratello che era muratore e che l’aveva sempre sopra l’orecchio. Io un giorno l’avevo visto questo suo fratello e non capivo perché teneva quella matita sopra l’orecchio. Tanino mi diceva che lui ci scriveva sul muro, ma io pensavo cosa mai poteva scrivere sul muro? Boh! Ma ci credevo, perché Tanino a me di bugie non me ne diceva mai. Come quel giorno che era tornato a casa stanco perché c’era stato un matrimonio e l’avevano chiamato per servire ai tavoli. Lui lo chiamavano sempre perché era veloce e poi perché faceva una bella figura. Era alto e poi aveva quelle sue mani lunghe da femmina ed era sempre attento con gli invitati, portava le cose che loro chiedevano presto presto e non li faceva mai aspettare. Non come l’altro cameriere, figlio del padrone, che era lento lento e non si spicciava mai a portare le cose in tavola. A Tanino lo chiamavano sempre nei matrimoni. Quel giorno lui era tornato a casa e si stava lavando tutto perché era sudato, faceva caldo, c’era pure stato tutto il giorno lo scirocco per questo era tutto sudato. Ma non si era neppure messo la camicia pulita che erano venuti i carabinieri a chiamarlo. La zia Caterina restò davanti alla porta mentre lui usciva con i carabinieri. Anche i carabinieri erano alti ma lui era più alto di loro e più bello, anche se loro avevano tutti i bottoni d’oro nella giacca e lui invece la camicia ancora sbottonata. Lo avevano portato in caserma perché dicevano che alla fine del matrimonio , quando tutti gli invitati se n’erano andati, il padrone non aveva trovato più i soldi che aveva lasciato dentro il cassetto chiuso a chiave. Il cassetto era ancora chiuso e poi quando lui l’aveva aperto non c’era più niente. I carabinieri avevano detto che volevano interrogare Tanino su questa cosa dei soldi, ma lui poi quando uscì me lo disse che non ne sapeva niente, che lui non c’entrava niente con quei soldi, che anzi non sapeva neppure che sotto il bancone della verdura c’era un cassetto nascosto. Io ho creduto a Tanino perché lui a me bugie non me ne diceva mai. Però non lo chiamarono più per i matrimoni e lui non poteva sempre andare a rubare i fichi per venderli. Dopo che tornò a casa, ma non tornò subito subito, forse dopo tanti giorni che io non ho potuto contare, passava con me molto tempo. Giocava sempre con me e mi portava anche al bar a comprare il gelato, anzi non me lo comprava lui, perché soldi non ne aveva, ma qualche suo amico che incontravamo ogni tanto lo comprava anche a me. Io volevo bene a Tanino, e quando lui mi costruiva i giocattoli con il legno oppure con il filo di ferro o con le pezze vecchie che sua madre non voleva più, io gli guardavo sempre le mani. Si muovevano leggere le sue dita, leggere leggere e io pensavo che anche alle bambole che mi costruiva piaceva farsi toccare la patatina come piaceva a me. Io volevo bene a Tanino.

martedì 14 marzo 2017

L'attesa

L’attesa L’aveva attesa a lungo. Finalmente era arrivata. Era sicuramente lei, la intravedeva dalle persiane socchiuse. Non riusciva a scorgerla in maniera chiara, ne intravedeva la sagoma nella controluce del primo pomeriggio: i capelli ancora lunghi e arricciati, la flessuosità del corpo magro e slanciato, l’andatura dinoccolata sui tacchi bassi. Non poteva sbagliarsi: era quell’andatura che, fin da piccola, aveva fatto dire a tutti i familiari, parenti ed amici: tutta suo padre. Matilde era il suo ritratto. Da piccola non si distaccava mai da libri. Quella della lettura era la stessa sua passione. In famiglia nessun altro amava così tanto i libri come sua figlia. Gliela aveva trasmetta col moderato atto d’amore tra sé e la moglie all’atto del concepimento La sua famiglia si distingueva per la moderazione in tutto: nel bere, nel mangiare, nel parlare, nel fare l’amore. Persino nel pregare. La famiglia di Nino era una di quelle di cui tutti dicevano ma che gente per bene. Mai un litigio, mai nessun vicino aveva sentito provenire da quella casa un grido, una bestemmia, come pure se ne sentivano in quella vanedda dove abitava quella gente di poco conto, gli scricchianespole, come li chiamavano tutti, che se ne dicevano di tutti i colori, abbanniandosi l’un l’altro davanti a chiunque, leggendosi la vita in pubblico in mezzo alla strada. Nino no, era una persona corretta, un lavoratore, un uomo mite, amante della famiglia , rispettoso di tutti. E così tutta la sua famiglia. Questa figlia, solo questa figlia era riuscita male. Troppi grilli aveva questa figlia. Non voleva mai stare alle regole della famiglia. Come se non appartenesse a quella gente, a quel paese , a quella strada. Nino in tutti i modi l’aveva scoraggiata dall’andarsene via da lì, ma lei se n’era andata lo stesso. Se n’era andata via con un brunello, anche se era laureato. La laurea non gli serviva a niente, sempre brunello rimaneva. Il brunello gli aveva giurato che dopo il matrimonio, avrebbe fatto di tutto per riportare in quel paese la figlia, che era uscita di casa ancora neanche ventenne, che sì, l’avrebbe riportata. Erano passati venti anni e lui non l’aveva più rivista prima d’ora. Quindi non poteva sbagliarsi. Era lei, era Matilde. Nino non uscì dalla porta di casa ad attenderla. Aspettò che fosse lei a bussare , mentre lui fumava l’ennesima sigaretta. La via era lunga e prima che Matilde arrivasse, lui avrebbe avuto tutto il tempo di fumarne almeno la metà. Dall’angolo della stanza da pranzo al piano terra le lucine dell’albero di Natale riverberavano a intermittenza la fioca luce colorata nei vetri della porta-finestra moltiplicando quello spazio come se al di là della porta ci fosse ancora un’altra stanza. La stanza invece era una sola, ed era l’unica in cui la famiglia si riuniva per mangiare e per conversare. Nell’angolo, proprio sotto l’albero, la moglie aveva sistemato un minuscolo presepio, con la culla vuota nella mangiatoia. Ci volevano altri due giorni al Natale. La luce del pomeriggio era tanta nella strada, perché il Natale al sud è pieno di sole e, ad occidente, la sagoma di Matilde continuava ad avanzare a passi svelti diventando sempre più visibile. Il giorno prima lei si era annunciata con una telefonata veloce, aveva detto arrivo domani alle quattro del pomeriggio, ci siete a casa, e lui disse solo un sì di tutte le centinaia di migliaia di parole che aveva tenuto in serbo per quel momento. La figlia prodiga. All’interno della stanza , proprio di fronte alla persiana marrone scuro che separava la casa dal fuori, c’era una sottile parete che divideva quel luogo dalla cucina, dove sua moglie passava quasi tutto il giorno. Ma adesso lei non c’era. Era dalla sua vicina di casa per il rosario del pomeriggio. Non lo mancava mai, neanche quel giorno. Lui, Nino, invece, si era sbrigato presto. Aveva organizzato tutto per rimanere in casa. Si era fatto portare dai suoi manovali di gioventù che gli serbavano affetto e devozione, una cassa molto grande che era fino ad allora rimasta in soffitta e che, da solo, non era capace di trasportare. Era ormai più vicino agli ottanta che ai settant’anni e di certo tutta quell’età non gli consentiva più certe manovre che un tempo avrebbe svolto con un’agilità noncurante. Si sentiva troppo vecchio ma non abbastanza da darsi pace per il fatto che , mentre i suoi figli maschi erano rimasti a una tirata di schioppo da casa sua, proprio lei, l’unica figlia, fosse andava via così tanto lontano con quel brunello d’uomo. Chissà come quei vent’anni anni avevano cambiato il viso di Matilde, chissà cosa avrebbe raccontato della sua vita e del suo lavoro, chissà se aveva avuto dei figli. Non sapeva niente di lei. Dal giorno che se n’era andata via da quel posto lì, non aveva più scambiato con lei neppure un saluto per cartolina. Era andata via con la sua maledizione, aveva fatto di testa sua, aveva voluto organizzarsi la sua vita lontano da loro, dalla famiglia, dai fratelli. Ma come aveva potuto. Adesso stava per arrivare ed aveva scelto di farlo due giorni prima di Natale, da sola. Senza il brunello. Senza neppure portarsi appresso una valigia. Senza figli, se ne aveva. La vedeva, non aveva niente in mano, solo un piccolo zaino dietro le spalle. Era sola. Nino fumava aspirando grandi boccate da quella sigaretta che stringeva tra il medio e l’indice della sua mano nodosa con dei grossi peli in molta evidenza e le unghia quadrate. Continuava a sbirciare dietro le persiane. Attendeva. Aveva preparato la cassa, l’aveva collocata di lato all’albero di Natale, un po’ discosta dal presepio, ma ugualmente in bella vista. Quella cassa attendeva da vent’anni, relegata in soffitta. Era la cassa di Matilde e nessuno mai l’aveva aperta dalla sua partenza. Sua moglie era ritornata, ne sentiva i passi dietro quel sottile muro tra la stanza dove si trovava e la cucina. Sentiva dei piccoli rumori ovattati, come di oggetti poggiati delicatamente sul tavolo. Sentiva anche il tossicchiare sincopato e quel vezzo che aveva sua moglie di raschiare la gola come per schiarirsi una voce che non usciva mai a modularsi in parole. Nannina era una donna silenziosa. Capiva che aveva portato da fuori qualcosa, sicuramente pensava di cucinare, per la sera, un po’ di pasta, qualche uovo. Non aveva perso l’abitudine, sua moglie, di far fronte al fabbisogno proteico della famiglia con le quantità di uova e legumi che riempivano la tavola di tutti i giorni. Nannina, adesso rimestava nella ciotola di plastica tuorli e albumi, lui, Nino, lo capiva dal rumore attutito e fievole del mestolo di legno che sbatteva sulle pareti rotonde. Ecco, così anche stasera non ci sarebbe stato un pasto speciale. Non si sarebbe festeggiato. Non c’era neppure tutta la famiglia in casa e Nino immaginava che Matilde di certo non si sarebbe fermata fino a Natale. La cassa era sempre nell’angolo. E lui non l’aveva mai voluta aprire nonostante le insistenze della moglie ma cosa stai lì ad aspettare ad aprirla, tanto lei oramai non verrà più. Almeno vediamo che cosa ha lasciato. Nino era sempre stato irremovibile. Gli sembrava che la figlia avesse diritto a quella riservatezza, a quella intimità che per tutta la sua adolescenza non aveva mai potuto avere. E poi lui non voleva veramente sapere. Non voleva sapere perché in un pomeriggio di sole invernale, come questo di adesso, Matilde fosse semplicemente uscita da casa con la sua borsa piena di niente, con addosso solo i jeans e una giacca di panno nero, sempre la stessa da quando aveva compiuto quindici anni, e se ne fosse andata via, semplicemente. Incurante della voragine dell’assenza scavata dentro il suo cuore. E adesso Matilde era qui, a pochi metri da lui. Nino, al di qua della persiana, non visto, la guardava: era sempre bellissima ma già due solchi appena accennati agli angoli della bocca gli toglievano l’illusione che tutto quel tempo non ci fosse mai stato tra loro. Matilde è arrivata , ha aperto la persiana da sola, infilando la mano tra le due liste di legno colorato, come era solita fare da piccola, aprendo dall’esterno la piccola serratura: vide il padre, ne immaginò l’attesa , ritto, nonostante l’età e le ginocchia malferme. Accennò un veloce bacio sulla guancia scavata e ispida di barba incolta. Nino non ricambiò. Chiamò subito la moglie che accorse veloce con il mestolo in una mano e gli occhi già lucidi. La stanza al piano terra fu subito piena di quelle presenze. Il divano scuro appoggiato alla parete di destra era sempre lì al suo posto, con qualche squarcio in più, da dove occhieggiava l’imbottitura di cascame bianco. Matilde si sedette col vigore della stanchezza e il divano traballò: niente era stato cambiato, neppure la gamba anteriore rotta durante il trasporto distratto e frettoloso che i messi notificatori avevano fatto dell’unico bene mobile pignorato, la Singer , che Nannina aveva ricevuto in regalo dal marito durante la sola festa di compleanno riservatale dalla famiglia. Adesso erano lì tutti e tre, Matilde seduta in quel divano, la madre di ritorno dalla cucina dove era corsa velocemente a lavarsi e mani per meglio abbracciare la figlia, e lui, Nino, seduto sulla sedia di sempre in attesa di spiegazioni. Matilde vide la cassa, si avvicinò, alzandosi da quel divano in sommario equilibrio, e si meravigliò di trovare ancora chiusa la serratura. Perché l’hai portata qui papà, pensò, cosa vuol dire questa messa in scena? Cosa pensi di trovare? Ci sono ancora tutti i miei libri di scuola e nient’altro. Potevi pure buttarla via . Invece , avvicinandosi al padre, lo ringraziò di avergliela fatta trovare. Pensò anche che lasciandola chiusa, lui avesse voluto rispettare in qualche modo la sua scelta. Adesso la cassa era lì e lei non sapeva che farsene. Non aveva più la chiave per quella serratura, chissà dove era andata a finire. Nella fretta della partenza, non aveva pensato di portarla con sé. Chiese al padre di scardinarla: c’era una cosa che apparteneva solo a lui, gli disse. Nino aveva ancora le mani robuste e forti e con un abile colpo di martello, che si fece portare velocemente dalla moglie, fece saltare tutto. La cassa si aprì cigolando nei due cardini di ferro. Era una cassa di legno, rinforzata da liste di metallo verniciato di verde. Un sentore di polvere si sprigionò dall’interno. Matilde prese dalla sommità della catasta di libri ammassati, una busta sottile, bianca, senza destinatario. La diede al padre, gli disse è tua. Porgendola con la sua mano destra, fredda, lo invitò a leggerla, ecco neanche questo coraggio ho avuto, di lasciartela prima di andare. Nino inforcò gli occhiali, non volle aspettare più. Le lenti spesse da presbite allargavano i contorni dei suoi occhi che riverberavano luce di innocenza nonostante la vecchiaia. Davanti alla figlia lesse: Villalba, 10 ottobre 1970 Papà, lo so che maledirai questo giorno e gli altri a venire, dopo che avrai letto questa mia lettera. Ma non voglio chiederti perdono. Non ho nulla da farmi perdonare. Io adesso ho solo diciannove anni e tu, quando ti dissi che volevo sposarmi, mi desti uno schiaffo, mi dicesti che ancora non ero nell’età giusta, che neppure la legge consentiva i matrimoni ai minorenni, che avrei dovuto aspettare la maggiore età, cioè i ventuno anni, come minimo. Così mi dicesti allora, che ne avevo solo sedici e andavo ancora al liceo, quel liceo che mi hai maledetto fin da quando ho iniziato a studiare. Ho cercato di aspettare. Di anni ne sono passati solo tre, non ce la faccio ad aspettare i ventuno. Il brunello, come tu lo chiami, ha molti anni più di me, è già laureato, saprà bene procurare di che vivere a tutti e due, non preoccuparti. Lui sarà un magistrato tra non molto, come spera, e non può più stare qui. DEVE andare via. E io VOGLIO andare con lui, perché lo amo, e perché non amo questo paese, questa terra, questa gente. Papà, io non la amo questa Sicilia. Voglio andarmene al più presto e non posso più aspettare. Non voglio più vederti tornare avvilito dal lavoro, nei giorni in cui questa gente, la tua gente, non la mia, ti costringe a comprare il materiale edile per costruire le case che tu sai fare tanto bene, ai prezzi esagerati cui non puoi sottrarti, in cui questa gente, la tua gente, ti costringe ad assumere come lavoranti degli scalzacani che incassano senza fatica. Che anzi, la notte vanno a rubare tutto ciò che possono arraffare, costringendoti ad acquistare sempre nuovi sacchi di cemento, nuovi conci di tufo, nuove impastatrici. E tu? Cosa fai tu? Tu lo sai chi sono i ladri, eppure non dici nulla, ti alzi al mattino all’alba, e con i pantaloni rigidi di tutta la calce e il cemento che mamma non riesce a togliere con le sue sole mani, vai al lavoro dove ti ammazzi a spaccarti la schiena sotto il crudele sole dell’estate, per portare a casa cosa? La mamma fa solo frittate e minestre di fagioli, anche la domenica. E neanche uno straccio di macchina da cucire può rimanere a sua disposizione, quella macchina pignorata che ieri hanno portato via gli uscieri per venderla all’asta chissà dove, la macchina con la quale lei ci faceva i vestiti che non poteva comprarci. Che fai tu, papà? Che fanno tutti i tuoi amici? Subite le angherie e i soprusi di questi quattro delinquenti di paese, a cui voi qui non volete dare neppure il nome,- perché la mafia non esiste, dite, e l’hanno inventata quelli del nord e voi non sapete neppure cosa significhi-, ma che fuori di qui si chiamano mafiosi ,e che voi riverite con la coppola in mano ogni domenica quando andate a messa e il prete li accoglie anche in chiesa invece di sbatterli fuori a calci. Che fate voi, quando vedete calpestare i diritti dei vostri figli, la possibilità di farli studiare, che fate? Li portate con voi a lavorare perché i soldi servono, dite. Ma a chi? Non sono soldi per voi, quelli che tuoi amici e compagni, i vostri figli, guadagnano spaccandosi il culo ogni giorno o, come dici tu, buttando il sangue dalla mattina alla sera. Io qui non ci voglio stare, papà, io me ne vado, che tu voglia o no. IO ME NE VADO. Oggi, subito. Non lascio più passare neanche un minuto. Non ho il tempo di abbracciare la mamma e i miei fratelli, non so se tu lo farai per me. Matilde Nino, finì di leggere la lettera che Matilde non gli aveva consegnata nel tempo della sua ribellione, guardò la figlia di luce nuova e vide per la prima volta se stesso, la casa, sua moglie, i suoi figli. E pianse.

martedì 7 marzo 2017

Il dono

Ieri mi è stata regalata una piccola piantina fiorita in previsione della festa della donna del prossimo 8 marzo, da un uomo. Un signore che non conoscevo, che mi aveva aspettato all'ingresso della biblioteca comunale di Pirri, luogo dove stava per iniziare il primo incontro del corso di scrittura programmato. Sono stata fermata mentre , sul marciapiede, stavo per entrare nell'edificio. Il signore aspettava proprio me. Conosceva il mio nome e cognome e mi ha detto che doveva darmi qualcosa. Poi, facendosi aiutare da un suo amico, ha portato dentro l'edificio diversi pacchi e un voluminoso contenitore con una ventina di piantine colorate. " Queste sono per voi donne, per la vostra festa di domani". Ed ha accompagnato questo omaggio floreale con un foglio in cui aveva stilato , a mano, una dedica e un augurio a tutte le donne di quel corso. Il fatto in sé, del tutto inaspettato, ha suscitato in me e nelle altre donne, forse, un piacevole imbarazzo, un certo stupore e, soprattutto, una domanda: perchè? Ci ho pensato a lungo, ho cercato di dare una risposta razionale e motivata ad un gesto che è risultato essere assolutamente gratuito nella forma e nella sostanza. Rifletto ancora: perchè? Ma la domanda la rivolgo adesso a me stessa, al motivo del mio stupore e a quel certo imbarazzo che ho provato. Di tutte le risposte che mi sono data, di tutte le spiegazioni, forse questa è quella che spiega più cose e descrive me stessa a me: non mi aspetto nessuna forma di gratuità da nessuno. E in questa non-attesa si incardina l'interpretazione e la lettura che faccio del mondo. E' un'abitudine solo mia? Non credo. Perchè ho letto negli altri volti lo stesso mio stupore. E allora: perchè la gratuità ha l'effetto di imbarazzarci prima ancora di farci gioire e di disporci all'accoglienza? La nostra società ci ha talmente performato ai consumi, ai modi del dare e del ricevere che non sappiamo spiegarci un gesto quando è scardinato dalla logica di questo triste contesto mercificatorio e contabilizzato? Il gesto del dono disinteressato siamo pronti ad accoglierlo con un sorriso laddove provenga, che so, da un bambino. Ma abbiamo difficoltà ad accettarlo da un adulto per giunta sconosciuto. Pensiamo sempre che ci sia dell'altro, dietro. Di sicuro, dopo ci verrà chiesto qualcosa, qualcosa che non avremmo voluto dare ma che daremo per educazione, per piaggeria, per conformismo,
per qualsiasi altra motivazione che razionalmente andremo ad attingere dal repertorio infinito dei gesti cui la società dei consumi o della solidarietà pelosa ci costringe. Ma pochi di noi accettano un dono senza alcuna richiesta. Puramente gratuito. Ecco, questa gratuità, forse, nel mondo in cui viviamo, assume i connotati di una forma di eversione che dovremmo imparare a praticare molto spesso.
Verso meta si fugge:/ Chi la conoscerà?/ Non d'Itaca si sogna/ Smarriti in vario mare,/ Ma va la mira al Sinai sopra sabbie/ Che novera monotone giornate./ Giuseppe Ungaretti

giovedì 16 febbraio 2017

Il Partenone e le sfilate di moda

A proposito delle sfilate di moda e del Partenone negato dalla commissione archeologica di Atene a Gucci, risulta veramente strano che, per una questione di orgoglio nazionale, si rifiutino dei contributi atti a restaurare e a sottrarre al degrado un così grande patrimonio dell'umanità intera. SE pensiamo che quelle stesse costruzioni nacquero in Grecia per celebrare la bellezza, l'armonia e l'equilibrio, forse ci si potrebbe rendere conto dell'insensatezza del rifiuto del mecenatismo che, oggi, si produce in queste forme. Basterebbe rileggere Vitruvio nel suo libro "Architectura", per riflettere su quanto i greci pensassero in termini di bellezza: "Vitruvio spiega come siano emerse le particolarità della colonna dorica e narra che i greci, per i responsi di Apollo Delfico e per comune decisione di tutta la Grecia, potessero conquistare in Asia XIII colonie in una sola volta, ciascuna con un condottiero al comando. A capo delle colonie in Asia vi era Ione che occupò gran parte del territorio della Caria. Orbene espugnate ormai tutte queste città dell’Asia, i greci chiamarono quella terra Ionia dal loro capo Ione, e iniziarono così a edificare templi e santuari per gli dei. Quando volevano collocare le colonne dei templi, non avendo le simmetrie per farlo, cercarono un criterio in modo da costruirle capaci di sostenere il carico e allo stesso tempo che fossero belle di aspetto. Allora gli ateniesi presero come misura l’impronta del piede umano e lo riportarono in altezza, essendo il piede la sesta parte del corpo umano la fecero alta sei volte il diametro della base. Così la colonna dorica rappresenta negli edifici la proporzione, la bellezza e la solidità della virilità dell’uomo. In seguito gli ateniesi, volendo costruire un altro tempio anche ad Artemis, costruirono colonne costuite da un nuovo tipo di bellezza . La dedicarono alla gracilità femminile e la chiamarono colonna ionica. Per la costruzione usarono lo stesso metodo di misura utilizzata per la colonna dorica, solo che questa non la fecero alta sei volte bensì otto, in modo da essere più alta e di aspetto più slanciato. Lo ornarono a destra e sinistra del capitello con volute pendenti che somigliavano tanto a crespi cincinni di capigliatura tipica femminile, mentre disposte lungo tutto il fusto della colonna lasciarono andare verso il basso delle scanalature come fossero pieghe di lunghe vesti matronali. Così nacquero due degli ordini che caratterizzano i templi del periodo: una, la colonna dorica, che rappresenta la figura umana maschile nuda e senza ornamenti, l’altra, la colonna ionica, di aspetto svelto, snello piena di ornamenti e raffigura la fragilità e armonia del corpo della donna. Infine il terzo ordine, quello corinzio, imita la gracilità e sveltezza della vergine. Le colonne corinzie sono configurate con le membra gracili della tenera età della vergine e presentano effetti ornamentali molto graziosi che vanno a sottolineare la dolcezza e la premura della vergine in tenera età. Vitruvio poi ci informa sull’origine del capitello corinzio: “Una fanciulla corinzia in età da marito, morì di malattia. Dopo la sepoltura, la sua nutrice raccolse ed ordinò in un cestello rotondo tutti quei vasetti e coppe onde la fanciulla si era dilettata in vita, e lo collocò in cima al monumento, coprendoli con una tegola quadrata onde durassero di più così all’aperto. Sotto il cestello si trovava a caso una radice di acanto, la quale, premuta al cestello, a primavera gettò foglie e caulicoli, e questi, crescendo attorno al cestello e trovandosi spinti in fuori dagli angoli della tegola, furono costretti dal peso a flettersi nelle estremità delle volute. Allora Kallimachos, che per eleganza e rifinitezza delle sue statue fu chiamato dagli ateniesi katatxitecno~, passando a lato di quel monumento, notò il cestello e le tenere foglie che gli crescevano attorno; e colpito dall’aspetto di leggiadra novità dell’insieme, costruì a Corinto capitelli su quel tipo, e ne fissò le misure proporzionali, e quindi stabilì il complesso delle proporzioni degli edifici di ordine corinzio.” ( Vitruvio, Architettura, introduzione di Stefano Maggi, testo critico, traduzione e commento di Silvio Ferri, ed BUR Milano 2008 pagg.227-229)

lunedì 13 febbraio 2017

Maria De Filippi e il festival di Sanremo

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Il festival di Sanremo edizione 2017 si è concluso. Ma nella televisione italiana se ne continua a parlare con grande accanimento da parte dei detrattori e con grandissimo entusiasmo da parte dei sostenitori. Anche nei social non si è fatto altro che parlare di questa manifestazione canora a colpi di post dal tiro incrociato tra quelli che sostengono l’importanza canora e sociale dello stesso festival e quelli che criticano ferocemente chi ancora si attarda a guardarlo in TV facendo le ore piccole. Poi c’è una parte meno numerosa, di intellettual-chic che se ne disinteressa totalmente o, al più, interviene con qualche post tanto raro quanto risolutivo, a dare il proprio motivato e definitivo parere su tutta la questione. Io, viceversa, da spettatrice onnivora quale sono, non ho disdegnato la manifestazione canora più lunga e importante d’Italia, perché ritengo che , osservandone i meccanismi intrinseci e formali, a parte le canzoni in sé, ci sia pur sempre la possibilità di capire i meccanismi dei comportamenti della società di massa nella quale, volenti o nolenti, siamo tutti immersi. Mi atterrò dunque ad alcuni aspetti formali, non volendo entrare nel merito delle canzoni, alle quali sono in realtà poco interessata, né dei cantanti e del gossip che gira loro intorno. Mi atterrò a due soli aspetti: la presenza di Maria De Filippi e il suo rapporto col pubblico televisivo e cerchèrò di capire quali sono le motivazioni che hanno spinto Carlo Conti, direttore artistico del festival, a farsi affiancare da lei. Maria De Filippi è sicuramente un’ottima conduttrice di gran successo, visti i numeri di share che i suoi spettacoli producono nel piccolo schermo. Per questo , credo, Carlo Conti l’ha chiamata. Per assicurarsi una triplicazione dello share di spettatori durante tutte le cinque serate, le quali, spesso, nelle passate edizioni, non hanno registrato sempre il massimo dell’attenzione del pubblico a casa. Ebbene , la Signora De Filippi ha trasferito il suo pubblico, vasto, di giovani, giovanissimi, ma anche anziani e persone di mezza età, a RAI 1 facendolo restare incollato al piccolo schermo ogni sera dalle venti e trenta in poi fino alla fine della manifestazione. E questo è un pubblico di massa, perché veramente Maria De Filippi è una conduttrice capace di trainare le masse. Perché? La De Filippi con la sua presenza di minimo ingombro sullo schermo, dà sempre, apparentemente, spazio alla gente, a quella stessa gente dei grandi numeri che si commuove alla presenza dei giovanissimi musicisti dell’orchestra da strada con gli strumenti di risulta, come anche davanti alle squadre della protezione civile delle zone terremotate, come ai singoli individui che hanno contribuito al recupero delle vittime della valanga sull’hotel Rigopiano. Insomma Maria De Filippi ha giocato,al festival di Sanremo, le sue carte più collaudate, vale a dire quelle che fanno leva sulle emozioni delle masse nei confronti dei grandi disastri collettivi e individuali, trasformando la manifestazione in uno dei suoi show di successo. Mi chiedo: è possibile che Carlo Conti abbia avvertito la necessità, per allargare lo share, di trasformare questo spettacolo che per sua natura dovrebbe essere centrato sulla musica leggera e perciò gioioso, in una succursale di spettacoli lacrimevoli e melensi di canale cinque? Attenti a sollecitare più le emozioni immediate che i sentimenti conseguenti ad una analisi razionale degli eventi? Far leva sui buoni sentimenti della massa, significa adescare e manipolare quella stessa massa per sottometterla sempre e comunque da una parte ai criteri consumistici, e dall’altra al prelievo vampiresco di risorse per tamponare le gravissime falle di un sistema corrotto che non sa intervenire debitamente con una pianificazione razionale delle risorse già esistenti che lo stato incassa attraverso il prelievo della tassazione feroce cui siamo tutti soggetti. E in questo senso, mentre si avalla il marciume presente da decenni nella gestione della cosa pubblica, si crea nella massa il senso di colpa inducendola a devolvere una parte del suo misero reddito per tappare le falle del sistema. Tutti abbiamo sentito dire a Carlo Conti: “ …non chiederei questo contributo se non avessi, io per primo, contribuito a donare”. Ma con quale faccia questo signore, con la sua perenne abbronzatura da vip, si presta a fare tali affermazioni? Quanto guadagna il sig. Conti? Quanto guadagna il disoccupato che segue il festival di Sanremo? E la casalinga angosciata dal fine-mese? E il giovane precario? Forse di questo dovremmo parlare. E bene farebbero quindi molti intellettuali che snobbano il festival di Sanremo, come altre trasmissioni di massa, a guardare questi programmi per esprimere le loro opinioni, non nel merito, che non merita forse alcuna analisi, ma nei riverberi sociali e, oserei dire, politici, di queste trasmissioni. La foto proviene da qui
Alla fine però il pubblico, che intuisce confusamente tutto ciò ed è comunque in grado di identificarsi con i testi più vicini alla propria condizione, ha decretato il successo dell’unica canzone rivelatrice della stia dentro la quale quelli che veramente comandano ci costringono a stare: una stia che ha la forma del televisore e l’inganno del divertimento.

La lettera dei 600 cattedratici al parlamento

Al Presidente del Consiglio Alla Ministra dell’Istruzione Al Parlamento SAPER LEGGERE E SCRIVERE : UNA PROPOSTA CONTRO IL DECLINO DELL’ITALIANO A SCUOLA È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana. A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti. A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: – una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; – l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. – Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola. Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro. Iniziativa promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità Tags: italia, università, italiano, crusca 5 febbraio, 2017

In risposta alla lettera dei 600 docenti universitari: la lettera della linguista Lo Duca

Mi fa piacere pubblicare qui di seguito il link che rimanda alla lettera della prof.ssa Lo duca la quale risponde all'altra lettera (consultabile in questo blog) dei 600 cattedratici, a proposito delle carenze linguistiche degli studenti universitari, inviata al parlamento italiano e al ministro dell'istruzione , dell'università e della ricerca. La lettera di Lo Duca merita una lettura attenta per l'analisi precisa e circostanziata

lunedì 6 febbraio 2017

Perchè gli studenti non conoscono la grammatica?

L'ignoranza della lingua italiana degli studenti universitari ha sollecitato un documento , firmato da seicento docenti universitari, per sensibilizzare il ministero dell'istruzione a questo problema e invitarlo a prendere misure adeguate.Le due linguiste, professoresse Lavinio e De Sanctis, sono intervenute a dire la loro nella trasmissione radiofonica "tutta la città ne parla" di stamattina. Entrambe hanno rilevato come la mancanza di conoscenza della nostra lingua sia da imputare ad una trascuratezza di formazione dei docenti. E non solo di italiano, ma di tutte le discipline, perché la lingua è un fatto trasversale. Stupisce che solo adesso venga sollevato il polverone dai media, dopo la pubblicazione del documento citato. Il problema esiste da molti, molti anni: come mai questi docenti firmatari non se ne sono accorti prima? Come mai non hanno dedicato alla formazione linguistica degli studenti universitari dei percorsi dedicati? Bene ha fatto la Lavinio a sottolineare come la ricerca didattica sia stata trascurata proprio nei luoghi in cui avrebbe dovuto essere il focus centrale della formazione dei futuri laureati e non solo nella facoltà di lettere. Molti di questi docenti sono colpevoli di trascuratezza nell'avere pensato che l'educazione linguistica fosse una faccenda degli insegnanti della scuola. Il fatto è , come diceva la Lavinio, che l'Università ha pensato sempre a dedicarsi " a ben più alte ricerche" buone ad assicurare la progressione di carriera e non a risolvere il problema. La competenza linguistica dei loro studenti non era fatto che li riguardasse, avendo questi il dovere di arrivare all'università già in grado di leggere e scrivere perfettamente e con estrema padronanza della lingua. Ebbene, non è così, non è mai stato così: prova ne sia il fatto che i docenti di scuola, non da ora, ma da molti anni, hanno anch'essi manifestato gravissime carenze linguistiche. Cosa ha fatto il ministero per formare questi docenti? Per formarli non sono all'inizio della carriera, ma anche durante? Non ha fatto proprio nulla. Anzi. Ha abolito l'unica esperienza forte ed efficace mai tentata in Italia, vale a dire le SSIS. Non ha mai fatto investimenti seri, se non in percorsi coraggiosi e innovativi, ad esempio quelli organizzati da INDIRE, ma che hanno avuto ricaduta su pochi. Non c'è stata una formazione capillare e obbligatoria. Non ci sono stati neppure obblighi cogenti nei confronti dei docenti universitari che dessero spazio a questo aspetto della formazione. Le associazioni disciplinari (GISCEL, CIDI, LEND, MCE e altre) hanno fatto ciò che hanno potuto, ma l'impatto non è mai stato a tappeto, come sarebbe stato giusto che fosse. Quanti docenti di lingua italiana hanno sentito parlare di grammatica valenziale? Molti o non insegnano più neppure la "grammatica" o continuano a pretendere di insegnarla come come negli anni cinquanta. Con questi risultati, purtroppo.

sabato 17 dicembre 2016

Latino sì, latino no, latino? Boh!

Altre volte ho affrontato su questo blog la vexata quaestio se il latino debba ancora esistere al liceo scientifico o debba sparire per sempre. Sembra che nell’ottica dei nostri onorevoli ministri del MIUR la questione non venga affrontata che in misura molto limitata, direi anzi che il pensiero della permanenza dell’insegnamento del latino non tocchi che tangenzialmente i pensieri dei legislatori. A tale proposito il liceo scientifico di Quartu Sant’Elena, che nel passato ha vantato un’alta qualità di preparazione dei suoi studenti portando al diploma di maturità molti eccellenti giovani, da un quinquennio a questa parte ha registrato un progressivo abbandono di questo insegnamento, a favore di nuovi e più attuali indirizzi didattici, per esempio l’indirizzo informatico e quello tecnologico.
Con l’introduzione di tali nuove prospettive come possibilità di scelta per i giovani, che dopo la scuola secondaria di secondo grado si trovino a scegliere il percorso di studi superiori, risulta molto più allettante un percorso di tipo tecnologico o informatico che quello più tradizionale, orientato agli studi umanistici. Dunque, potendo scegliere, i nostri ragazzi si orientano più volentieri verso questi percorsi. Così è accaduto che , con il passare degli anni, i corsi con l’insegnamento del latino si siano progressivamente ridotti, fino a raggiungere un pericoloso limite di quasi-estinzione. Si è ipotizzato negli altri post di questo blog quali possano essere le possibili cause di questo abbandono, ma è pur vero che l’analisi non serve a niente se la politica scolastica non fa nulla per promuovere l’affezione verso questa lingua e questa cultura latina che è stata ed è tuttora la pietra miliare della nostra identità. Accade allora che, mentre in alcune parti del mondo , per esempio negli USA l’insegnamento del latino sta prendendo quota diventando segno distintivo della qualità di un indirizzo di studi, in Italia si scoraggino gli studenti dall’intraprendere un indirizzo che contempli l’insegnamento di questa disciplina, magari paventandone la difficoltà e la necessità di grande impegno, quando addirittura non l’inutilità. Pertanto oggi 16 dicembre 2016 presso il liceo scientifico “Brotzu” di Quartu Sant’Elena, nell’ambito delle attività di orientamento alla scelta degli istituti superiori da parte degli studenti che entro il 2017 conseguono la licenza media, la prof.ssa Antonella Pingiori ha portato in scena una pièce teatrale dal titolo Che me ne faccio del latino con un riferimento scherzoso ad una vecchia canzone di Morandi degli anni ’70, per dimostrare come la lingua latina sia base e fondamento della nostra cultura. E come la conoscenza di questa lingua classica, faccia veramente la differenza per la completezza e per la preparazione generale di ogni ragazzo. Riportiamo alcuni momenti della divertente pièce teatrale svoltasi alla presenza di alunni delle scuola medie ospiti, dei genitori, della dirigente dell’IIS “Brotzu”, dell’assessore alla cultura del comune di Quartu S.E. e dell’ispettore Valter Campana ex dirigente di questa scuola. E che tristezza vedere all'uscita di questa scuola, nel muro di fronte lungo la via Pitz'e serra la scritta riportata nell'ultima foto!

lunedì 12 dicembre 2016

sabato 8 marzo 2014 Corso di scrittura e narrazione

Foto ricordo del primo laboratorio di scrittura e narrazione con il docente Giulio Mozzi. Etichette: Chi siamo, Convegni, Corsi e laboratori, Eventi, Presentazioni, Presidenza, Scrivici, Segreteria Ubicazione: Europa Breve sintesi del laboratorio Si è concluso il laboratorio di scrittura e narrazione organizzato dal CIDI di Cagliari con soddisfazione di tutti i partecipanti. Questo è il primo laboratorio di scrittura che la nostra associazione ha organizzato e speriamo possa essere il primo di una serie articolata in cui affrontare gli aspetti più significativi delle tecniche di narrazione. Inventio, nucleo narrativo ,conflitto questi i temi sviluppati durante gli incontri con il docente Giulio Mozzi . Definizione del nucleo narrativo e suo sviluppo, come si costruiscono le relazioni tra i personaggi , le tre parti costitutive di una narrazione- scene, riassunti, elusioni- questi gli argomenti su cui il docente ci ha fatto riflettere a lungo e ha articolato il confronto tra tutti i partecipanti. E ancora l’importanza degli oggetti nella narrazione che devono ritornare nel corso della storia perché nulla sia lasciato in sospeso. La compattezza della narrazione è infatti una condizione essenziale perché una storia funzioni. Infine la specificazione dei generi letterari che hanno delle caratteristiche narrative cui il narratore si deve attenere e ancora le narrazioni letterarie che non rientrano in alcun genere o ne comprendono diversi. Altro elemento fondamentale della narrazione: la credibilità. Su questo aspetto il docente ha molto insistito illustrando, con esempi molteplici tratti dai classici, come sia possibile rendere credibili segmenti narrativi frutto dell’invenzione dell’autore. Le notizie su Giulio Mozzi sono qui. C.I.D.I. di Cagliari Il Cidi di Cagliari nasce contemporaneamente al CIDI nazionale. L'attuale configurazione data invece a partire dall'anno 1999, anno in cui è stato ricostituito sotto la presidenza di Rosamaria Maggio. Il Cidi di Cagliari rappresenta la regione Sardegna nella segreteria nazionale Non esiste una struttura regionale. In Sardegna esistono altri due CIDI e cioè quello di Nuoro e quello di Sassari. Ogni gruppo CIDI è indipendente da tutti gli altri per quanto riguarda l'amministrazione e la programmazione delle attività che sono legate al territorio e nascono dalle esigenze e dai suggerimenti di tutti gli iscritti. Una volta l'anno viene organizzato il coordinamento di tutti i CIDI d'Italia per un confronto e concordare una linea di azione orientata alla democrazia e alla libertà.

domenica 16 ottobre 2016

Che me ne faccio del latino? Una opinione di Antonella Pingiori

Partiamo dall'amara considerazione di Salvatore Settis: “La radicale marginalizzazione degli studi 'classici' nella cultura generale e nei sistemi scolastici è un processo di profondo mutamento culturale che non possiamo in nessun modo ignorare...”(1) Già, la cultura classica, nel nostro Paese, ultimamente, si trova relegata in ambiti sempre più ristretti, da un lato; e fatta bersaglio dei più sterili attacchi, dall'altro. I giornali riportano che quest'anno, almeno nella nostra città, Cagliari, i classici hanno registrato un brusco calo di iscrizioni, mentre reggono bene i licei scientifici nei quali va facendosi largo, a tutto danno dell'indirizzo ordinamentale, il corso di scienze applicate, proposto come più appetibile, (in quanto privo dell'insegnamento del latino), a studenti ben disposti a farsi convincere in tal senso. Del resto, i nostri alunni non si chiedono da tempo “Che me ne faccio del latino?”, ignari del fatto che un giovanissimo Gianni Morandi, nel lontano 1967, in uno di quei film noti come musicarelli, rivolgeva fiducioso alle galline dell'aia la stessa domanda esistenziale, cantando a squarciagola? “Che me ne faccio del latino, se devo dire pane al pane e vino al vino?”, si chiedeva l'eterno ragazzo di Monghidoro. Al latino, infatti, si è sempre rinfacciata la sua inutilità, perché questa disciplina viene percepita come insieme astratto di regole che, acquisite mnemonicamente, non avranno mai alcuna ricaduta nella vita pratica. Ma se partiamo da questa errata convinzione, chiediamoci piuttosto, prima ancora di “Che me ne faccio del latino?”, che cosa è il latino. Ci risponde Nicola Gardini che nel suo bel libro, intitolato ironicamente “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”, dice: “Il latino è la lingua dell'antica città di Roma e della civiltà che vi si è originata e di lì si è espansa nel corso di numerosi secoli su un territorio assai ampio, il cosiddetto impero, diventando mezzo di espressione e comunicazione per gran parte dell'umanità, in forma scritta e orale, e fornendo ancora nell'età moderna, pur molto tempo dopo che il latino parlato ha dato luogo a idiomi distinti (le cosiddette lingue romanze), un mezzo espressivo a poeti, letterati e studiosi di varie discipline. Il latino è la lingua delle istituzioni giuridiche, dell'architettura e dell'ingegneria, dell'esercito, della scienza, della filosofia, del culto e – quel che qui più interessa – di una florida letteratura, che è servita da modello a tutta la letteratura occidentale dei secoli successivi.” (2) Se riflettiamo su tutte le considerazioni che l'Autore ci propone, appare allora chiaro che se è vero, come sostiene la prof.ssa Giannalia, che per avvicinare i nostri studenti a questo mondo così ricco e straordinario la didattica del latino va completamente ripensata; è anche vero, e qui so bene che risulterò sgradita a molti, che attraverso lo studio del latino, e di tutto quel mondo che esso consente di conoscere, deve passare pure un altro insegnamento: e cioè che non tutto è facile e immediato, che non tutto può essere affrontato con quella superficialità che spesso degenera nella cialtroneria e che certe attività richiedono rigore e disciplina, se si vuole che siano davvero produttive. E qui sono ben consapevole che molti, soprattutto se genitori di dolescenti che decidono in quale tipo di scuola iscrivere i propri figli, storceranno il naso. Non possiamo infatti nasconderci che, ultimamente, l'educazione che i genitori hanno deciso di impartire ai propri figli è, nella maggior parte dei casi, volta ad evitare qualsiasi ostacolo possa provocare delusione e frustrazione nel ragazzo. Chi legge e insegna sa bene che, da una decina d'anni a questa parte, nelle nostre scuole si assiste ad un continuo trasferimento da un corso all'altro da parte di studenti che vanno alla ricerca di quella classe perfetta, nella quale tutti i docenti dimostreranno di saper riconoscere, e adeguatamente apprezzare, il loro straordinario ingegno. Chi insegna sa bene che questo malcostume, che getta discredito su alcuni docenti che commettono magari l'unico errore di voler valutare le conoscenze e le competenze dei propri alunni, viene avallato dai dirigenti scolastici che, timorosi di un calo delle iscrizioni, sono disposti ad accogliere qualsiasi richiesta e a soddisfare qualsiasi pretesa. Sono quelli stessi dirigenti che esortano i docenti ad accogliere l'indirizzo delle scienze applicate che aumenterà l'offerta formativa dell'istituto, sostengono recitando accuratamente la loro parte, per poi aggiungere, senza vergogna, che gli studenti, del resto, hanno paura della versione di latino... Mi chiedo: ma non hanno paura anche del compito di matematica? Perché non decidiamo, allora, di abolire questa disciplina dal curricolo? Mettendo da parte una certa vis polemica, alla quale non riesco a sottrarmi del tutto essendo io parte in causa, mi sento però di aggiungere un'ulteriore considerazione. Attraverso lo studio del latino si entra in contatto con una straordinaria civiltà che, ancora oggi, ha tanto da dirci e tanto su cui farci riflettere. Studiare una civiltà, sia antica che moderna, non può che costringerci a interrogare noi stessi sulla nostra civiltà, sui valori nei quali crediamo e che ci sforziamo di seguire. Studiare i testi di autori che ci sembrano tanto lontani ci aiuta a maturare e ad acquisire uno spirito critico che dovremmo imparare ad esercitare sempre, per evitare che siano altri a farlo al nostro posto decidendo per noi. Che i nostri ragazzi diventino persone consapevoli a chi fa paura? (1). Salvatore Settis, Futuro del “classico”, Einaudi, Torino 2004, pag.16 (2). Nicola Gardini, Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, Garzanti, Milano 2016, pag. 19

mercoledì 12 ottobre 2016

Paola Soriga: La stagione che verrà. Einaudi stile libero-Torino 2015, pagg.155

C'è , nelle pagine di quest'ultimo romanzo di Paola Soriga una continuità, forse inconsapevole, con il tema del viaggio, o meglio, del ritorno nell'isola, la Sardegna, comune a molti giovani scrittori sardi. La vicenda narrata, che non è una vera storia, si può riassumere molto brevemente in poche righe: tre amici, Dora , Agata e Matteo, dopo avere abitato in diverse città per studio e lavoro, decidono per motivi diversi , di tornare nell'isola dalla quale sono andati via per sfuggire a quell'insularità che rende difficile spostamenti e confronti. La decisione matura lentamente attraverso una sorta di riflessione sulle rispettive vite segnate da provvisorietà e sospensioni sconosciute alla precedente generazione dei loro padri e delle loro madri. Agata, pediatra a Pavia, aspetta un figlio da un uomo che rifiuta di essere padre; Matteo che insegna a Bologna, appena scopre di essere malato, decide di tornare a vivere a Cagliari; Dora ha vissuto in molte città le cui suggestioni connotano la sua esistenza. Dora fa da collante nella vita degli altri due amici e la convivenza nella città isolana non è decisa per la paura di dovere sopportare una dirompente solitudine , ma per condividere e dare continuità al loro rapporto. Il romanzo si costruisce attraverso dialoghi brevi e brevissimi ma soprattutto attraverso i pensieri di Dora che racconta e si racconta, riflette e ri-costruisce episodi di vita personale ma anche di relazione con i due amici. In questo avvicendarsi di pensieri, l'autrice passa con disinvoltura dall'io narrante che, a tratti, si rivolge ad un "tu" interlocutorio , al narratore esterno che puntualizza e contorna aspetti di vita condivisa. "Io sono tutte le persone che ho conosciuto": questo è l'incipit del libro. Ed è qui che Paola Soriga focalizza il senso del suo girovagare. Brevi descrizioni di personaggi e di città che l'autrice tratteggia con poche parole, inframmezzandole con le parole di tutte le canzoni che Dora si canta dentro mentre si racconta al lettore. Il mondo descritto è il presente abitato da questi giovani: in Dora, Agata e Matteo si coagula la vita girovaga, precaria e priva di apparenti punti di riferimento di un'intera generazione. E' il labirinto emotivo e territoriale abitato da questi giovani, la cui storia mostra molto chiaramente il ribaltamento delle certezze che hanno caratterizzato la vita dei loro padri. Alla precarietà del lavoro corrisponde la precarietà dei rapporti di vita. Si fa spazio, nelle pagine del libro, l'idea che non esista il futuro. Il futuro in quanto categoria di pensiero non viene neppure contemplato nell'assenza totale di progettualità. Per certi versi, questo di Paola Soriga, è un romanzo disperante e al tempo stesso positivo. Disperante per il pubblico di lettori della passata generazione che mai avrebbero potuto immaginare se stessi immersi in un mondo lavorativo liquido e fluttuante, positivo perché le pagine del libro non sottendono posizioni negative rispetto alla modalità di vita narrata, priva di riferimenti. Anzi. Dora, la protagonista, l'io narrante di questa storia, canta continuamente dentro di sé e a sé parole e ritmi di tutte le città abitate e sembra che nessuna delusione possa destabilizzarla. La scrittura stessa, frammentata e convulsa, comunica al lettore un'avidità di vita e una voglia di consumare i rapporti, che non possono lasciare spazio al pessimismo. Alla tristezza, sì, allo scoramento talvolta. Ma l'ansia di vivere è più forte di ogni negatività. E' uno sguardo positivo quello di Paola Soriga. Si vede inoltre che l'autrice proviene da una lunga dimestichezza con le letture poetiche. A tratti, le citazioni di Caproni e Montale fanno da chiusa alle espressioni prosaiche e prosastiche della protagonista Dora. Come d'altra parte è riportato anche nella pagina delle note e dei ringraziamenti. Lo stile narrativo, il registro linguistico accomunano l'autrice ad altri giovani narratori sardi che proprio dalla lettura del grande Sergio Atzeni, traggono spunto ed ispirazione.

domenica 2 ottobre 2016

Il viaggio e il sogno: alla scoperta di Londra

Il mio sogno a vent'anni si chiamava Londra, aveva il suono dei Beatles, la spensieratezza dell'isola di White, i colori delle minigonne di Mary Quant, le forme evanescenti di Twiggy, la libertà sessuale, lo shopping a Soho e gli spettacoli a Piccadilly circus. Quando un sogno concepito a vent'anni si realizza quarant'anni dopo, è necessario che cambi il sogno o l'aspettativa? Non lo so. Io son partita e basta, pronta a meravigliarmi e lasciarmi incantare come a vent'anni. L'aspetto più inatteso del mio viaggio mi si rivela subito: per mia scelta vado a stare in una casa nel punto d'incontro del territorio tra Chesam e Amersham, due cittadine situate nella zona nove della metropolitana di Londra. Nella zona dei boschi, dove della città non arriva più nemmeno l’eco. Dove la gente ogni mattina prende il treno, poi la metro, poi cambia treno, e finalmente raggiunge il posto di lavoro. La mia prima Inghilterra è stata la vita nel cottage immersa in un silenzio verde, costellato dai ritmi della natura. Ho visto "gli inglesi" dei due paesini, la loro vita quotidiana, ho condiviso gli stessi supermercati e lo stesso unico pub. E ho mangiato lo stesso gelato. Mi avevano detto dell'indifferenza degli inglesi, ho trovato invece la differenza, la differenza della civiltà, quando cioè la civiltà passa dall'essere imposta ad essere spontanea. Mentre metto dentro i sacchi della spesa gli alimenti che ho appena acquistato, non c'è nessuno che mi "prega" di farmi in là. Un signore anziano aspetta che io abbia finito di deporre l'ultimo pacco di biscotti prima di avviarsi dietro di me verso l'uscita. Una sorridente ragazza bianca e rossa (sorella di biancaneve, penso) mi serve un gelato rivolgendomi la parola nella sua lingua che io capisco molto all'ingrosso, e poi dopo il mio "grazie" in italiano , mi dice I like Firenze, I like Italy e di quello che mi ha detto dopo ho capito solo il sorriso. Londra. L'ho vista prima di tutto in metropolitana. Affollata di tutto il mondo. Giovani e meno giovani, silenziosi, rispettosi, non una voce fuori tono. L'ho visto nei volti di indiani, pakistani, africani, giapponesi, cinesi, e qualche inglese, così, uno ogni tanto, giusto per i capelli biondi e la pelle chiara, ma potevano essere anche cittadini europei dell'est o dell'ovest, fa lo stesso. Poi il Big Ben. E' la prima cosa che ho visto e sentito. E Westminster, l’abbazia. E le tombe dei re e delle regine, le lapidi dei poeti, quella di Geoffrey Chauser, messo lì non perchè abbia elevato la lingua anglosassone a dignità letteraria, come avevo studiato a scuola, ma, come mi ha detto la guida, perché era stato un oculato e attento amministratore dell'Abbazia. Il Tower Bridge, simbolo di questa città operosa, capolavoro di ingegneria meccanica e idraulica, a ridosso dell'area della Torre di Londra fortezza medievale turrita e murata. Piena di ragazzini che si divertivano con gli spettacoli interattivi fatti apposta per loro. Un banditore e un soldato, le parole non le ho capite, mio retaggio culturale della scuola italiana che ci insegnava il francese , lingua di cultura, e non l’inglese, lingua commerciale. E così l’inglese non sono più riuscita ad impararlo. E con le quattro parole rabberciate che conosco ho cercato di comunicare le cose di base. Ma in fondo ho capito lo stesso, perché la lingua non si coglie dalle sfumature eleganti dei ragionamenti , ma dalla necessità di capire e farsi capire. Vedere Londra dal Tamigi mi fa un effetto spiazzante: tutte le costruzioni a destra e a sinistra del fiume, affastellate in mille stili diversi: l’antico e l’ultramoderno del piccolo “cetriolo”, dei palazzi di vetro, delle costruzioni avveniristiche dalle architetture audaci, mi lasciano basita. Abituata a vedere i centri storici delle nostre città, omogenei nelle linee delle strutture architettoniche e nelle strade, non sono preparata a percepire tutto questo post moderno.
Poi mi accorgo che è una precisa scelta. La città vecchia vive e pulsa all’unisono con quella ultramoderna senza soluzione di continuità. Non ero preparata al traffico, agli autobus e alle miriadi di taxi neri sfreccianti in tutte le strade. In questo che percepisco come caos iniziale, vedo una logica , un senso. E così agli spazi cittadini intensi e vivi di movimento, corrispondono gli spazi verdi, tranquilli dove trovare un momento di quiete anche nella pausa pranzo, come si vede da impiegati di tutti i tipi che, alla una del pomeriggio, stendono sull’erba un plaid e tirano fuori il pranzo dal cestino, sdraiandosi in giacca e cravatta gli uomini e in gonna e tacchi le donne. Sapersi godere la vita, penso, anche in mezzo al lavoro. Ecco. Una cosa così noi non la concepiamo neppure. No, aspetta, noi di Cagliari, sì. Abbiamo il Poetto dove andare a mangiare nelle pause pranzo. Ma nei baretti e sui tavolini, non certo nella sabbia a ridosso del mare. Vado a vedere il Globe Theater shakespeariano, ricostruito, guarda un po’ con soldi raccolti scrupolosamente da un americano, mica da un inglese. Però eccolo lì. Le spiegazioni sono meticolose fino alla pignoleria, la visita guidata dura un sacco di tempo perché la guida ci tiene a fare bene il lavoro per cui è pagata. E ti dice e ti spiega fino all’ultimo sedile, come è costruito e perché, cose che in fondo non vuoi neppure sapere, non te ne importa, ti basta dare un’occhiata globale. Ma no. La guida il suo lavoro lo deve fare e lo fa e coinvolge i turisti con battute che io non capisco ma che posso solo immaginare. Poi vai a Windsor, il castello inglese per antonomasia, medievale, imponente. La regina apre i suoi spazi privati a tutti i cittadini inglesi e non, basta che paghino l’ingresso. Ma la gentilezza del personale e l’accoglienza vale tutto il viaggio e i soldi spesi. Tu dici ma si può vedere che una regina apra la sua casa le sue stanze, che si vendano i souvenir con la sua faccia stampata dappertutto, anche sugli strofinacci da cucina? E sì per i suoi novant’anni giubilari, la regina ha fatto questo e molto altro. D’altra parte la gigantografia che la ritrae all’ingresso del castello, non mostra una donna dall’aspetto regale con la corona in testa, ma una donna anziana in blazer e scarpe comode attorniata da tutti i suoi pronipoti. Ecco questo concetto di regalità mi è stato chiaro solo lì.
L’imponenza del castello, le linee pure dell’architettura medievale, quelle sì, riconducono all’idea di maestà, l’erba verde dei giardini è la stessa però di tutti gli altri parchi cittadini. Mi colpisce lo slogan nella metropolitana e nei treni: vuoi vedere il mondo? Vieni a Londra. Capisco il perché. Tutto il mondo lì è a casa sua. E allora pensi a come abbiano potuto, gli stessi inglesi, votare per la Brexit. Ma come? Vogliono separarsi dal mondo? O forse il mondo che c’è a Londra è separato già dal resto del Regno Unito? Si dice che gli inglesi ci tengono alle tradizioni. Il mio sogno erano i Beatles e tutto quanto era dentro l’atmosfera degli anni sessanta e settanta. E adesso? Questo sogno si infrangerà con questa realtà? E tutti i ragazzi di tutti i colori che lavorano nei bar, nei pub, nei ristoranti, nelle librerie, nei fast food, nelle stazioni metropolitane, nei bagni pubblici, non saranno più inglesi degli inglesi? Non tengono pulita la città, non nutrono i milioni di uomini e donne che transitano quotidianamente in questa megolopoli? Beh, io alla BREXIT non ci credo. Non può essere . Forse Londra non è tutta la gran Bretagna. Sono ormai alla fine del viaggio. Sono nel taxi che da Londra mi porta a Heathrow, sono le cinque del mattino, ai lati dell’autostrada, nell’alba ancora livida, solo fitti alberi gocciolanti di pioggia, canticchio tra me e me la canzone di John Lennon Imagine there’s no countries It isn’t hard to do Nothing to kill or die for And no religion too Imagine all the people Living life in peace… Anche questo, forse, rimarrà un sogno.

lunedì 19 settembre 2016

Presentazione del libro "Isole e voci"

"La Sicilia, direte voi. E’ vero. In questi racconti c’è la Sicilia, perché è da lì che viene l’Autrice, sebbene viva in Sardegna da quarant’anni e più. Ma è impossibile dimenticare il luogo d’origine, quello in cui si è vissuta la propria infanzia e la propria giovinezza. E la Sicilia c’è e rimane sullo sfondo con i suoi profumi, con le sue suggestioni, con il sole torrido, con il caldo soffocante che fa attaccare gli abiti addosso per il sudore. C’è la luce spietata, crudele, che riporta alla memoria certe pagine di Verga che ha descritto la Sicilia matrigna, restia a concedere agli uomini i suoi doni, la Sicilia dalla quale però è difficile allontanarsi. Ciò è ben chiaro nella novella “Emigranti”, costruita come una tragedia classica, in cui fanno da parodo le chiacchiere della gente, convinta che sia inutile abbandonare la propria terra, tanto non c’è altra patria se non la Sicilia, dove i protagonisti torneranno per essere seppelliti. Il punto di vista privilegiato è quello di coloro che osservano e tranciano taglienti giudizi. Così come in “Requiescant”, in cui il chiacchiericcio dei presenti al funerale viene accostato all’urlo, improvviso e straziante, della madre del defunto. Pettegolezzi e dolore vengono messi sullo stesso piano, così come fa la vita che, secondo un gioco tutto suo nel quale gli uomini non hanno gioco alcuno, abbina le gioie alle sofferenze. Oppure il punto di vista scelto dal narratore è quello di una bambina, come in “Tanino”, raccontata in modo abilmente allusivo per arrivare, solo nell’ultima frase, allo svelamento della verità. Poi c’è Venezia, l’altra isola cui fa riferimento lo stesso titolo della raccolta. Il paesaggio cambia. Compare l’acqua, ristoratrice. La nebbia rende evanescenti i palazzi e i canali. Il freddo si fa pungente. A Venezia sentiamo altre voci, che si esprimono in una lingua più dolce ma che non sono comunque troppo dissimili da quelle che abbiamo sentito in Sicilia. “Melchiorra” è la donna siciliana sfruttata da tutti, inconsapevole della sua condizione. La sua vera tragedia è la solitudine. E non è meno sola la donna di cui si parla in “Polifonia in Campiello”, storia a più voci che ci propone la stessa vicenda da diverse angolazioni. E non è forse solo il protagonista di “Il reduce”, condannato a pagare per colpe non sue? Per colpe che, in realtà, nessuno ha commesso e che la vita, beffarda, ha deciso di assegnare a suo piacere. La raccolta si chiude con quattro racconti ambientati in Sardegna. Il maestrale si fa sferzante, vediamo il mare, l’inflessione cambia. E sentiamo altre voci. Particolarmente inquietante è quella del protagonista di “Le sorelle”, malato di inettitudine che, per una volta nella vita, decide di agire e di piegare il destino al suo volere. Così come decide di fare Giulia, nel racconto “Dimenticanze”. Il cerchio si chiude. Il racconto è stato iniziato da una voce di bambina. Si conclude con una voce fuori-campo che parla di una donna anziana e sola. Sola come un’isola. " Antonella Pingiori

mercoledì 14 settembre 2016

Televisione e premi letterari

L'assegnazione del premio Campiello, su Rai 5, alla scrittrice Simona Vinci col libro " La prima verità" è stata inserita all'interno di uno show condotto da Geppi Cucciari e Neri Marcorè.
Dico uno show perché tale mi è sembrato, per una scelta precisa della regia di dare a questa cerimonia una veste che non le è propria.
Forse nel tentativo di coinvolgere un più numeroso pubblico televisivo, si è fatta la scelta di creare una mélange di presenze da palcoscenico che poco o nulla c'entrano con lo spirito di una premiazione letteraria.
Capisco che la televisione debba sapere raggiungere una vastità di pubblico per giustificare evidentemente l'apparizione di scrittrici e scrittori che parlano di letteratura all'interno di un mezzo che per sua natura è rivolto al vasto pubblico, ma ciò che si è percepito sabato scorso è strato lo stridore  poco armonico tra due livelli di argomenti che stanno tra di loro come il diavolo e l'acqua santa. Non per essere polemica a tutti i costi con una televisione pronta a declinare i suoi palinsesti e le sue trasmissioni al grosso gusto  di un pubblico grosso, che costituisce lo zoccolo duro dello spettacolo televisivo, ma non si potrebbe fare una scelta coraggiosa di mantenere nell'alveo preciso e consono una manifestazione che poco si presta per sua natura a interessare  grandi numeri? Ma  RAI 5 non si è creata  per trasmissioni culturali? Qual è il bisogno assoluto di volere a tutti i costi coinvolgere chi non ha alcun interesse per la letteratura, per i premi, per i libri e per tutto ciò che riesce ad esprimere la bellezza delle parole? Si capisca una volta e per tutte che non sempre la bellezza letteraria, come quella artistica, può essere per forza volgarizzata. Il pubblico di Rai 5 è e rimane comunque un pubblico di nicchia, per usare un termine abusato, e non è certo con le battute della Cucciari  con il contrappunto, in verità un po' fuori luogo e spiazzante di Neri Marcorè che la trasmissione ha avuto uno share più alto.
Forse si potrebbe qualche volta abbandonare questa idea del forzato coinvolgimento delle masse per lasciare all'assegnazione del premio Campiello il posto che merita. Un posto più consono al suo naturale pubblico che certo non si aspetta di passare una serata di divertimento leggero, ma di potere sentire qualcosa di letterario.
Se un utente interessato si sintonizza su Rai 5 per assistere ad una premiazione letteraria, questo si aspetta: sentire parlare gli autori della cinquina dei finalisti che espongono il loro punto di vista sulle proprie opere e magari i giurati che leggano le motivazioni delle scelte. Non certo battute pseudo-intellettuali né i numeri dei voti, sullo stile di Amici, trasmissione di canale 5 che , (questa sì fa altissimi numeri di share e potrebbe anche bastare a ricoprire il fabbisogno di leggerezza maniacale che caratterizza le televisioni, tutte le televisioni) le votazioni letti dalla notaia in minigonna che poco ci azzecca con tutto il resto. 
Francamente non credo che di tutta questa nuova mise en place di sabato scorso al malcapitato telespettatore di Rai 5  , sia importato molto. Anzi, credo che abbia ritenuto il tutto molto noioso. Come, d'altra parte, il grosso pubblico che si voleva raggiungere, non è certamente rimasto legato al divano nella visione spasmodica  di tale spettacolo.
Insomma, smettiamola di volere salvare la capra e i cavoli.

sabato 20 agosto 2016

Scrivere poesia è rappresentare gli eventi così da far scomparire il presente




L'arte vera del poeta è in grado di rappresentare gli eventi in modo così veritiero
che il lettore ha l'impressione di vedere scomparire il presente e tutto ciò che lo circonda e non solo sente di trovarsi di fronte a un'opera d'arte, ma resta talmente colpito dalla sua chiara naturalezza che dimentica persino di avere a che fare con una creazione artistica e partecipa all'evento in prima persona. Il lettore si comporta come quell'uomo che, osservando in una scatola ottica uno splendido paesaggio, si addentrò in esso a tal punto da credere di sentire il profumo dei fiori e il leggero stormire delle foglie. Non dovrà avere vergogna, quest'uomo, se mille altri guardando nella scatola ottica non vedranno che un'immagine. Ogni opera d'arte deve trovare chi la sappia osservare e deve essere giudicata secondo il proprio criterio. C'è chi si avvicina a un'opera d'arte con l'intenzione di giudicarla. È questa un'impresa sciocca in quanto, proprio sforzandosi di ragionareimmediatamente su tutto quanto si percepisce, ci si sottrae alla magia che ci sta per afferrare e il nostro giudizio finisce per diventare freddo. Ma le opere d'arte non sono che due tipi: quelle che ci avvincono e ci coinvolgono e quelle che, nonostante le critiche positive e gli elogi, non suscitano nessuna eco nel nostro animo. Solo quelle del primo tipo meritano di essere considerate vere opere d'arte, le altre lo sono soltanto di nome. 

Rainer Maria Rilke
Tutti gli scritti sull'arte e sulla letteratura
Il viandante. Sviluppo delle idee e significato della poesia goethiana
a cura di Elena Polledri
Bompiani - Il Pensiero Occidentale 2008


Tratto dal blog di Elena Petrassi "Frammenti del tredicesimo mese" in


mercoledì 17 agosto 2016

Isole e voci-Il mio primo libro di racconti

Questo è il mio primo libro di racconti, pubblicato  in una nuova edizione  per Youcanprint

Per visualizzare, andare al sito di Youcanprint all'indirizzo:
http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/isole-e-voci.html

Sarei veramente grata a tutti coloro che volessero anche solo rilasciare una recensione.
Per scrivere una recensione direttamente nel sito di Youcanprint, basta andare all'indirizzo:
http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/isole-e-voci.html
e scrivere nel riquadro: scrivi una recensione.
Mi darete una grande gioia se,dopo avere letto il primo racconto, voleste darmi il vostro parere.
A tutti gli interessati lo posso inviare, dietro richiesta, in versione pdf. Potete richiedermelo con una e-mail direttamente da google.
La presentazione del libro è prevista per la fine di settembre 2016 presso l'associazione Alveare di Quartu Sant'Elena e per dicembre presso la MEM di Cagliari.
Ne darò comunicazione direttamente nel blog e nella mia pagina fb.

Grazie a tutti.
Maria Rosa